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LE GIUSTIFICAZIONI DEI SEX OFFENDERS

Vedono la donna come un oggetto, la ritengono responsabile perché troppo provocante o si reputano “vittime” dei propri istinti biologici: sono alcune delle “motivazioni” addotte dai sex offenders secondo uno studio della Georgia State University.

 

Gli “uomini che odiano le donne” spesso in realtà potrebbero non odiarle affatto… Potrà sembrare una provocazione ma è quanto emerso da uno studio condotto dalla Georgia State University.

Il sessismo ostile è solo una delle motivazioni che spingono un uomo a commettere una violenza sessuale. Le “giustificazioni” addotte dai sex offenders – come vengono definiti gli autori di violenza di genere – sono molto più variegate e per certi aspetti “peggiori” del semplice “odio”/ostilità verso il genere femminile.

Parliamo di uomini che non sembrano in grado di percepire la donna-vittima, come una “persona” con dei propri pensieri e sentimenti, che in sostanza non sembrano in grado di “pensare” al significato sociale, morale e psicologico delle proprie azioni. E molti sono meccanismi che in parte ritroviamo nel contesto culturale attuale, non sempre così evoluto, emancipato e “politcaly correct” come si vorrebbe.

 

I sex offenders: ostili o eccitati dalla violenza

È del 2017 la pubblicazione sulla rivista Psychology of violence di uno studio condotto sulle giustificazioni dei sex offenders. Sulla community Reddit.com venne promosso un sondaggio nel quale si chiedeva agli uomini autori di violenza sessuale di spiegare il motivo delle loro azioni e se si ritenessero pentiti di ciò che avevano fatto.

L’anonimato concesso dalla piattaforma web ha portato a ben 12.000 risposte fra le quali i ricercatori hanno potuto selezionare 6 principali categorie di risposta.

Una delle più scontate è l’odio verso il genere femminile (24%): i rispondenti che adducono questo tipo di motivazioni riconducono la propria rabbia al modo in cui sono stati trattati da altre donne in passato. Riferiscono un franco accanimento nei confronti della vittima e una certa incapacità a riconoscere il proprio comportamento come reato.

Accanto a questi, troviamo i cosiddetti sociosessuali (18%): uomini che ricorrono al sesso con partner multipli in un contesto di abuso/violenza come mezzo per ottenere l’eccitazione necessaria in contrapposizione alla “normale” sessualità consenziente vissuta come banale e noiosa.

In queste due prime categorie ricadono quelle che potrebbero sembrare le motivazioni più scontate e cioè che chi commette una violenza sessuale sia animato da un’esplicita ostilità verso le donne o da una mania sadica che renda l’abuso fisico stesso una fonte di soddisfacimento sessuale. Queste non sono però le uniche giustificazione dei sex offenders…

 

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I sex offenders: fra copioni sessuali e “colpe” biologiche

Dallo studio in questione sono emerse altre 4 categorie di motivazioni che alcuni rispondenti hanno addotto come movente delle loro condotte.

Una è quella riconducibile ai “copioni sessuali” o script di genere (ben il 37% dei rispondenti); cioè a quelle condotte attese in base a concezioni stereotipali del rapporto fra i sessi e del genere femminile: “le donne sono fatte così”. Coloro che rientrano in questa categoria giustificano la propria condotta con la difficoltà a valutare il desiderio sessuale di una donna.

Questo in base ad un assunto stereotipale per il quale le donne sarebbero culturalmente inibite dal manifestare apertamente la propria sessualità: pertanto anche un “no” vorrebbe dire “sì” e, in tal senso, questi uomini si sentirebbero in diritto di insistere e di non ritenere stupro un rapporto sessuale forzato, specie se in precedenza hanno già avuto rapporti consenzienti con la stessa partner.

Fa da contrappeso a questa la giustificazione del cosiddetto essenzialismo biologico (18%). In questo caso si cerca una via per deresponsabilizzarsi dei propri comportamenti adducendo la colpa agli “ormoni”: la pulsione sessuale biologica finirebbe così col sopraffare il maschio al di là della propria volontà. In questo caso sono gli uomini che “sono fatti così”.

 

Dai sex offenders al sessismo culturale: oggettivazione sessuale

Un'altra via per deresponsabilizzarsi degli atti commessi e quella della colpevolizzazione della vittima (29%): sarebbe la donna ad aver provocato l’approccio sessuale o con il suo atteggiamento/abbigliamento o perché ubriaca o perché non in grado di respingere esplicitamente l’aggressore. In altre parole: “se l’è cercata”. Questo tipo di giustificazioni riecheggiano in maniera preoccupante alcuni interrogatori giudiziari che hanno fatto tristemente notizia.

Sembra infine che si possa rintracciare piuttosto frequentemente nelle parole dei rispondenti un meccanismo psicologico noto come oggettivazione sessuale (18%) in parte trasversale o sovrapponibile alle giustificazioni precedenti.

La donna in questo caso non è più percepita come “persona” ma diventa solo un “oggetto” strumentale al soddisfacimento sessuale. In tali condizioni si è incapaci di provare empatia, rimorso o di contemplare il minimo senso morale poiché si disconoscono alla vittima qualità umane.

È lo stesso meccanismo psicologico alla base dei fenomeni di violenza di gruppo, di bullismo, fin anche ai crimini di guerra più efferati. Ma è anche un meccanismo piuttosto diffuso in molte pubblicità sessiste,

in molti contesti televisivi e mediatici dove il corpo della donna è strumentalizzato/esibito per vendere o fare audience. E questo permea la nostra cultura di tutti i giorni, la nostra dieta mediatica quotidiana senza che neanche ce ne rendiamo conto. E, pur ritenendoci socialmente tolleranti e all’avanguardia, scopriamo di appartenere ad una cultura tutt’altro che immune dal sessismo, seppur diffuso in forme più “benevole” e subdole di un tempo.

Questi dati confermano ancora una volta quanto la miglior lotta contro la violenza di genere sia la prevenzione rivolta ai giovani e al cambiamento culturale e valoriale della società e del rapporto tra i sessi.


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