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STORIA DI UN METODO: NASCITA E DIFFUSIONE DEL TRAINING AUTOGENO DI SCHULTZ

Per approcciarsi in modo corretto e consapevole alla tecnica del Training Autogeno è necessario conoscere come Schlutz sia arrivato alla sua formulazione, quali ne siano stati i precursori e quali siano stati gli obiettivi dei lunghi anni di osservazioni e ricerca di questo medico berlinese. Analizzando brevemente ma in modo puntuale i principali aspetti teorici di questo medoto, si comprende l'assoluta scientificità e al tempo stesso la semplicità di questo metodo che, diffuso in tutto il modo ormai da anni, permette di raggiungere un armonioso equilibrio psicofisico.

Il Training di Schultz è una tecnica che, nata come una vera psicoterapia, può essere utilizzata in campo medico, psicopedagogico, sportivo, come psicoprofilassi al parto, e in generale come uno strumento utile per raggiungere un pieno benessere. Tutti quanti infatti, in particolari periodi della propria vita possono essere sottoposti a situazioni di stress più o meno prolungato che possono portare anche all'insorgenza di distrubi psicosomatici di varia entità, oltre che provocare un vissuto di ansia e di insoddisfazione personale: si ha l'impressione di non non avere più energie, non si riesce a mantenere la concentrazione voluta nel lavoro, nello studio, nello sport. L'apprendimento e la pratica del Training Autogeno possono garantire il riequilibrio del nostro sistema neurovegetativo, migliorando sensibilmente la nostra qualità di vita.

 

Fin da quando nel 1932 Johannes Heinrich Schultz, medico psichiatra berlinese, pubblicò la sua monografia Das Autogene Training, questo allenamento psicofisiologico ha avuto un crescente successo, tanto da divenire una delle tecniche più conosciute e diffuse in tutto il mondo, sia in campo medico, psicoterapeutico, che psicopedagogico e sportivo. La sua divulgazione in Italia possiamo dire abbia avuto inizio nel 1968 con la prima traduzione e la pubblicazione, a cura di Beppe Crosa per Feltrinelli, delle due principali opere di Schultz[1].

 

Da allora sempre più persone anche nel nostro paese si sono avvicinate a questa tecnica che, nata  come una metodologia psicoterapica, può anche essere utilizzata come uno strumento utile per migliorare la propria “qualità” di vita. Si tratta di una tecnica che, una volta appresa da un professionista, si può eseguire da sé, senza bisogno di intermediari, né di registrazioni audio. Il Training Autogeno, infatti, pone l'individuo al centro del suo percorso di guarigione, è il soggetto stesso che si prende cura di sé, diventando protagonista del processo terapeutico ed effettuando da solo parte del suo recupero psichico.

 

Il Training Autogeno, infatti, è in grado di garantire il riequilibrio dei riflessi vegetativi che sottendono i principali disturbi psicosomatici, ed assume un valore psicoprofilattico contro i numerosi fattori di stress cui tutti, in varia misura, siamo sottoposti. Ecco quindi che il Training Autogeno viene sempre più utilizzato dagli studenti, dagli sportivi, da chi è impegnato in un lavoro stressante e di responsabilità. La grande diffusione di questa metodologia, e la conseguente pubblicazione di testi rivolti non solo agli specialisti, ha fatto si che venisse talvolta considerata solo una semplice tecnica di rilassamento, che chiunque può diffondere e praticare, pur senza avere una adeguata preparazione psicologica.

 

Mentre invece il Training Autogeno nasce, ci ricorda Masi[2], come una vera “psicoterapia di tipo breve, fondata sui principi dell'ideoplasia e della concentrazione psichica passiva, che consente di realizzare, mediante uno speciale allenamento psicofisico, l'equilibrio neurovegetativo, la calma e positive modificazioni di personalità”. Il Training Autogeno consiste infatti, in un “apprendimento graduale di una serie di esercizi di concentrazione psichica passiva … studiati allo scopo di portare progressivamente al realizzarsi di spontanee modificazioni del tono muscolare, della funzionalità vascolare, dell'attività cardiaca e polmonare, dell'equilibrio neurovegetativo e dello stato di coscienza”[3] (Crosa, 1968).

