L'Amore nell'Inferno Dantesco della Divina Commedia

Passioni, colpe, istintività: percorrendo i gironi dell'Inferno della Divina Commedia Dante si scompone ma si affianca alle tensioni senza tempo dell'individuo alle prese con le proprie debolezze. Paolo e Francesca, in particolare, rappresentano la passione la cui condanna si mescola all'empatia.

Paolo Francesca Inferno Dante

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La discesa agli Inferi è necessaria per risalire è ancora più chiara nella novella Andreuccio da Perugia scritta dal Boccaccio alludendo chiaramente alla Commedia, alla quale l' ammiratore Giovanni Boccaccio aggiunse l'aggettivo “Divina”.

 

La Divina Commedia è un poema allegorico. L'allegoria è lo scopo del poema, cioè rappresentare l'Uomo, il suo viaggio e i suoi incontri in un itinerario verso la salvezza. 

 

L'uomo negli Inferi riscopre sé stesso, per questo la cantica è una sorta di compendio degli aspetti più caratterizzanti l'uomo al punto da portarseli addosso anche dopo la morte. Sono, infatti, fondanti e moventi le personalità del suo tempo e del nostro.

 

E anche caratterizzanti il poeta che li descrive, che con il suo viaggio di conoscenza attraverso i peccati, mira alla salvezza, pur lasciandosi coinvolgere dai peccati di alcuni dannati. Come avrebbe potuto il poeta stilnovista non lasciarsi trasportare dall'amore di Paolo e Francesca? 

 

Inferno: l'Uomo allo specchio

Nell'Inferno tutte le passioni sono amplificate per essere indagate nel dettaglio e portare così alla scoperta dell'Uomo. Si potrebbe ribattere a questa affermazione sostenendo che l'uomo non è tutto nel peccato, tuttavia è vero che tendiamo a essere colpiti da una critica molto più che da un complimento, più dalle cattive notizie che dalle positive. 

 

I nostri ricordi piacevoli spesso sono offuscati da elementi perturbatori più sgradevoli. Questo succede per via della nostra tendenza alla negatività, ovvero a dare maggior valore agli aspetti negativi: le esperienze spiacevoli vengono percepite come più intense dalla nostra mente e i periodi di crisi sono anche i più segnanti. Le Virtù emergono per contrasto o per eccesso.

 

È esemplificativo di come Dante tratti i peccati al fine di scoprire l'Uomo, l'analisi dettagliata che egli fa della lussuria, che più che peccato pare essere raccontato come un amore troppo passionale e, per questo motivo, da punire. E lo fa con la storia di Paolo e Francesca.


Lo scrittore Stefano Massini (I) scrive: “Il suo (di Dante) è un prenderci per mano davanti allo specchio, accettando di fissarvi con noi un baratro insostenibile, e in esso menzionare l'appello di tutti i nostri sbagli, la cronaca di ogni bivio, la diagnosi di tutte le cancrene di quello zoppicare che nostro malgrado si è fatto sinonimo di incedere. Per ritrovare significato, Dante ha bisogno di scendere nel cuore più profondo del nostro stare al mondo, ha bisogno (e noi con lui) di penetrare cosa sia l'abiezione, apertura del limite, il rischio del concepirsi come un corpo fine a se stesso, capace solo di servire i propri spasimi senza elevarsi nella bellezza, nella ragione e in tutto ciò che riscatta l'uomo da macchina carnale a entità creatrice. Ecco, è questo il senso dell'Inferno: Dante non vi accede come un ospite assetato di visioni orripilanti, bensì come un paziente psicanalitico disposto a scendere negli spazi sempre più circoscritti della sua angoscia (che significa in latino esattamente angustia, ovvero ristrettezza), esplorando se stesso e le derive di un agire distorto. 
Già, perché ricordiamoci che i dannati che Dante incontra sono in fondo sempre una visione e una protezione in cui egli si ritrova e riconosce. Riferisce Sigmund Freud ne "L'interpretazione dei sogni" che nessuno sogna niente di scisso da sé: le persone che popolano i nostri sogni, le azioni che esse compiono, sono solo un mosaico complesso in cui il nostro Io mostra le sue facce più assortite e legate”.

