DCA e algoritmi: quando i social media rinforzano i comportamenti alimentari disfunzionali

Come gli algoritmi di raccomandazione possono rinforzare i comportamenti alimentari disfunzionali e l'importanza di costruire un ambiente online meno invasivo

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I social media non mostrano semplicemente contenuti scelti in ordine cronologico. Le piattaforme osservano ciò su cui ci soffermiamo, le ricerche, i like, i salvataggi e i video rivisti, per poi proporre materiali simili. Questo sistema può rendere l’esperienza più interessante, ma crea anche un rischio: un momento di curiosità o vulnerabilità può trasformarsi rapidamente in un flusso continuo di messaggi su peso, diete e controllo del corpo.
Nel caso dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, non è corretto attribuire agli algoritmi una causa unica. I DCA dipendono da fattori biologici, psicologici, familiari e sociali. Gli ambienti digitali possono però agire come amplificatori, rinforzando confronti, regole rigide e comportamenti già presenti oppure facilitando l’esposizione ripetuta a contenuti potenzialmente dannosi.
Quando l’uso dei social si accompagna a restrizione alimentare, ansia legata al peso, isolamento, esercizio compulsivo o forte insoddisfazione corporea, è importante non ridurre il problema a una semplice questione di tempo trascorso davanti allo schermo. Il Centro Lilac specializzato in disturbi alimentari può rappresentare un punto di riferimento per approfondire i segnali osservati e orientarsi verso un percorso di valutazione e cura adeguato alle esigenze della persona.
 

Come funziona il rinforzo algoritmico

Un algoritmo di raccomandazione mira a mantenere l’utente sulla piattaforma. Se una persona guarda fino alla fine un video su una dieta, apre i commenti o visita il profilo dell’autore, il sistema può interpretare quelle azioni come una manifestazione di interesse. Non distingue necessariamente tra attrazione, disagio o ricerca di informazioni per aiutare qualcuno.
La ripetizione produce un effetto di normalizzazione. Comportamenti estremi possono apparire diffusi e accettabili quando vengono mostrati di continuo. Il contenuto non deve dichiararsi apertamente favorevole ai DCA: può presentarsi come “benessere”, disciplina, trasformazione fisica o routine alimentare. La forma apparentemente positiva non elimina il possibile impatto di messaggi basati sulla paura del peso e sulla svalutazione di determinati alimenti.
Comprendere la relazione tra disturbi alimentari e social media aiuta a distinguere l’uso generale delle piattaforme dai meccanismi specifici che possono aumentare il rischio: confronto costante sull’aspetto fisico, idealizzazione di corpi irrealistici, comunità che rinforzano i sintomi e accesso a consigli privi di controllo scientifico.
 

Dalla personalizzazione alla “camera dell’eco”

La personalizzazione restringe progressivamente il campo dei contenuti visualizzati. Una persona che interagisce con video sul dimagrimento può ricevere materiali sempre più specifici: conteggio calorico, allenamento compensatorio, digiuno, trasformazioni prima e dopo. La piattaforma costruisce così una camera dell’eco, nella quale una stessa visione del corpo viene ripetuta e raramente contraddetta.
Uno studio sperimentale pubblicato nel 2024 ha confrontato il feed TikTok di utenti con e senza sintomi di disturbo alimentare. I risultati hanno fornito evidenze preliminari sul fatto che la personalizzazione algoritmica possa esporre maggiormente le persone vulnerabili a contenuti associati ai DCA. Il lavoro è consultabile su PubMed e gli autori precisano che sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere pienamente il rapporto tra algoritmo, comportamento dell’utente e sintomi.
Il problema non riguarda soltanto i contenuti cercati deliberatamente. Un video visualizzato per curiosità può produrre una catena di raccomandazioni sempre più specifiche. Quando il sistema propone ripetutamente gli stessi messaggi, l’utente può avere l’impressione che determinate convinzioni sul corpo e sull’alimentazione siano condivise da tutti.
 

Diet culture travestita da salute

Molti contenuti non parlano esplicitamente di perdita di peso, ma classificano gli alimenti come puliti, tossici, concessi o proibiti. Promettono controllo, produttività e valore personale attraverso la disciplina alimentare. La diet culture, o cultura della dieta, collega così la moralità alle scelte alimentari e presenta la magrezza come prova di salute, successo e autocontrollo.
Questa impostazione può essere particolarmente rischiosa per gli adolescenti, che stanno costruendo identità, autostima e rapporto con il corpo. I contenuti ricevono autorità dal numero di visualizzazioni, non dalla qualità delle fonti. Un messaggio ripetuto da molti creator può sembrare scientifico anche quando si basa soltanto su testimonianze personali o informazioni distorte.
Il linguaggio utilizzato può rendere difficile riconoscere i contenuti problematici. Espressioni come “stile di vita sano”, “disciplina” o “trasformazione” possono nascondere regole rigide, paura di alcuni alimenti e comportamenti compensatori. Non ogni contenuto dedicato al benessere è dannoso, ma occorre osservare quali emozioni e quali comportamenti produce.
 

