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PAURA DEL FALLIMENTO O PAURA DI FARCELA?

Blocchi emotivi, cali di prestazione, clamorose défaillance proprio ad un passo dalla meta… Non è paura del fallimento, ma può trattarsi dell’esatto contrario: paura del successo (nikefobia), di essere proprio noi, per una volta, sul podio dei vincitori.

Nel mondo del tennis è tristemente nota come “sindrome del braccino corto”: l’atleta è a un passo dalla vittoria ma, in modo apparentemente inspiegabile, inizia a sbagliare, non prende neanche una palla, commette errori clamorosi proprio quando dovrebbe dare il massimo per conquistare la vittoria finale. 

L’ansia, in questi casi, gioca brutti scherzi: il povero tennista ha d’improvviso la sgradevole e incomprensibile sensazione che il suo braccio si sia come accorciato, che gli impedisca di muoversi con la disinvoltura di sempre, la vista gli si annebbia, la confusione mentale gli impedisce di pensare lucidamente.

“Ha paura del fallimento” potremmo pensare da semplici spettatori. Tutt’altro: ha paura di vincere, la paura del successo (nikefobia) può rappresentare – nello sport come in altri settori delle attività umane – un pericoloso fattore di auto-sabotaggio proprio là dove mai ce lo saremmo aspettato.

 

La (falsa) paura del fallimento

La storia del mondo dello sport è piena di “eterni secondi”, di “perdenti di successo” come li avrebbe definiti Albertazzi (1988): Jana Novotná nella finale di Wimbledon del 1994; Nigel Mansell il pilota inglese d Formula 1; Lebron James, “the loser” dell’NBA.

Molti di questi campioni mancati, diverse di queste clamorose sconfitte avvenute con la vittoria già “in tasca”, non sono accadute per carenza di preparazione atletica e neanche per una vera e propria paura del fallimento.  

Anche il successo può costituire un’ipotesi inaspettatamente ansiogena e il “peso della vittoria” rappresentare, per alcuni, un fardello inaspettatamente ben più gravoso di quello della sconfitta. La forma più evidente di tale fenomeno è proprio quell’inibizione al successo (nikefobia) che si manifesta negli atleti a un soffio dalla vittoria: l’ansia li tradisce proprio ad un passo dal traguardo facendo sfumare un successo che sembrava ormai scontato.

Fenomeni di questo tipo sono spesso la manifestazione di disturbi di stampo nevrotico: conflitti emotivi, di cui la persona può essere del tutto inconsapevole, che rendono l’ipotesi della vittoria non così scontatamente desiderabile come si crede.

Tali problematiche sono spesso sostenute da sensi di colpa, tanto potenti quanto inconsci, che possono riferirsi alla convinzione irrazionale di non meritare la vittoria, di non poter agire fino in fondo l’aggressività necessaria a vincere, di non poter “spodestare” il primo atleta sul podio o distinguersi dal resto del gruppo senza attirarsi invidie, ritorsioni punitive e umiliazioni future.

Ci rendiamo conto ancora meglio di quanto il successo possa rappresentare un arma a doppio taglio se andiamo a vedere quali conseguenze può avere in coloro che, dopo averlo conseguito, non riescono a sopportarne la responsabilità…

 

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Quando il successo determina la paura del fallimento

In alcuni casi al raggiungimento di un grande successo segue una depressione apparentemente inspiegabile: la vittoria ottenuta invece che rappresentare una spinta positiva all’autorealizzazione, alimenta una costante paura del fallimento futuro.

In alcuni casi questo avviene per gli stessi motivi sopra accennati: in maniera del tutto inconsapevole si nutrono pesanti sensi di colpa per la vittoria raggiunta le cui origini risiedono nella storia personale e familiare della persona stessa. In altre parole: non è il successo di per sé, ma come questo viene significato e vissuto emozionalmente – in modi sia consci che inconsci – che può renderlo fonte di ispirazione e autorealizzazione o, al contrario, spinto di ritiro depressivo e auto-sabotaggio.

Ma non è finita, aver ottenuto un successo o un riconoscimento importante, può essere vissuto come una gravosa responsabilità per il futuro: da lì in poi nulla sarà più come prima, si sarà chiamati a dimostrarsi sempre all’altezza dei risultati raggiunti. Sono questi i casi in cui importanti successi possono alimentare una paradossale paura del fallimento proprio all’indomani della vittoria: l’avversario con cui misurarsi ora non è più l’altro, ma siamo noi stessi!

Questi aspetti rendono più comprensibili quei casi in cui uno sportivo rende bene in allenamento ma non riesce a emergere nelle competizioni in gara, quando dopo una prima e folgorante vittoria non ne seguono altre o quando, appunto, si finisce col subire una clamorosa sconfitta proprio ad un passo dal traguardo.

Nello sport agonistico di alto livello, dove gli atleti sono anche dei personaggi pubblici molto seguiti (su quali il pubblico e le Società riversano molte aspettative), aspetti di questo tipo possono fare, a volte, una differenza molto maggiore dell’effettiva preparazione tecnica.

 “Il successo non deve essere inseguito; deve essere attratto dalla persona che diventi”. (Jim Rohn)

 

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Foto: Goran Bogicevic / 123rf.com

 

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