 

E non soltanto Dante si specchia negli errori dei notabili del suo tempo, ma ci si ritrovano anche i posteri. Continua Massini: Noi siamo capaci di tutto e del suo opposto, e come tali sono infinite le identità in cui potremmo rifletterci: un Inferno dantesco concepito con mentalità (iconografia) novecentesca, e probabile che troveremmo J. Paul Getty, Adolf Hitler, Jack lo Squartatore e quel Jeen-Claude che ispirò a Carrère il ritratto di uno dei massimi bugiardi della storia, vi leggeremmo le gesta dei grandi haters del web, i sobillatori da fake news, e non mancherebbero certi magnati della grande finanza rei di aver distrutto il futuro a milioni di risparmiatori. Il punto è che nessuno di noi è privo di legami con tutto questo, da qualche parte del nostro animo c'è lo stesso principio di venalità che rese Getty insensibile al riscatto del nipote, c'è lo stesso principio di disprezzo del diverso che fece di un pittore austriaco un Führer, c'è lo stesso gusto della miseria e dell'ipocrisia che portò un Amministratore Delegato a falsificare i bilanci o  un capitano di una nave da crociera a mettersi in salvo lui per primo”.

 

E chissà quanti innamorati fedifraghi si riflettono nella storia di Paolo e Francesca, nella quale la cronaca rosa si macchia con la nera. Con i due amanti romagnoli ben si nota questo gioco di specchi tra l'anima della dannata (a raccontare la loro storia è la sola Francesca, Paolo non proferisce mai parola). Dante è coinvolto a tal punto dalla loro passione che non li danna per sempre nel IX cerchio con gli altri traditori (Francesca del marito Gianciotto, Paolo del fratello) troppo diabolicamente tormentato e così vicino alla terribile bocca dell'Inferno, ma li promuove nel V girone, dove stanno gli incontinenti, ossia coloro che non riuscirono a contenere gli istinti. 

 

Inferno Canto V, Paolo e Francesca: psicopatologia dell'amore

Non appena si trova a cospetto dei lussuriosi, Dante avverte una sensazione di pietà che genera smarrimento, eccessivamente coinvolto il poeta stilnovista dalla pena di un peccatore colpevole di troppo aver amato. L'immedesimazione con i rei si acuisce quando l'attenzione di Dante è attirata da due anime che rompono la fila indiana in cui sono obbligati a incedere per l'eternità i lussuriosi.  

 

Paolo e Francesca, che non sono come gli altri battuti dalla bufera uno davanti all'altra, ma volano uniti e “ 'nsieme vanno” (inf c. V, v.74). E quel che ancor più tocca il lettore è quell'anima muliebre dannata che prega il Dio che l'ha punita per dar pace a quel sentimento di pietà che il visitatore appena giunto dimostra nei confronti del loro male perverso. Questa solidarietà tra anime perse, non potendo spiegarsi con la logica, ma soltanto con la poesia, è resa attraverso il periodo ipotetico dell'irrealtà nella terzina (vv.91-93): 
 

“se fosse amico il re de l'universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c'hai pietà del nostro mal perverso”
.

 

Commenta Antonio Pagliaro in "Ulisse. Ricerche semantiche sulla Divina Commedia": l'assurda ipotesi “è un tratto di aristocratica finezza interiore”. Nel canto V, l'evoluzione dell'amore tra Paolo e Francesca è delineata analiticamente nei contenuti, ma formalmente con incommensurabile lirismo stilnovista.

 

Innamoramento e amore "colpevole"

Altro aspetto psicologicamente rilevante del canto V è come Dante, poeta dell'amore cortese, riesca a descrivere con puntualità l'evoluzione dell'amore. Parola che apre anaforicamente le tre terzine più celebri e liriche del canto (vv.100-107) a rimarcare che d'amore si sono macchiati Paolo e Francesca.

