Dante, la Divina Commedia e la crisi di mezza età

Il Sommo poeta ha sì vissuto nel Medioevo, ma prima di tutto è figlio e narratore del suo tempo in grado di proporci tutta la psicologia dell'uomo del Trecento traendone tratti eterni, di ispirazione per l'uomo contemporaneo.

Dante Alighieri e la crisi di mezza età

Credit foto
©gonewiththewind / 123rf.com

Dante Alighieri e la crisi di mezza età

Nel mezzo del cammin di nostra vita: l'incipit della Divina Commedia è conosciuto a memoria da tutti, ma come spesso accade con gli automatismi mnemonici, ne è sottovalutata la portata di informazioni importanti che il verso ci dà, ossia la causa e la data di composizione della Commedia: il 1300, l'indicazione temporale ci dice, infatti, che Dante scrive la Commedia all'età di circa 35 anni, come specificato nel Convivio (IV-XXIII,6-10):“Ma ne li più io credo tra il trentesimo e quarantesimo anno, e io credo che ne li perfettamente naturati esso ne sia nel trentacinquesimo anno".

 

Dante scrive quando sta vivendo la crisi di mezza età che colpisce ogni uomo ed è tappa oggetto di studio dello psicoterapeuta jungiano Murray Stein (1), che spiega: “Alla mezza età c'è un passaggio da una identità psicologica ad un'altra. Il sé va incontro a una trasformazione”. Ancora, sempre Stein riporta “Alla mezza età c'è un passaggio da una identità psicologica ad un'altra. Il sé va incontro a una trasformazione”.

 

Il mito di Ermes, raccontato nell'inno omerico a lui dedicato, è d'ispirazione: a partire dalla rapina nella notte del bestiame di Apollo che, sorpreso e arrabbiato, vuole riavere il suo bestiame, inizia la ricerca del ladro e del maltolto, che è un viaggio nell'inconscio. Ermes, così ridesta l'anima del fratello, il cui dramma si svolge nella mezza età. 

 

Stein si chiede “Cos'è che rende una persona «religiosa»? Sia che prendersi cura della psiche ed essere psicologici significhi a un dato momento amare od odiare l'anima, comunque significa riconoscerla chiaramente e riconoscere i suoi processi. Allora, cos'è che ci fa arrivare al punto di poter dire - come Jung - che la psiche è la nostra peggiore sciagura e la nostra più grande ricchezza? Com'è che si produce un simile atteggiamento? Sono giunto alla conclusione che uno dei modi è quello di passare attraverso una “crisi” psicologica. Quando precipiti in una situazione psicologicamente critica, non puoi evitare di vedere l'anima in azione. Quando le cose vanno secondo il programma, l'anima dorme: il suo mondo è sbiadito e indistinto come la luna e le stelle nello splendore del sole. I sogni e le fantasie – la prova dell'anima – esistono sì, ma scivolano via nell'oscurità, senza nessuna importanza. Perché occuparcene? Non fanno che distrarci. Invece, nella notte oscura della crisi psicologica, quando la luce del giorno è eclissata, le figure della psiche risaltano e assumono un'altra grandezza. I sogni possono colpire come fulmini e lasciarci scossi fin nel profondo. È in questa notte che Ermes viene fuori e compie la sua opera. E il suo mito parla del risvegliarsi e dell'emergere dell'anima”

 

Nella vicenda epica si svolge un individuale rito di passaggio: “Quando alla fine della vita l'anima si risveglia e offre i suoi doni, la vita viene permanentemente segnata dalla loro inclusione. Se assunti, diventano il nostro marchio caratteristico, il nucleo della nostra unicità. Se rifiutati, possono perseguitare i nostri giorni e minare tutte le nostre fatiche.
Il dio dei viandanti, dei confini, delle situazioni limite, colui che trasmette i messaggi e le comunicazioni tra i mondi; il dio dei passaggi da una dimensione dell'esistenza a un'altra, dalla vita alla morte e dalla morte alla vita, colui che in alchimia diventa il maestro delle trasformazioni, Ermes, è colui che guarderò nell'odissea che segue, In cerca di spunti per far andare avanti il nostro movimento attraverso il viaggio che inizia con la metà della vita
”.

 

Dante e la sofferenza per la morte dell'amata

Il viaggio dantesco incontra presto l'esperienza della sofferenza del lutto. Ancora lo psicoterapeuta Stein esamina la prima terzina dantesca: “I versi dell'Inferno …  offrono un'immagine dello stato mentale che si impadronisce delle persone di mezza età quando entrano in un terreno che appare oscuro, non definito, triste e solitario. Per molti questo è veramente una lunga e oscura notte dell'anima, una discesa in regioni del sentimento e dell'esperienza che arriva del tutto inaspettata e sicuramente non richiesta. La mezza età ci accade; non la cerchiamo”

 

Oltre, spiega le cause della transizione della metà della vita, che coincidono con quelle che hanno indotto Dante a scrivere la Divina Commedia: “A volte la ragione di questo senso di perdita è evidente: la morte di un figlio, di un genitore, un divorzio, una carriera distrutta. Molto spesso, però, la causa immediata di questa fase iniziale della transizione, con i relativi fenomeni emozionali, non è per niente chiara”.

 

La causa di Dante rientra tra quelle evidenti, infatti, il poema nasce quando il poeta perde l'amata. Beatrice, Bice di Folco Portinari, muore improvvisamente l’8 giugno del 1290, neanche venticinquenne, è ricordata da Dante in sfumature oniriche che esplicitano il presagio della morte di Beatrice nel capitolo XXIII della Vita Nova. Il dantista Vittorio Sermonti sostiene che la Vita Nova sia una sorta di profezia in cui Dante, al capitolo XXXIII, descrive dettagliatamente la morte sognata prevista, mentre quando l’avvenimento diventa realtà le dedica pochi versi. Improvvisamente Dante si ammala e si riduce a una “dolorosa infermità”. 

