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LAVORARE IN TEAM: CHI SONO I TOP PERFOMER E PERCHÈ SONO "PERICOLOSI"

Una ricerca mette in luce come a essere “i migliori” non sempre ci si guadagni, anzi. I cosiddetti Top Perfomer potrebbero essere ostracizzati e in vario modo puniti o discriminati nel lavorare in team. Tutta colpa dell’invidia?

Chi sono i Top Performer? Sono “semplicemente” i migliori, coloro che ottengono più successo nel loro campo, quelli destinati ad eccellere e a “oscurare” tutti gli altri. Una fortunata combinazione di talento, duro lavoro e forse un pizzico di buona sorte. Una recente ricerca suggerisce però che la loro posizione non sia in tutto e per tutto così “rosea”, soprattutto quando si tratta di lavorare in team: ad essere i migliori, a quanto pare, si rischia anche di farsi molti nemici

 

I Top Performer e il confronto svantaggioso

Disagio, invidia, paura… Queste e altre emozioni, provate quando ci rapportiamo a qualcuno “migliore” di noi, sostanzierebbero quell’esperienza piuttosto nota come confronto sociale svantaggioso, ovvero la mortificazione o lo scoraggiamento provati per se stessi quando ci si raffronta con un’altra persona che incarna un ideale di successo percepito come troppo distante da noi e quindi irraggiungibile.

Un conto è che ognuno abbia i propri “dei dell’olimpo” in un mondo realmente separato, come può essere quello del cinema, della letteratura o dello spettacolo. Altra questione è se, nella realtà più quotidiana del lavorare in team, ci si raffronta con colleghi o persone del proprio stesso campo che risultano analogamente “inarrivabili”. In questo caso il successo altrui, invece di essere di ispirazione (per sogni, desideri, progetti di vario tipo), sembra possa diventare un potente freno verso il basso scoraggiando e facendo sentire sminuiti gli altri.

E sarebbe proprio per arginare questa sensazione di “essere da meno” che, nel lavorare in team, i colleghi “ordinari” potrebbero fare fronte comune manifestando ostilità e distacco verso colui o colei che sarebbe “colpevole”, con la propria bravura, di gettare in cattiva luce tutti gli altri.

Non ci spiegheremmo sennò come mai, per esempio, nelle fabbriche l’elevata produttività di alcuni operai venga mal vista, punita e scoraggiata da tutti gli altri…

 

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Per lavorare in team si deve essere tutti “uguali”?

Fornisce una conferma di quanto sopra, una ricerca condotta nel 2010 da Francesca Gino e Lamar Pierce secondo la quale gli ispettori incaricati di eseguire i test sulle emissioni delle auto, tenderebbero più facilmente a “chiudere un occhio” nei confronti degli automobilisti con mezzi finanziari più modesti, affini ai propri. Sarebbero invece più intransigenti proprio verso coloro che, con un auto di lusso, denotano ricchezza e successo finanziario. Una sorta di “Robin Hood” dei tempi moderni o un’invidia mal celata?

Si è posta questa domanda Elizabeth Campbell, che ha condotto una ricerca promossa dall’Università del Minnesota proprio con l’intento di esplorare il ruolo dell’invidia fra colleghi nelle interazioni con coloro che avevano prestazioni sopra la media (i Top Performer appunto). Per l’indagine sono stati coinvolti 350 stilisti operanti in 105 saloni di Taiwan, contesti dove i professionisti sono chiamati sia a lavorare individualmente, che a lavorare in team.

I risultati sembrano avvalorare la tesi dell’invidia: a correre il più alto rischio di essere discriminati e ostracizzati erano proprio i colleghi più capaci e dal rendimento più alto e questo avveniva soprattutto in quei contesti in cui il lavoro di gruppo e il supporto fra pari era più accentuato! Qualcosa di simile avveniva anche i un gruppo di commercialisti: i Top Performer erano puntualmente ostracizzati a meno che… non risultasse nel proprio interesse appoggiarli!

 

Competizione o cooperazione?

Sembra, dunque, che là dove in un contesto lavorativo o professionale si manifesti un Top Performer o comunque qualcuno in grado di fornire prestazioni sopra la media, gli altri colleghi, nel lavorare in team, tendano a percepirlo come un “nemico” contro cui fare fronte comune al fine di non essere messi in cattiva luce.

Certo, si dirà, anche i Top Performer avranno la propria responsabilità nel fenomeno in questione. In ogni caso però, l’eccellenza sembra venir tradotta come un gioco a somma zero dove “mors tua vita mea”, in cui il successo e la riuscita dell’altro toglie automaticamente qualcosa a me

In un simile punto di vista sembra mancare del tutto una visione di contesto, una consapevolezza di lavorare per una causa, obiettivo o interesse comune e, soprattutto, l’incapacità di trarre spunto dall’operato altrui per coltivare le proprie personali “eccellenze” (ognuno di noi ha un suo talento che non dovrebbe mai andare sprecato).

Quanto fenomeni di questi tipo sono avallati inconsapevolmente da cattive gestioni aziendali, pessime gestioni del potere e clientelismi che portano a volte in maniera del tutto paradossale degli incompetenti ai vertici? Non lo sappiamo ancora, ci auguriamo che i ricercatori continuino a indagare questi fenomeni, perché, a ripensare a tutto questo, fenomeni come l’effetto Dunning-Kruger iniziano a risultare ancora più inquietanti…

 

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Foto: Aleksandr Davydov / 123rf.com

 

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