 

La passione tra Paolo e Francesca è narrata, soltanto da lei,in tutta quella che è l'evoluzione della passione amorosa, da quello che pare un bacio a stampo, scoccato “tutto tremante” per un'attrazione fisica (v.101): “la bella persona", come si evince dalla terzina:
 

“Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende”

 

Poi è descritto il passaggio attraverso tutte le fasi dell'innamoramento (il “disio” è evocato più volte,  “i dolci sospiri”, la “condizione letteraria del peccato, con tutte le emozioni che scatena la lettura della lettura amorosa, fino alla passione peccaminosa ineffabile, eppure detto nella terzina più bella commovente e indimenticabile di tutta la Commedia: 
 

“la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”
.

 

I versi che chiudono il canto “E caddi come corpo morto cade” richiamano l'idea di fondo dell'Inferno secondo cui i dannati dell'Inferno sono una parte in cui Dante stesso si scompone

 

Ode ai dipinti di Paolo e Francesca

La storia di Paolo e Francesca, eternata nella Divina Commedia è la più celebre. Tanti pittori l'hanno ricostruita così come tramandata dal Sommo poeta. In particolare, c'è un altro Dante, il preraffaellita Dante Gabriele Rossetti che, per non perdere il gusto del racconto della cronaca dei fatti, realizza un trittico che gli permette di raccontare nel primo quadro il bacio tutto tremante provocato dalla lettura del ciclo provenzale in cui i cognati leggono dell'amore di Lancillotto e Ginevra favorito dal siniscalco Galehaut su un tomo che lega le gambe di lui a quelle di lei.

 

Nel terzo la vita terrena è abbandonata per il volo eterno nella bufera introdotto da Virgilio che, nel riquadro centrale, forte stringe la mano di quel Dante, quasi a trattenerlo dall'errore, vedendolo troppo coinvolto. Ed è lo stare stretti vicini, quasi appiccicati quello che caratterizza tutte coppie di Rossetti, che era figlio del poeta e critico letterario Gabriele, esiliato dall'Italia perché carbonaro. E pure il pittore, come il poeta cerca di depenalizzare il contrappasso dei cognati amanti, sottraendoli dalla forza della bufera che deve tormentarli, inclinandoli leggermente alla pioggia fatta di goccioloni grassi, ma affatto lesive le “belle persone”

 

L'opera potete vederla qui

 

È l'idea poeticamente declamata da John Keats della capacità di eternare dell'arte lirica, come pittorica, di Dante Alighieri, come di Dante Gabriele Rossetti:
 

 

“E tu, amante audace, non potrai mai baciare
Lei che ti è così vicino; ma non lamentarti
Se la gioia ti sfugge: lei non potrà mai fuggire,
E tu l'amerai per sempre, per sempre così bella”
.

 

Il piacere del racconto appartiene anche a Gaetano Previati che la trama del racconto la recupera tornando due volte sul soggetto Paolo e Francesca: nel 1887 getta lui morto su lei pallida di morte, ma a differenza degli altri coglie il momento per Dante ineffabile e nella stretta dei due amanti cognati sempre ritratti uno attaccato all'altro, aggiunge la presenza dell'assassino, che eppure è escluso, ma presente con la spada trafitta tra le scapole di lui.

 

E torna nel 1909 sullo stesso soggetto stavolta ritraendoli in volo nell'Inferno, ma non li depenalizza, anzi la sua tipica stesura ad ampie e tangibili pennellate di cui si può individuare persino l'andatura, li tormenta con ferocia e  inclemenza.

 

L'opera potete vederla qui.

 

Fonti

Note

  • (I) Robinson la Repubblica, 24 diembre 2020. Stafano Massini, Inferno. Viaggio al termine della notte, p.6
  • (II) John Keats, Ode su un'urna greca,1819