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LA VIOLENZA PSICOLOGICA NELLA COPPIA

Le statistiche ci dicono come la violenza di genere avvenga spesso all’interno di relazioni di coppia imperniate sulla violenza psicologica. Quando la possessività e l’incapacità di tollerare la separatezza dell’altro prendono il sopravvento viene meno la possibilità di pensare e di distinguere il bene dal male, l’amore dalla violenza.

Il monologo finale del famoso film Hannah Arendt (von Trotta, 2012) illustra con straordinaria lucidità di pensiero della Arendt e quella che venne da lei definita La banalità del male (trad. it. Milano, Feltrinelli, 1964).

Un male, quello perpetrato dai criminali nazisti, mosso non tanto da una reale adesione ideologica a qualche ideale malvagio, quanto piuttosto un male eseguito come si esegue un qualunque altro ordine solo perché viene intimato di farlo… Un male, sostiene la Arendt, commesso da tutta una serie di “signor nessuno” (di cui Eichmann divenne l’emblema) che, nella sostanza, avevano in qualche modo abdicato alla propria capacità di pensare, di avere un’opinione autonoma, agendo per puro spirito di obbedienza a di appartenenza ad un apparato statale criminale.

È proprio nell’assenza di pensiero critico che la Arendt  individua la causa dell’incapacità di distinguere il bene dal male, l'umano dal disumano e, di conseguenza, l’incapacità di adeguare ad un qualche principio morale la propria condotta. Che ha a che fare tutto questo con la violenza di genere e, più in particolare con la violenza psicologica nella coppia? Anche nei rapporti di coppia, l’assenza di pensiero può comportare l’incapacità di distinguere il bene dal male, l’amore dalla violenza…

 

Corteggiare o importunare…?

Leggevo sul sito del Fatto Quotidiano un articolo scritto dal dott. Mario De Maglie a commento della lettera su Le Monde con la quale Catherine Deneuve avrebbe preso posizione rispetto ai recenti scandali degli abusi sessuali nel mondo del cinema, condannando certo quegli scandali, ma rivendicando provocatoriamente la “libertà di importunare”: la libertà/capacità delle donne di difendersi da attenzioni non gradite e la libertà degli uomini di esprimere suddette attenzioni senza essere tacciati a priori come molestatori.

De Maglie commenta dichiarandosi d’accordo nella sostanza ma proponendo una riflessione a mio avviso importante che spiega perché non si può in alcun caso sostenere alcuna “libertà” di importunare

Corteggiare e importunare, continua De Maglie, sono due fronti molto diversi, separati da un’importante elemento: la possibilità, o l’incapacità, di tollerare un rifiuto.

Se si corteggia una donna le si propongono delle attenzioni contemplando la possibilità che si debba tornare sui propri passi in caso di un “no”. Se una donna la si importuna (anche un commento verbale può rappresentare una violenza psicologica) le si impone (non le si propone) un’attenzione, un apprezzamento, senza tollerare né tener conto di un possibile “no” da parte sua, non si è in grado di accettare un rifiuto, né di adeguare ad esso il proprio comportamento.

Queste dinamiche non riguardano solo gli incontri tra perfetti sconosciuti, ma anche quelle coppie già consolidate, ma fondate su legami patologici fatti di possesso, incapacità di riconoscere la separatezza dell’altro, imposizione/limitazione della sua autonomia. E, ricordiamo, la violenza psicologica è spesso l’anticamera lunga e silenziosa della violenza fisica.


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Violenza psicologica e legami patologici

La violenza psicologica può essere un elemento che tiene insieme una coppia, che organizza le interazioni tra i partner, in questi casi la relazione si fonda su dinamiche patologiche e disfunzionali che purtroppo, proprio perché sostenute dall’incontro delle personalità di entrambi, non sempre sono facili da modificare.

La violenza psicologica comprende atteggiamenti di svalutazione/umiliazione messi in atto con la finalità di agire il possesso/controllo dell’altro.

Nella coppia questo fenomeno assume il volto della violenza di genere che, ricordiamo, è una patologia relazionale che viene spesso perpetrata per molto tempo prima che si arrivi alla più eclatante violenza fisica.

La violenza psicologica precede la violenza fisica e spesso viene agita in modi subdoli, indiretti e manipolatori tali per cui la donna che ne è vittima perde sempre più fiducia nelle proprie capacità di giudizio, nel proprio valore personale e non è in grado di riconoscere questi comportamenti violenti e prevaricatori per quello che sono. Un esempio è il fenomeno del Gaslighting.

 

La violenza agita e l’incapacità di pensare

Quindi, tornando alla Arendt, potemmo dire che, al di là delle patologie di personalità che sostanziano il legame disfunzionale, la violenza psicologica nella coppia sia una modalità di relazione che, per auto-mantenersi, deve evidentemente poggiare su una sostanziale incapacità di “pensare” di entrambi i partner, tanto quello maltrattante, quanto la vittima.

Capacità di pensare a che cosa? Potremmo provare a rispondere riprendendo appunto quanto sosteneva De Maglie: il rifiuto inteso, in senso lato, come separatezza, autonomia dell’altro come altro da sé, ma anche la propria autonomia, la propria possibilità di esistenza autonoma e separata (il partner maltrattante è spesso dipendente dalla propria vittima quanto quest’ultima lo è da lui).

Questioni che non riguardano soltanto, banalmente, se una donna “ci sta” oppure no. Anche un legame di coppia già formato presuppone, o almeno dovrebbe, che l’altro continui comunque ad essere una persona distinta e differenziata dal proprio partner, seppur a lui/lei sentimentalmente legata.

Là dove non si ammette questo, là dove non si può rinunciare a controllare/essere controllati dall’altro, si abdica alla propria capacità di pensare, di essere persone autonome e separate.

Tanto il partner maltrattante, quanto la vittima, diventano prigionieri di una follia a due in una spirale di violenza agita/subita senza la quale nessuno dei due sembra in grado di “pensare” con la propria testa, di sentirsi una persona autonoma.

“La violenza è semplice; le alternative alla violenza sono complesse”.

(Friedrich Hacker)

 

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