La nostra infanzia ci salverà? Risponde Silvia Vegetti Finzi

Quanto ci è stato negato da bambini risuona nella nostra vita come un ostacolo alla felicità. Ecco come ribaltare, secondo la psicologa clinica, questa prospettiva.

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©Claudio Lucca

Che “nessuno si salvi da solo” è per Silvia Vegetti Finzi una verità assodata, persino semplice. Eppure tu senti le vertigini perché qui vacilla la società dell’ego a cui tu sei completamente aggrappato.

 

Silvia Vegetti Finzi è psicologa clinica, accademica e scrittrice nota al grande pubblico per il suo contributo volto ad aiutare nonni e genitori nell’impresa educativa dei figli di oggi.

 

Con “Una bambina senza stella”, edito da Rizzoli, l’autrice si siede al nostro fianco e ci racconta una storia. La sua. Niente consigli a suggerire un corretto approccio. Ma la testimonianza: i ragazzini ce la possono fare perché esistono “risorse segrete dell’infanzia per superare le difficoltà della vita” e noi adulti possiamo sforzarci di ricordare che cosa siamo stati capaci di fare un tempo. Nessuno si salva da solo, ma la vicenda degli altri – anche letta su un libro - può parlare alla nostra.  

 

L’infanzia di questa bimba è trascorsa lontano dai genitori in un paesino della bassa padana fino al ricongiungimento con la madre e il fratello, a 5 anni, con cui si trasferirà nel bresciano. Il suo tempo è quello delle Leggi razziali in cui sarà persecuzione per il ramo paterno, ma anche periodo di ingiustizie per i “mezzosangue” come lei, figlia di padre ebreo e madre cattolica. Lui scamperà alla Shoah e riabbraccerà la figlia soltanto a guerra terminata. 

 

Siamo stati tutti bambini "problematici". Quanto incidono le sfide dell’infanzia sul nostro approccio al presente e al futuro?

Noi siamo costruiti nelle nostre esperienze e la psicoanalisi ci insegna che le esperienze infantili sono determinanti. “Siamo i figli del bambino” dice Piaget: i bambini sono i padri degli adulti perché sono stati il primo mattone che li ha costruiti.  

 

L'infanzia è decisiva e per questo non può essere un fiore di serra, occorre che cresca nella libertà e nell’autonomia dove ciascuno, a suo modo, costruisce la sua personalità e la sua storia senza imposizioni autoritarie. Non siamo polli di batteria. Siamo metà cultura e metà natura, metà spontaneità è metà eredità: a seconda dell'ambiente in cui un bambino cresce apprenderà valori ma ci metterà del suo, il suo talento e le sue capacità. 

 

Un patrimonio unico che la scuola rischia di annullare nel tentativo di formare alunni omologati: studiare “da pagina a pagina” richiedendo quanto è stato letto non sollecita gli aspetti originali dell’individuo, le intelligenze selvatiche. Non si dovrebbe chiedere sempre il massimo di prestazione nel minor tempo possibile ma lasciare che sboccino i 100 fiori. 

 

Com’è l’infanzia in Italia di questi anni? Quali difficoltà Lei vede?

I bambini di oggi sono la generazione del troppo. Di solito, salvo casi estremi e non rappresentativi, i ragazzini hanno troppo di tutto, di giochi come di attenzioni dagli adulti. 

 

Sono bambini monitorizzati dalla mattina alla sera: accompagnati a scuola, passano sotto gli occhi degli educatori e poi degli istruttori quando fanno sport o dove trascorrono il cosiddetto “tempo libero”. Quello che manca è il “tempo vuoto”, da spendere come meglio si crede, sprecandolo magari: questo tempo è una riserva di creatività e fantasia che invece è soffocato da comandi e richieste e dove manca l’autonomia, la prima richiesta educativa di Maria Montessori.

 

Confrontiamo questa generazione con quella precedente, quella del troppo poco: quella generazione aveva possibilità di contribuire in modo autonomo alla propria identità, aveva spazi in cui giocare al di fuori delle regole degli adulti e i giochi tradizionali (nascondino, palla avvelenata, campana, saltare a corda) venivano trasmessi da bambino a bambino e non proposti dagli adulti. Questa possibilità di autocreazione era appresa anche dalle esperienze negative, dagli sbagli e dagli scontri con gli altri. 

 

Oggi i conflitti tra bambini sono mediati dagli adulti, questi bambini non sbagliano più e sono troppo buoni, eppure si procede anche per prove ed errori. Gli adulti dovrebbero aprire queste gabbie dorate - perché non mancano di nulla - in cui vivono rinchiusi i loro piccoli. 

 

Perché “il dolore infantile non cade mai in prescrizione”?

Tutte le nostre esperienze rimangono dentro di noi, nulla va perduto e certe situazioni molto precoci, anche se non sono ricordate, rimangono in quella che chiamiamo la mente profonda e da questo luogo del profondo ci condizionano. 

 

Possiamo, ad esempio, avere un carattere pauroso e aver dimenticato le paure che ci hanno condizionato e che pure agiscono ancora dopo molti anni a nostra insaputa. I dolori degli adulti devono fare i conti con l'nfanzia: in psicoanalisi l'anamnesi, il ritorno al passato, è un percorso essenziale: recuperare per quanto possibile il passato è narrarlo, è dargli parola, immagine. 