 

Schultz (1884 – 1970) giunge alla teorizzazione di questa tecnica dopo lunghi anni di studio e di osservazioni cliniche. Egli infatti, che fu docente di neurologia, psichiatria e psicologia medica, si appassionò prima alla psicoanalisi freudiana, poi all'ipnosi. Nel corso delle induzioni ipnotiche, egli accertò che i soggetti riferivano di aver sperimentato due sensazioni particolari: un'iniziale pesantezza e un successivo calore, localizzati in varie parti del corpo. Egli comprese che tali sensazioni erano dovute al rilasciamento dei muscoli striati e alla vasodilatazione. Negli anni successivi, Schultz ebbe poi una lunga collaborazione con O. Voght, l'ideatore del Rilassamento frazionato, un metodo con cui il terapeuta, creando un ambiente fisico facilitante e utilizzando stimoli verbali che suggerivano calma e confortevole rilassamento, riusciva a realizzare una sorta di “sonno profilattico artificiale” che presentava strette analogie con i fenomeni ipnotici.

 

Schultz costruirà il suo metodo proprio partendo dal metodo frazionato di Voght, da cui riprese le indicazioni sulla postura da adottare per ridurre al minimo gli stimoli, la creazione di un ambiente confortevole, la ripetizione delle formule. Ma tra le due tecniche esiste un sostanziale divario: con il Das Autogene Training si riusciva a superare sia la dipendenza del soggetto dall'ipnotizzatore, sia l'eterosuggestione del terapeuta che, con le sue parole, induceva lo stato di distensione. La tecnica inventata da Schultz è, infatti, una tecnica autogena, ovvero che “si genera da sé”[4], nel senso che ogni eventuale modificazione psicofisica, registrabile nel corso dell'allenamento, deve prodursi in modo spontaneo, ovvero autogenerata.

 

Per comprendere il senso di queste modificazioni che ci producono con il Training Autogeno è necessario introdurre il concetto di concetto di “ideoplasia”. Proprio negli anni in cui Schultz compiva i suoi studi, Forel, un medico che analizzava la fisiologia dei fenomeni ipnotici, coniò, infatti, il termine ideoplasia che indicava, letteralmente, la capacità di un elemento ideativo (ovvero di un pensiero, di un'immagine) di produrre delle modificazioni somatiche. Ovvero le rappresentazioni psichiche produrrebbero delle alterazioni dell'organismo tali da poter  essere percepite in modo obiettivo e dimostrabile. In fisiologia si parlava ad esempio di “effetto Carpenter” ovvero di come la rappresentazione mentale di un movimento tenda a provocare degli impulsi motori registrabili elettromiograficamente.

 

Da qui l'idea risolutiva di Schultz: se la mente umana ha la capacità di generare un aumento di impulsi motori anche solo mediante la rappresentazione di un movimento, allora deve essere possibile anche il contrario, ovvero produrre una riduzione di impulsi e quindi un rilasciamento muscolare attraverso un processo mentale di rappresentazione di quiete. Quindi egli comprese che i processi mentali potevano provocare non solo modificazioni patologiche dell'organismo (come in tutti i disturbi psicosomatici), ma anche modificazioni positive in grado di riportare l'armonia in funzioni organiche e psichiche prima alterate. Ed infatti Schultz si rese conto che si poteva intervenire non solo sul tono muscolare, ma anche sui vari sistemi dell'organismo, quello cardio-circolatorio, quello respiratorio e il digerente, giungendo quindi ad una tranquillizzazione neurovegetativa generale.

 

Allenamento che si genera da sé e commutazione

Il termine “Training” significa letteralmente “allenamento” (ma, vedremo, non si tratta di allenarsi ad un semplice rilassamento, come spesso si crede) e “Autogeno” vuol dire: “che si genera da sé”. In questo senso l'allenamento del Training Autogeno ha qualcosa di speciale, nel senso che i comportamenti risultanti, non sono “appresi”, così come ad esempio si impara a giocare a pallone, ma sono comportamenti “autogenerati” ai quali il soggetto in un certo senso assiste, man mano che, con costanza, migliora il suo grado di allenamento. Mentre nell'esperienza quotidiana ci si allena a fare qualcosa, nel Training Autogeno, invece, in un certo senso ci si allena a non fare.

