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RICONCILIARSI CON LE PROPRIE ORIGINI FAMILIARI

Ognuno di noi ha a che fare, prima o poi, con l’eredità delle proprie origini familiari. Un retaggio spesso connotato tanto da affetto quanto da aspetti problematici con cui tuttavia è importante riconciliarsi, perché rinnegarli significa sacrificare una parte di sé stessi.

Perché riconciliarsi con le proprie origini familiari, anche quando queste sono dolorose o problematiche? Una possibile risposta ce la offre una scena del film Nuovo Cinema Paradiso (1988): Totò torna alla casa di famiglia per il funerale di un amico, viene investito da una valanga di ricordi dolce-amari che aveva sepolto e dimenticato quando, anni addietro, aveva lasciato il paese natale per non farvi più ritorno. “Sono scappato come un bandito” confessa alla madre … Totò, nel rinnegare quel passato difficile, quella casa familiare, ha, senza saperlo, rinnegato una parte di se stesso e forse è per questo che adesso, da adulto, ancora non ha trovato una donna che lo ami “veramente”, una donna con cui potersi sentire a casa.

 

Quando arriva il momento di riconciliarsi?

L’oneroso, ma tutt’altro che ingrato, compito di riconciliarsi con le proprie origini familiari fa parte, a pieno diritto, della vita adulta.

Da adolescenti è fisiologico e funzionale allo sviluppo autonomo di sé rifiutare temporaneamente tutta una serie di valori o consuetudini imposte/proposte dalla propria famiglia; questo periodo di disincanto e di conflitto con i propri genitori è necessario ai ragazzi per trovare nuovi modelli e consolidare un senso autonomo di identità.

Ma da adulti arriva, presto o tardi, per ognuno di noi il momento di riprendere le fila di quel passato - a volte solo sbiadito, altre volte attivamente cancellato e rifiutato – e fare i conti con ciò che, nel bene e nel male, ci è stato trasmesso in eredità dalla famiglia che abbiamo avuto (o da quella che non abbiamo avuto).

Si tratta in realtà di un processo, forse mai definitivo, che inizia in modo più marcato in coincidenza spesso di determinati eventi o fasi esistenziali. Molti si confrontano con questa necessità di integrazione quando diventano genitori a loro volta e iniziano a identificarsi più facilmente nella posizione del proprio padre o della propria madre, a vederli, adesso, non più un funzione del loro essere figli, ma come persone autonome, con cui poter provare un empatia differente.

Altri hanno purtroppo l’onere di dover iniziare questo lavoro in occasione della morte di uno dei due o di un familiare stretto (a volte nonni o zii possono rappresentare figure di attaccamento importanti tanto quanto, se non di più, quelle del padre o della madre). Altri ancora sono indotti ad interrogarsi sull’influenza del proprio passato nella loro vita adulta a causa di un sintomo o di un disagio psicologico che li porta ad intraprendere un percorso di psicoterapia.

Altri non hanno mai conosciuto i propri genitori biologici – o hanno perso di vista la madre o il padre fin da piccolissimi - e, come avviene per molti figli adottivi, a un certo punto sentono l’esigenza di saperne di più sulle proprie radici, non importa quanto deludenti o dolorose esse possano essere.

Accadono dunque eventi, delle svolte nella vita, delle circostanze varie in cui tutti noi ci troviamo a ridefinire in maniera importante la nostra identità; sentiamo, più o meno implicitamente, di essere chiamati a transitare da un ruolo di “figlio” a uno più pienamente adulto di “genitore”, se non altro di noi stessi e dei nostri progetti di vita. In questi frangenti abbiamo bisogno di tornare a guardare al nostro passato familiare con nuovi occhi, non più quelli del bambino che eravamo, ma dell’adulto che vogliamo diventare.

 

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Origini familiari: perché il passato influenza il presente?

Totò è fuggito nella grande città, non ha più fatto ritorno al suo paese di origine per molti anni, ha cercato di dimenticarlo eppure questo non è servito a liberarlo del peso emotivo dei suoi ricordi. Per quanto possa risultare doloroso o problematico il proprio passato familiare, spesso rinnegarlo e fuggirlo non serve.

Non serve perché, crescendo, non sono i genitori esterni, in carne e ossa, ma le loro rappresentazioni interne che ci condizionano nella vita e nelle relazioni di ogni giorno. La mente di ognuno di noi, fin dalle primissime interazioni dell’infanzia, impara a conoscere e a riconoscere quali sono le modalità di relazione delle nostre figure di attaccamento.

Questo significa che tutti noi strutturiamo, nel corso nella nostra infanzia, delle aspettative di prevedibilità su come si svolgeranno gli eventi: su cosa faranno nostra madre o nostro padre quando piangiamo, quando siamo spaventati, quando vogliamo essere ammirati o incoraggiati in qualcosa, quando desideriamo allontanarci a esplorare un ambiente nuovo o quando abbiamo bisogno di essere temporaneamente coccolati o rassicurati. Il modo in cui i nostri genitori e gli altri adulti significativi rispondono abitualmente a circostanze di questo tipo va a confermarci man mano tutta una serie di credenze come ad esempio: quanto siamo meritevoli di amore e affetto, quanto possiamo essere stimati e apprezzati anche quando sbagliamo, quanto siamo ritenuti forti e capaci o, al contrario, fragili e malaticci…

E ancora: quanto possiamo fare affidamento sul fatto che quando avremo bisogno l’altro sarà pronto a soccorrerci o quanto, al contrario, dobbiamo imparare ad “arrangiarci” o a preoccuparci costantemente di poterlo perdere da un momento all’altro…

Convinzioni di questo tipo si strutturano man mano sulla base delle interazioni ricorrenti e ripetute fra noi e gli adulti significativi, è dunque nella nostra famiglia che impariamo cosa aspettarci dalle relazioni e come le interazioni con gli altri ci faranno sentire (se al sicuro o in pericolo, se meritevoli di affetto o meno ecc.). In base a ciò costruiamo nella nostra mente dei “modelli”, delle aspettative sulla base delle quali in maniera del tutto implicita e inconsapevole percepiamo affinità con gli altri e strutturiamo le relazioni affettive adulte.

 

Diventare l’adulto di cui avevamo bisogno

È per questi motivi che, una volta adulti, nessun genitore “reale” potrà più riparare le nostre ferite del passato; potremo essere solo noi stessi a ricucire quelle ferite assumendoci la responsabilità di curare quei traumi, quelle sofferenze e quei condizionamenti del passato. Siamo noi adesso che abbiamo l’onere, e l’onore, di essere genitori di noi stessi.

Fare questo lavoro coincide spesso con una sorta di lutto, con una rinuncia emotivamente gravosa: nessun “risarcimento” o riparazione esterni saranno mai sufficienti a salvarci (ne è un esempio limite la scena, effettivamente inquietante, del film Fino all’osso in cui la madre allatta la protagonista). Solo noi potremo ridefinire le relazioni che ci portiamo dentro, scegliere cosa tenere e cosa buttare, in cosa ci riconosciamo simili e in cosa diversi dai nostri genitori e lasciare che sia questo ad orientare la nostra vita e le nostre scelte:

“L’importante non è ciò che gli altri fanno di noi, ma quello che noi facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi” (Jean-Paul Sartre)

 

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Foto: Cienpies Design / 123rf.com

 

 

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