Guardarsi negli occhi: che effetto fa?

Essere guardati fissi negli occhi oltre un certo tempo vi mette a disagio e tendete a distogliere lo sguardo? E se invece così non fosse? Guardarsi a lungo negli occhi potrebbe provocare effetti molto particolari fino a veri e propri stati alterati di coscienza

Guardarsi negli occhi: che effetto fa?

Solitamente accade di guardarsi negli occhi con una persona con cui si condivide una forte intimità o in una situazione di particolare coinvolgimento relazionale e interpersonale. Tuttavia, passati alcuni istanti, generalmente si tende a interrompere tale contatto.

Per non parlare dei perfetti estranei: fissare insistentemente uno sconosciuto è generalmente interpretato come gesto di scortesia o come comportamento aggressivo e minaccioso.

E se invece si prolungasse questo contatto oculare vis a vis? A quanto pare gli effetti non tarderebbero a farsi sentire: secondo uno studio, si possono sperimentare dispercezioni visive o spazio-temporali, stati alterati di coscienza fino a veri e propri stati dissociativi.

 

Guardarsi negli occhi

Ognuno di noi, in base all’immagine corporea – cioè al vissuto soggettivo del proprio corpo – al grado di intimità o di formalità delle relazioni interpersonali e ad una serie di norme e convenzioni sociali, accorda agli altri uno spazio – più o meno distante dalla propria superficie corporea – che determina la distanza interpersonale entro la quale possono avvenire i diversi scambi interattivi.

Dunque, anche col linguaggio del corpo, calibriamo la distanza dal nostro interlocutore per poter interagire con lui senza sentirci invasi nel nostro spazio personale.

Il contatto oculare gioca in parte un ruolo analogo: guardarsi a lungo negli occhi fa parte solitamente di relazioni intime ed emotivamente coinvolgenti e risulta in ogni caso  estremamente delicato e complesso per i partecipanti.

Ci sentiamo, infatti, più direttamente “esposti” allo sguardo dell’altro, più vulnerabili incarnando il vecchio detto che gli occhi sarebbero lo specchio dell’anima.

 

Il linguaggio del corpo che determina l'identità

 

Uno studio made in Italy

A quanto pare guardarsi negli occhi mette realmente le persone in uno stato di forte vulnerabilità psicologica, accordandosi in tal senso al detto popolare.

Lo ha evidenziato uno studio sperimentale pubblicato nel 2010 sulla rivista Psychiatry Research a cura di Giovanni Caputo dell’Università di Urbino.

Uno studio made in Italy dunque che ha rilevato come guardarsi negli occhi per un tempo prolungato possa dare luogo a fenomeni di distorsione spazio-temporale e dispercezione sensoriale, stati alterati di coscienza fino a veri e propri stati dissociativi.

Per lo studio sono stati reclutati due gruppi di 20 soggetti ciascuno: un gruppo sperimentale e un gruppo di controllo. Ad entrambi i gruppi è stato detto che l’esperimento riguardava lo studio della meditazione ad occhi aperti, dopo di che i soggetti sono stati messi a coppie, per circa 10 minuti, in una stanza in penombra. Le coppie del gruppo di controllo dovevano semplicemente osservare il muro bianco. Quelle del gruppo sperimentale dovevano invece guardarsi negli occhi per tutto il tempo.

 

Distorsioni e alterazioni di coscienza

Ebbene: 10 minuti, se si è farmi in una stanza in penombra a guardarsi negli occhi con un perfetto estraneo, possono sembrare un’eternità e dar luogo a fenomeni quanto meno inaspettati:  una porzione significativa dei soggetti – a differenza del gruppo di controllo – ha riferito di aver vissuto significative alterazioni dello scorrere del tempo, del contatto spazio-temporale e del contorno del volto del compagno.

Tali reazioni, secondo i ricercatori, sarebbero dovute ad un alterato stato di coscienza indotto dalla situazione sperimentale. Alcuni avrebbero sperimentato addirittura veri e propri fenomeni dissociativi: un meccanismo di difesa psicologico tale per cui, per allontanarsi da una situazione eccessivamente traumatica o stressante, si perde il contatto con la realtà circostante o col proprio corpo fino ad estraniarsi dall’evento in questione vivendolo come irreale e distaccato da sé.

Sarebbe a seguito del ritorno alla realtà, dopo tali stati dissociativi (naturalmente temporanei e completamente reversibili) che i soggetti avrebbero più facilmente sperimentato una distorsione percettiva del volto dell’altro proiettando su di esso immagini di amici o parenti, immagini archetipali (cioè simbolicamente significative per la psiche di tutti noi come quella della strega), o tratti del proprio stesso volto.

 

Un gioco di proiezioni delle proprie immagini interne

I risultati dello studio in questione non devono turbare né stupire oltre il necessario: abbiamo detto come l’esperienza di essere “guardati dentro” – che è quella che si vive a guardarsi degli occhi – possa dar luogo a profondo turbamento, sia nelle relazioni intime che con estranei, sebbene in misura differente a seconda di quanto siamo in grado di riconoscere e gestire le emozioni che l’altro ci evoca e di come siamo in grado di costruire e vivere un’intimità affettiva.

L’aspetto interessante riguarda proprio i soggetti reclutati per l’esperimento: tutte persone che erano fra loro dei perfetti estranei. In questo caso dunque, in maniera molto più evidente di quanto avvenga con persone familiari, l’altro sembra sia stato vissuto come intrusivo a tal punto da essere indotti, in alcuni casi, ad estraniarsi dalla situazione.

Ma c’è di più: sul volto “anonimo” dell’altro sono stati più facilmente proiettati aspetti significativi della propria psiche in maniera non molto dissimile da quanto avviene durante un test proiettivo in cui si reinterpretano forme poco strutturate (come del resto risultava essere la penombra della situazione sperimentale), secondo le immagini e i significati della propria personalità.

 

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