 

Ma qual è l'obiettivo di questo allenamento? Schultz utilizza il termine “umschaltung”, che è  stato tradotto in “commutazione”, ovvero cambiamento, modificazione, delle relazioni tra le strutture del sistema nervoso, tanto che il sistema neurovegetativo dell'individuo assume un diverso assetto e si può quindi assistere ad una tranquilizzazione neurovegetativa. Commutare vuol dire anche, dal punto di vista psicologico, cambiare atteggiamenti mentali radicati, abbandonare vecchie abitudini, ampliare ed utilizzare in modo differente il pensiero, l'attenzione e la concentrazione.

 

Peresson[5] parla di “uno stato psicofisiologico del tutto particolare in cui … il soggetto vive anche un particolare stato di coscienza che Schultz definisce come un <<atteggiamento di passiva e acritica immedesimazione>>”. Ecco quindi che il Training Autogeno non è solo una semplice tecnica di rilassamento, ma è una metodologia di cambiamento che produce delle reali modificazioni fisiologiche e psichiche, che sono da un lato la messa a riposo del sistema neurovegetativo, e dall'altro la ristrutturazione della personalità.

 

La concentrazione passiva

Per eseguire il Training Autogeno si deve assumere un'adeguata “concentrazione passiva”, se invece si mantiene uno stato di vigilanza e controllo, non si può raggiungere lo stato di autogenia. Questo concetto fondamentale, sembra però di per sé contenere una contraddizione in termini: come si può essere al tempo stesso concentrati e passivi? Sappiamo infatti che un individuo concentrato presenta un livello di tensione superiore alla media sia a livello fisico (muscoli contratti, attività cardiaca sostenuta, ecc.) che a livello psichico (attenzione focalizzata, attività mnestica potenziata, ecc.). Mentre invece la passività è lo stato osservabile in un individuo che riposa, che dorme. Alcuni studiosi affermano, quindi, che la passività sia uno stato che si raggiunge solo con l'allenamento autogeno, e che quindi non deve essere ricercata all'inizio.

 

Altri invece ritengono che la passività sia una dimensione naturale ed originaria dell'essere umano che debba essere solamente riscoperta. Si tratta cioè di una condizione che gli uomini hanno sostanzialmente accantonato, in quanto la sua sopravvivenza stessa ha reso necessario piuttosto un atteggiamento di allarme, di attacco oppure di difesa, ma non certo di passività. Il Training Autogeno, afferma Schultz, ci richiama quindi a recuperare un atteggiamento di lasciar accadere, privilegiando quindi un comportamento da spettatore che assiste ai fenomeni “che accadono dentro di lui, lasciandosi andare ai meccanismi autogeni che cominciano, fin dall'inizio, ad agire fino a produrre le positive modificazioni biopsichiche”[6]. Questa è, quindi, conclude ancora Masi (op. cit.), la forma mentis con cui approcciarsi al Training Autogeno.

 

dott.ssa Gabriella Sossi


[1]                Schultz J.H. “Il Training Autogeno - Esercizi inferiori”; “Il Training Autogeno - Esercizi superiori”, trad. ital., cit.

[2]                Masi L. “Training Autogeno. Una psicoterapia breve” Il Ventaglio, Roma, 1987, p.17.

[3]                la definizione di Crosa G. è contenuta nella Presentazione dell'opera di Schultz già citata.

[4]                Peresson L.”Studi sul Training Autogeno e altri saggi”, Piovan Ed. Abano Termre, 1979, p. 13.

[5]                Peresson L.”Studi sul Training Autogeno e altri saggi”, Piovan Ed. Abano Termre, 1979, p. 45.

[6]                Masi L. “Training Autogeno. Una psicoterapia breve” Il Ventaglio, Roma, 1987, p.23.

 

 

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