Confronto sociale e immagine corporea

Le piattaforme favoriscono un confronto continuo con immagini selezionate e spesso modificate. Il confronto non riguarda soltanto il risultato finale, ma anche routine, pasti, allenamenti e apparente produttività. La persona può arrivare a valutare la propria giornata in base alla capacità di replicare standard costruiti per ottenere attenzione.
L’advisory dell’American Psychological Association invita a considerare la maturità, la capacità di autoregolazione e le caratteristiche delle piattaforme. Funzioni come raccomandazioni, like, notifiche e scorrimento infinito non sono neutre, soprattutto nelle prime fasi dell’adolescenza. La supervisione adulta non dovrebbe limitarsi al tempo trascorso online, ma includere un dialogo sui contenuti visualizzati e sulle emozioni che generano.
Crescita-Personale.it ha approfondito il rapporto tra Instagram, autostima e salute mentale delle adolescenti. Il tema è rilevante perché l’impatto dipende spesso dall’attività svolta: osservare immagini centrate sull’aspetto, cercare approvazione e confrontarsi può avere effetti diversi rispetto all’utilizzo dei social per mantenere relazioni o accedere a comunità di supporto.
Anche la frequenza del confronto è importante. Nella vita quotidiana il confronto con gli altri può essere occasionale, mentre sui social può diventare continuo. Ogni accesso alla piattaforma espone a corpi, abitudini e risultati selezionati, creando l’impressione di uno standard diffuso e facilmente raggiungibile.
 

Quando l’interazione diventa un segnale

Alcuni comportamenti digitali possono indicare una maggiore vulnerabilità: seguire numerosi profili dedicati al dimagrimento, salvare contenuti sulla restrizione, cercare rassicurazioni sul proprio corpo, pubblicare immagini per controllare i commenti o utilizzare applicazioni per monitorare in modo ossessivo alimentazione e attività fisica.
Nessuno di questi elementi, considerato isolatamente, permette di diagnosticare un disturbo alimentare. La combinazione con cambiamenti nelle abitudini alimentari, ansia, isolamento e crescente rigidità merita però attenzione.
È utile osservare anche l’effetto prodotto dopo l’utilizzo dei social. La persona si sente informata e connessa oppure inadeguata, agitata e spinta a modificare il proprio comportamento alimentare? Questa domanda può essere più significativa del semplice conteggio dei minuti trascorsi online.
Il documento del Surgeon General statunitense su social media e salute mentale giovanile sottolinea che benefici e rischi dipendono dal tipo di contenuto, dalle modalità di utilizzo e dalle vulnerabilità individuali. Non esiste quindi una quantità di tempo universalmente sicura o dannosa, separata da ciò che viene guardato e dal modo in cui viene vissuto.
 

Strategie di protezione digitale

Interrompere il rinforzo algoritmico è possibile, anche se richiede intenzionalità. Smettere di seguire i profili che generano confronto, utilizzare le funzioni “non mi interessa”, cancellare la cronologia delle ricerche e cercare attivamente contenuti differenti modifica progressivamente i segnali inviati alla piattaforma.
Può inoltre essere utile disattivare le notifiche e stabilire momenti della giornata senza feed personalizzati. Le piattaforme tendono infatti a richiamare continuamente l’attenzione, rendendo più difficile riconoscere quando l’utilizzo non è più intenzionale ma automatico.
Non è necessario sostituire un controllo con un altro. L’obiettivo è creare un ambiente digitale meno invasivo, non raggiungere una forma impossibile di purezza. I familiari possono affrontare il tema senza ricorrere a una sorveglianza punitiva, chiedendo quali contenuti compaiono e come fanno sentire. Una conversazione curiosa e non giudicante è spesso più efficace di una proibizione che spinge a nascondere l’utilizzo.
Crescita-Personale.it ricorda, nell’articolo sulla costruzione dell’immagine corporea nell’adolescente, che il modo in cui gli altri reagiscono ai cambiamenti corporei contribuisce alla rappresentazione di sé. Oggi quegli “altri” includono anche le comunità digitali e i sistemi automatizzati che selezionano ciò che viene visualizzato.
 

Responsabilità individuale e responsabilità delle piattaforme

La protezione non può ricadere soltanto sull’utente. Le piattaforme possono limitare la raccomandazione di contenuti favorevoli ai DCA, offrire collegamenti a risorse affidabili, rendere più trasparenti i criteri di personalizzazione e consentire l’accesso ai dati per la ricerca indipendente.
Anche creator e professionisti hanno una responsabilità nel dichiarare competenze e fonti. Il fatto che una persona abbia un grande seguito non dimostra che le informazioni condivise siano scientificamente corrette. Nei contenuti dedicati alla salute, la distinzione tra esperienza personale e indicazione professionale dovrebbe essere sempre chiara.
Gli algoritmi non hanno intenzioni cliniche, ma producono effetti reali. La relazione tra vulnerabilità personale e ambiente digitale è dinamica: ciò che viene cercato modella il feed e il feed può, a sua volta, influenzare ciò che viene pensato, desiderato e ripetuto.
Riconoscere questo circuito permette di intervenire senza colpevolizzare la persona. Quando i social rinforzano comportamenti alimentari disfunzionali, la risposta non può essere semplicemente “spegni il telefono”, ma deve comprendere supporto, alfabetizzazione digitale e accesso tempestivo a professionisti specializzati.