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PSICOTERAPIA E CONFORMISMO

La psicoterapia intesa come “cura” dei disturbi psicologici può essere tacciata di conformismo? È quanto è stato insinuato fin dalla diffusione della psicoanalisi per poi investire anche orientamenti successivi come quello cognitivo-comportamentale. Niente di più falso, vediamo di fare un po’ di chiarezza…

La psicoterapia come “talking cure” è da sempre ammantata di un certo alone di mistero, almeno nel senso comune, che bene non fa a una corretta e utile informazione.

Ciò che non si vede – tanto i disturbi psicologici quanto i metodi per curarli basati appunto sulle parole e non su evidenze somatiche come in medicina – viene spesso percepito con atteggiamenti di sospetto, diffidenza o, al contrario, gli vengono attribuite aspettative salvifiche e magiche.  

In ogni caso vige la fantasia che questo qualcosa di misterioso – la psicoterapia, appunto – possa fare/agire sulla mente delle persone, leggere nel pensiero per manipolarle in un senso o in un altro. Toccava una volta alla cara e vecchia psicoanalisi, tocca più di recente alla psicoterapia cognitivo-comportamentale

 

Psicoanalisi e conformismo

È risaputo che la psicoanalisi di Freud abbia preso le mosse dagli studi sull’ipnosi e altri metodi quindi che sulla suggestione trovavano il loro fondamento. Questo elemento produsse naturalmente sconcerto e diffidenza nel clima della scienza positivista dell’epoca. Ma anche nei decenni a venire ha continuato, ora negli ambienti accademici, ora nella cultura popolare, ad alimentare falsi miti sulla psicoanalisi e gli psicoanalisti.

Da un lato – non senza qualche ragione (Gill, 1984) - si accusava la psicoanalisi di aderire a eccessivi conformismi di scuola, di essere troppo centrata su un’ortodossia tecnica e metodologica e poco in grado di adattarsi alle specificità di ogni paziente. Dall’altro questi suoi antecedenti con l’ipnosi hanno alimentato in una parte del senso comune un’aura sospetto: come fosse una pratica dai connotati manipolatori tesa a costruire una sorta di conformismo psicologico.

Chi conosce a fondo la storia della psicoanalisi sa che invece gli studi sull’ipnosi furono preziosissimi per Freud e altri in quegli anni per dimostrare come sintomatologie fisiche – una paralisi alla mano ad esempio – non avessero una base organica ma psicologica (Ellenberger, 1980).

Da questi studi presero le mosse tutta una serie di ulteriori ricerche, teorizzazioni e esperienze cliniche che portarono a sistematizzare il concetto di inconscio dinamico come presupposto per la diagnosi e la terapia dei disturbi psichici e dei disagi psicologici in generale. Più tardi fu lo stesso Freud a rilevare i limiti dell’ipnosi e delle componenti suggestive nei trattamenti clinici (Freud, 1886-1895). Molti studi e molte altre correnti più moderne nel corso dei decenni hanno portato la psicoanalisi e la psicologia dinamica in generale non solo a dotarsi di strumenti per comprendere a aiutare una fetta sempre più ampia di persone, anche a fondare la propria prassi su dati ed evidenze che nel frattempo sono arrivate dalle neuroscienze (Damansio, 2001; Cena e Imbasciati, 2014).

 

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Psicoterapia cognitiva e conformismo

In tempi recenti è toccata una sorte simile, a quella della psicoanalisi, alla psicoterapia cognitivo-comportamentale accusata, per motivi diversi, ugualmente di conformismo. La questione, che riportano Galimerti ma altri, è grossomodo la seguente: gli orientamenti cognitivi lavorerebbero in vista della scomparsa dei “sintomi” senza occuparsi di aspetti più “profondi” del malessere psicologico operando una sorta di conformismo sociale che prevede una remissione sintomatologica che riconduca la persona alla norma, al funzionamento sociale previsto e atteso dal suo ambiente.

Concezione, questa, riduttiva e semplicistica tanto quanto quella che vede nella psicoanalisi ancora un’esoterica manipolazione mentale priva di evidenze scientifiche. La psicoterapia cognitivo-comportamentale, nella sua accezione moderna e contemporanea, può operare al servizio della crescita e della modificazione della personalità tanto quanto la psicoanalisi. Lo fa con metodi diversi, ma non per questo riduttivi o manipolatori.

 

Psicoterapia e ricerca empirica

Che poi, a ben vedere, già moltissimi anni fa gli studi sui fattori curativi in psicoterapia segnalavano con decisione quanto le diatribe fra appartenenze di scuola fossero risibili se confrontate con i dati della ricerca empirica. Vi sarebbero infatti tutta una serie di fattori aspecifici e relazionali, trasversali ai singoli orientamenti teorici, che sarebbero direttamente implicati nei risultati di una psicoterapia come: sentirsi capiti e non giudicati, instaurare una buona alleanza  lavoro, sentire che i propri stati emozionali vengono riconosciuti e compresi (Luborsky, Singer, Luborsky, 1975). Aspetti questi che rimandano ad una particolare asimmetria nella relazione fra terapeuta e paziente: se è vero che i loro ruoli non sono e non devono essere interscambiabili, è vero anche che ognuno è responsabile con il suo 50% di quanto avviene; non c’è cura senza un paziente che collabora, non c’è psicoterapia senza un paziente che si mette in gioco. Sì perché, in effetti, ogni psicoterapia ben condotta non ha altri obiettivi se non quelli di aiutare la persona a diventare se stessa.

 

Bibliografia

Cena L., Imbasciati A. (2014) Neuroscienze e psicoanalisi, Springer, Milano.

Damasio A. (2001) Il Sé viene alla mente, Adelphi, Milano.

Ellenberger H. F.“La scoperta dell'inconscio” Bollati Boringhieri 1980.

Freud S. Studi sull'Isteria e altri scritti (1886-1895), Opere. Vol. 1, Boringhieri.

Gill M. Psicoanalisi e psicoterapia: una revisione,1984.

Luborsky, L., Singer, B., Luborsky, L. (1975). Is it true that ‘everyone has won and all must have prizes?’, Archives of General Psychiatry, 32, 995–1008.

 

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Foto: Katarzyna Białasiewicz / 123rf.com

 

 

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