 

La visione è così descritta dal poeta:

E quando èi pensato alquanto di lei, ed io ritornai pensando a la mia debilitata vita; e veggendo come leggero era lo suo durare, ancora che sana fosse, sì cominciai a piangere fra me stesso di tanta miseria.  Onde, sospirando forte, dicea fra me medesimo: «Di necessitade convene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia» [...] «Tu se'morto». Così cominciando ad errare la mia fantasia, venni a quello ch'io non sapea ove io mi fosse; e vedere mi parea donne andare scapigliate piangendo per via, maravigliosamente triste; e pareami vedere lo sole oscurare, sì che le stelle si mostravano di colore ch'elle mi faceano giudicare che piangessero; e pareami che li uccelli volando per l'aria cadessero morti, e che fossero grandissimi terremuoti”

 

Finché il sogno diventa realtà: 

“Allora mi parea che lo cuore, ove era tanto amore, mi dicesse:

«Vero è che morta giace la nostra donna”.  

 

Stein individua “La causa fondamentale di questo disagio” che ha reso infermo il poeta nella separazione:"l'angoscia ad esso legata è una variante dell'angoscia alla separazione. La separazione da cosa? [...] Bisogna dunque scoprire l'esatta e più profonda causa di questo senso di perdita, prima di poter pronunciare su di esso le parole risanatrici della benedizione”.

 

La Vita Nova dà due informazioni importanti: Beatrice è mortale e Dante in quel periodo soffriva di una infermità passeggera (di 9 giorni, numero simbolico) e pure Murray individua stati d'animo caratterizzati da stanchezza e depressione, sentimenti di disillusione e delusione nei confronti della vita e delle persone idealizzate. Serpeggia l'angoscia di morte (della propria?): "Sotto il tumultuo di questi stati d'animo, e spesso della vaga minaccia di buchi e di vuoti che si aprono sotto i nostri piedi, nella matrice intrapsichica della personalità si sta svolgendo una vasta e profonda ristrutturazione, una ristrutturazione indicata in primo luogo da sogni ma anche da fenomeni psichici come visioni, fantasie persistenti e intuizioni- tutti messaggi oscuri, e spesso del tutto opachi, dell'inconscio. Anche Jung sperimentò nella sua vita la transizione della mezza età come un'intesa volta emozionale, che chiamò «confronto con inconscio» (RSR, 198-227), i cui stadi e livelli furono concettualizzati in una delle sue opere chiave, quella più elaborata e riscritta, L'Io e l'inconscio. Quello che vi descrive è il crollo della Persona – una struttura psicologica che più o meno l'equivalente di ciò che Erik Erikson chiama «identità psicosociale» – accompagnato dalla liberazione di due elementi della personalità fino allora rimossi altrimenti inconsci: la persona rifiutata e inferiore che si è sempre cercato di non diventare (l'Ombra) e, dietro a questa, l'«altro» controsessuale il cui potere si è sempre, a ragione, negato ed evitato (l'Animus per la donna, l'Anima per l'uomo).
La minaccia determinata da questo grado di intensa ristrutturazione interna – osservava Jung- poteva portare l'individuo a scoprire il nucleo del suo essere, il Sé. Questa scoperta del Sé, e il sentire pian piano stabilizzarsi la sua presenza e la sua guida nella vita cosciente, diventa il fondamento per una nuova esperienza di identità e integrità, basata su un centro intorno, il Sé"
.

 

Dante Alighieri e il viaggio alla scoperta del Sé

Il viaggio dantesco nei tre regni ultraterreni è proprio questo: la ricerca della consapevolezza dell'Uomo, e quindi la scoperta del Sé. Prima nell'Inferno riconosce tutte le passioni che lo tengono lontano dalla salvezza che è la Consapevolezza del Paradiso, nonché Beatrice. 

 

Il filologo Károly Kerényi afferma nelle Isole di Circe e Calipso (2): “Viaggiare è la condizione migliore per amare. Le gole su cui volatilizzato passa come un fantasma possono essere abissi di incredibili relazioni amorose”.

 

Dante Alighieri Duomo di Orvieto

Credit foto
©(Opera del Duomo di Orvieto) Dante Alighieri, Cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Su gentile concessione

Il ritratto di Dante Alighieri nel Duomo di Orvieto

Anche Luca Signorelli, il pittore della più bella e realmente gotica cattedrale d'Italia, il Duomo di Orvieto, dipinge all'interno la sua personale visione dell'Ultraterreno, non può non dedicare nella sua galleria di uomini illustri, all'interno della cappella San Brizio, un quadro a Dante Alighieri, ritratto come uomo di mezza età umanista negli abiti e nei gesti, colto com'è mentre compone e insieme legge con occhi stanchi.

 

Il tempo gli ha già segnato il volto e dalle bende del suo tipico copricapo esce un ciuffo di capelli bianchi. Se Dante descrisse in rima i tre regni, Signorelli li ritrasse in pittura. 

 

Fonti:

  1. Murray Stein, Nel mezzo della vita,e sintetizza i contenuti del seminario "Il mondo di Ermes e l'esperienza della liminalità. Riflessioni sulla transizione della metà della vita" (Moretti &Vitali editori, 2004) 
  2. Károly Kerényi, Hermes, Guide of Souls, (Spring Publications, Zurigo, 1976)