 

Condividerlo è il cuore stesso della terapia psicanalitica: è tutto un andare verso il passato per poi tornare verso il futuro, anche quando non si riesce a fermare la mente in un momento preciso.

 

La psicanalisi più attuale e moderna lavora sulle emozioni aiutando il paziente a esprimere le emozioni accumulate dentro di sé anche quando non sa rappresentarne la causa. Antonino Ferro, esperto della Psicanalisi delle emozioni, insegna ai giovani a non trasformare tutto in dialogo lasciando che qualcosa si esprima in forme diverse - disegno, musica, fumetto -: forme imprevedibili che possano dare espressione alle emozioni bloccate. 

 

Per dialogo, infatti, intendiamo non troppo strettamente quello verbale, ma quello gestuale, mimico, l'intensità emotiva possono comunicare molto senza il bisogno di trasformare tutto in linguaggio. Ogni parte del nostro corpo e della nostra mente è sempre un dialogo e un bel libro che suggerisco si chiama "Noi siamo un colloquio". 

 

E’ vero che “Comprendiamo solo ciò che condividiamo”?

Le emozioni, per essere davvero comprese, devono essere condivise. Dobbiamo vedere che un altro ci comprende, che le prende dentro di sé e ci aiuta a elaborarle. Abbiamo bisogno tutti di attenzione, di relazione. Nessuno si salva da solo. 

 

I nostri traumi non siamo in grado di elaborarli da soli se non con l'aiuto dell’altro attraverso un rispecchiamento reciproco.  Per altro intendo colui che si rende disponibile ad accoglierci dentro di sé. Non sono tante le persone disposte a entrare in risonanza con noi: può bastare una persona sola per salvare una vita allo sbaraglio o disperata, una persona disposta ad accoglierla per salvarla.

 

La cosa peggiore è la disattenzione e la trascuratezza. Un bambino ha bisogno che un adulto dica “tu esiti e tu vali”. Siamo tutti quanti assetati di riconoscimento e l’attenzione è la cosa più importante, sentire che per una persona siamo qualcuno. Abbiamo bisogno di sentirci che siamo qualcuno per qualcuno. L'anonimato ci uccide.

 

In questa società individualista e massificante domina l'io, ma è anche vero che non siamo mai soli, siamo sempre parte di una massa dove manca completamente la solitudine felice. Quella in cui siamo soli ma sappiamo che c'è qualcuno che sa che noi esistiamo e ci sentiamo degni e importanti per altri anche quando questi non sono vicini. 

 

Lei ha vissuto un’infanzia particolarissima: figlia di un ebreo nell’Europa nazista e fascista. Ogni contesto storico può produrre sfide per l’identità?

Oggi viviamo in una società globalizzata, ma per certi versi sempre più frammentata. Inimicizie tra un quartiere e l'altro, emarginazione, incomprensione, persecuzione sono sentimenti che facilmente vengono provati da tutti. 

 

In particolare, sono dinnanzi ai nostri occhi i bambini migranti in un contesto sconosciuto, diverso e pieno di sospetti. Il tentativo della mente umana di buttare gli aspetti negativi fuori da sé su un altro è universale, portato al parossismo dal nazismo. Ma già all'asilo, ad esempio, la classe dei rossi è nemica della classe dei blu.

 

Le celebrazioni del Giorno della memoria che si riferivano a un lontano passato hanno finito per coincidere con alcune osservazioni sul presente. Liliana Segre non ha voluto solo la commemorazione delle vittime ebraiche, ma ha voluto fossero ricordate tutte le vittime dell'odio.

 

Pensando al passato si giunge a capire il presente e prefigurare il futuro. Più parole si danno alla verità e più la si aiuta. E questo vale anche per l’informazione: c’è un’impazienza per cui si preferisce pensare all'immediato ricorrendo a stereotipi e anche dando informazioni false - basti pensare alle tanto citate “ondate di migranti” - mentre dare notizie reali e parole vere potrebbe servire a tutti. 

 

La sua vita è costellata di riconoscimenti ed esperienze certamente preziose. Ma da questo libro si evince che qualcosa è irrisolto.

Sentivo che quella bambina aveva subito una grande ingiustizia, una ingiustizia storica presentata anche ai mezzosangue, persone che non appartenevano alla comunità ebraica, una imputazione che trovavo incomprensibile perché andavo dalle suore, ero stata battezzata, non portavo la stella di Davide. Non sentivo mia questa storia dove ritenevo mi fosse stata fatta una imputazione assurda.

 

Ancora, in questo libro racconto di una non mamma. Soltanto perché si ha dei figli si è portati a pensare che si è di fronte a una buona mamma. Ma non tutte le mamme sono materne. Senza colpevolizzarla, volevo esprimere come la mia sia stata una non mamma. E questo per andare contro all'idealizzazione della figura femminile materna che sembra
sempre e comunque il massimo della perfezione.

 

Anche la mamma è una persona e come tale può avere delle mancanze. Con questo vorrei imparassimo a relativizzare gli ideali. L'ideale può diventare persecutorio, non esiste e non è raggiungibile per definizione. Gli ideali possono essere formulati tenendo ben chiaro che nessuno li realizza. 

 

Non c’è niente di peggio di una mamma che vuole essere perfetta
perché dimentica che ogni bambino ha del suo, ha un patrimonio di risorse. E le può realizzare.