Cambiare lavoro

I contratti precari impongo frequenti cambiamenti di lavoro. Un dramma ed un calvario esistenziale per migliaia di persone

Cambiare lavoro

“Il lavoro non mi piace, non piace a nessuno, ma a me piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi”. Questo aforisma di Joseph Conrad riportato su Facebook indica uno dei principali motivi che spingono una persona a cambiare lavoro: il non amore per un determinato impiego. 

 

Cambiare lavoro, in questo caso, rappresenta un desiderio legittimo, ma può anche essere un calvario specie quando diventa un percorso obbligato e causato da eventi e situazioni esterne non facilmente controllabili come la chiusura di un’azienda, il licenziamento o il mancato rinnovo di un contratto di lavoro a termine. Proprio in questi contesti il cambiamento lavorativo diviene una necessità reiterata e coattiva.

 

Quando il cambiamento assume  dei connotati così tragici e drammatici si entra nella cosiddetta spirale del precariato, mascherata con l’eufemismo della “flessibilità”. La flessibilità ha dato vita a tutta una serie di contratti di lavoro che sottintendono, spesso, una durata molto breve e nessuna possibilità di rinnovo; il termine flessibile indica, semplicemente, la capacità di adattamento a situazioni, anche lavorative, tra loro sempre più varie e diverse

 

Quando si  è costretti a cambiare lavoro per colpa di un contratto di lavoro flessibile, la maggiore flessibilità deve stare tutta dalla parte del lavoratore, intendendola come l’elevata capacità di adattamento alla nuova situazione ed una maggiore resistenza allo stress generato dalla ricerca di un nuovo lavoro. Se questa esperienza si ripete, allora il cambiamento rischia di trasformarsi in uno status esistenziale in grado di creare gravi disagi economici ed emotivi come avverte uno studio degli esperti dell’Unione Europea.

 

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La flessibilità che costringe a cambiare lavoro: i dati

Secondo gli ultimi dati i lavoratori precari in Italia sarebbero circa 3 milioni. Un’indagine conoscitiva dell’Istat realizzata nel 2006 evidenziava che i  contratti a termine nel lavoro dipendente erano  il 13% contro il 34,4% della Spagna. Il lavoro dipendente a tempo determinato,   sempre secondo i dati Istat del periodo in esame,  riguardava il 40% dei giovani di età compresa tra i 15 ed i 24 anni, contro  quasi il 67% degli spagnoli nella stessa fascia età. Verrebbe da dire che, in fondo, c’è sempre chi sta peggio. Ma il dato non consola.

 

Un’indagine successiva realizzata dall’Ufficio Studi Cgia di Mestre avrebbe, infatti, rilevato che il numero di lavoratori senza un contratto di lavoro a tempo indeterminato sarebbe pari al 16,3% del totale degli occupati.  Sempre dallo studio della Cgia di Mestre si potrebbe dedurre che le assunzioni precarie sarebbero aumentare di 5 volte rispetto alle assunzioni a tempo indeterminato. Tra le forme contrattuali prese in esame dallo studio dell’Associazione rientrano i contratti di lavoro dipendente a tempo indeterminato, le collaborazioni, le prestazioni occasionali  ed i titolari di Partita Iva che lavorano con vincoli di subordinazione. 

 

Per affrontare l’impatto con una simile realtà lavorativa  bisogna imparare a contrattare sulla base della propria esperienza professionale, accettando contratti flessibili, ma più pagati. Se le cose non dovessero cambiare, l’idea di migliorare la propria posizione lavorativa dovrebbe prevedere anche cambiamenti più impegnativi, come il trasferimento all’estero.

 

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