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LA RELAZIONE TERAPEUTICA: LA RELAZIONE CHE CURA

La relazione intima che si costruisce tra un paziente ed un'analista è veramente qualcosa di meraviglioso. La relazione terapeutica è intesa come comunicazione tra due persone (o due caratteri), analista e analizzato, in cui tempo e spazio assumono la posizione di un continuo divenire

La relazione terapeutica che si instaura andando dall'analista genera ancora comportamenti diversi: c'è chi lo grida ai quattro venti, chi lo nasconde per pudore e chi non ci va per pudore. L'analista, lo psicoterapeuta, lo psicologo, sono croce e delizia delle serate tra amici: belve feroci da tenere a distanza perché detentori del potere telepatico o maghi capaci di oracolare sul da farsi o ancora grandi conoscitori dei segreti di Morfeo bisbigliati nel sonno ai poveri mortali, suscitano immaginari differenti e, comunque, non risultano indifferenti.

 

La relazione terapeutica: Io - Tu, dalla parte dell'analista

Quello che accade in un setting analitico è ben diverso dalla psicologia spicciola che si fa seduti sul divano, con in mano un bicchiere di fantastico Merlot. La relazione intima che si costruisce tra un paziente ed un'analista è veramente qualcosa di meraviglioso. In analisi reichiana, ma il concetto è estendibile a più orientamenti psicoterapeutici, la relazione terapeutica è intesa come comunicazione tra due persone (o due caratteri), analista e analizzato, in cui tempo e spazio assumono la posizione di un continuo divenire. L'analista non è un mammasantissima onnipotente, neutrale ed empatico, impassibile con la sua faccia di cera: l'analista continuamente resta in contatto con le proprie sensazioni, con le sensazioni che la persona che ha di fronte gli evoca e con le emozioni che il paziente riferisce. È proprio questa continua attenzione e questa costante comunicazione tra l'io dell'analista e il tu dell'analizzato a tracciare la strada da seguire, quella migliore per chi viene a chiedere aiuto.

 

La relazione terapeutica: una storia d'amore

Ogni relazione che noi abbiamo, anche e forse soprattutto quella analitica, è una relazione d'amore, se partiamo dal presupposto che in quella relazione ci siamo noi e che l'altro, l'analista, può essere uno strumento prezioso per aiutarci a sanare quella ferita d'amore che ci porta ad essere come siamo. Analisti e psicoterapeuti possono essere molto preparati perché conoscono la teoria in modo impeccabile, ma se non mettiono amore in ciò che fanno, significa che non mettono le basi per costruire quella relazione che cura. E questo non significa che bisogna caricarsi il paziente sulle spalle, ma che bisognaprenderlo in carico: solo se restano vicini ma differenziati, possono sperimentare la possibilità di accompagnare il paziente nel suo viaggio verso la risalita. La relazione terapeutica è un incontro, un contatto, uno stringersi insieme per aiutare l'altro a scioglierela propria corazza, a trovare il proprio movimento a spirale di cui parla Reich (Superimposizione cosmica, 1951) o il proprio movimento neghentropico, come dice Gino Ferri.

 

La relazione terapeutica: quando non funziona

La nostra ferita, che noi chiamiamo blocco, fissazione, patologia, è identica per tutti: è una ferita d'amore, una delusione nell'amore antico che genera un dolore profondo solo l'amore può curare. Quando la terapia non funziona, vuol dire non ha funzionato la relazione tra queste due persone che si incontrano. Certo, gli errori durante un percorso terapeutico ci sono e chi decide di intraprendere il lavoro di analista, di psicologo, di psicoterapeuta, ha il dovere di impegnarsi in un proprio percorso analitico, vivere un'analisi personale profonda e approfondita, per evitare il più possibile di confondersi con il paziente. Deve ascoltarsi continuamente, perché questo è il modo migliore per imparare ad ascoltare e ad accompagnare il paziente nella sua trasformazione.

 

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