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KUMMERSPECK: RIFUGIARSI NEL CIBO DOPO UNA DELUSIONE AMOROSA

Il “grasso triste” o la “pancetta da afflizione”, così potremmo tradurre Kummerspeck, parola popolare della lingua tedesca che indica quell'aumento di peso dovuto a un’alimentazione emotiva a seguito di una delusione sentimentale.

“A volte pensava che sua madre volesse farla dimagrire al punto da farla svanire completamente dalla faccia della terra: il litigio più feroce (erano quasi venute alle mani) si era verificato quando una notte, dopo l’ennesima festa disastrosa nel corso della quale nessuno l’aveva invitata a ballare, sua madre l’aveva beccata a divorare un sandwich con il prosciutto nel gazebo estivo.

Fu la notte in cui sua madre, che aveva la capacità di essere offensiva in più lingue, le aveva fatto conoscere il termine tedesco Kummerspeck, per quel genere di grasso che si deposita sulle persone che usano il cibo come consolazione. Vuol dire ‘grasso triste’, le aveva detto, ‘ed è la parola che ti descrive ora’.”. (J. Gregson, Matrimonio a Bombay, 2010).

 

Kummerspeck: il grasso triste

A differenza della lingua italiana, che si concentra più sul lato emotivo e comportamentale del fenomeno (fame emotiva, fame nervosa, mangiare emotivo ecc.), la lingua tedesca ha un termine popolare che identifica specificatamente il peso in eccesso accumulato mangiando a scopi consolatori dopo una delusione sentimentale. Kummerspeck non si riferisce né ad una generica persona sovrappeso, né ad un semplice impulso a cedere alla fame emotiva e a rifugiarsi nei comfort food (l’inglese, altra lingua molto più sofisticata della nostra dal punto di vista terminologico, parla letteralmente di “cibi che coccolano”).

Kummerspeck è un termine denigratorio o profondamente empatico a seconda della prospettiva con la quale lo si vuol considerare, che fa riferimento ad un intero processo: delusione amorosa o stress emotivo, fame emotiva, mangiare compulsivo, aumento di peso. Quello che a livello popolare per la cultura tedesca sembrerebbe apparire in maniera più evidente che nella nostra è che non tutte le persone che aumentano di peso sono uguali: per alcune di loro questo accumulo di grasso è la “traduzione” concreta dei dispiaceri dell’animo, è un dolore emotivo che si rende visibile e cambia la forma del corpo.

 

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Kummerspeck: smascherare un segreto

Kummerspeck non si riferisce dunque a nessun nuovo fenomeno alimentare, identifica la fame emotiva né più né meno come già la conosciamo. Quello che cambia però è la prospettiva da cui la si può considerare. Dicevamo che un termine di questo genere, pensato almeno dalla nostra ottica culturale, sembra poter avere due valenze.

Da un lato, ed è la tesi suggerita dalla protagonista del romanzo di Gregson citato in apertura, Kummerspeck è un termine impudente, irriverente, quasi offensivo. Un conto è divorare vaschette di gelato in gran segreto dopo una delusione amorosa (vi ricordate di Bridget Jones?), un altro è essere pubblicamente “riconosciuti” nelle proprie debolezze, essere smascherati nel segreto che quello strato aggiuntivo di grasso nasconde… Un po’ come dire che se “il re è nudo” forse lo si capisce, ma l’importante è che nessuno osi dirlo pubblicamente! La madre della ragazza del romanzo pecca di evidente mancanza di tatto, non solo per il criticismo con il quale vorrebbe imporre alla figlia un certo stile alimentare. Ma anche per la evidente carenza empatica:invece di confortare la ragazza, la colpevolizza la “inchioda” lì, nella sua più grande vulnerabilità, con una parola: Kummerspeck!

 

Kummerspeck: il dolore emotivo che aspetta le parole

A ben vedere, tuttavia, il termine Kummerspeck può essere immaginato anche in un altro modo. Il fatto che una certa cultura umana possa riconoscere che l’aumento ponderale di certe persone è relativo a stress emotivi o delusioni sentimentali fa pensare ad un modo forse meno colpevolizzante e meno “razionale” di guardare alle abitudini alimentari altrui. Quel “grasso triste” forse potrebbe sciogliersi non tanto a furor di tabelle nutrizionali, diete restrittive e sessioni sulla bilancia (spesso chi mangia emotivamente ha fallito molte diete e sa perfettamente quale sarebbe il modo adeguato di mangiare), ma attraverso le parole.

Dare parole al proprio dolore è un modo per “digerirlo”, osservarlo e prenderne le distanze con più consapevolezza. Dare un nome alle proprie sofferenze emotive, identificarle a parole (rendendole così comunicabili a sé e agli altri) rende il dolore malleabile, soggetto a modificarsi nel corso del tempo, ad integrarsi variamente con altre emozioni, pensieri, comportamenti. Il “grasso triste” del Kummerspeck è il dolore che aspetta di essere messo in parole (come avviene in una psicoterapia).

 

Foto: Viacheslav Iakobchuk / 123rf.com

 

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