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INTERVISTA AL PROFESSOR MARK FRANK

Mark Frank è il massimo esperto mondiale di scienze del comportamento applicate alle indagini investigative. Alla sua attività si sono ispirati molte recenti serie di telefilm, da “Lie to Me” a “Criminal Mind”. Oltre ad essere il consulente di varie agenzie nel mondo, come Scotland Yard, dirige il dipartimento universitario di Scienze comportamentali dell’Università di Bufalo (New York) e fa parte dell’unità comportamentale dell’FBI.

Lo psicologo statunitense Mark Frank terrà un seminario sul comportamento umano e la menzogna il 15 e 16 giugno, a Gorizia, al Kulturni Dom.
Il seminario si svilupperà partendo dal riconoscimento degli indizi di menzogna fino all’utilizzo delle osservazioni fatte per facilitare i colloqui e raccogliere informazioni. Applicazioni utili nel campo della sicurezza, ma anche in quello della vita quotidiana per non divenire vittime di raggiri e menzogne create a nostro danno. Ecco l'intervista a Mark Frank a cura di Enzo Kermol, direttore scientifico del Laboratorio di Psicologia della Comunicazione.


Perché ha deciso di specializzarsi in questo settore?

Quando studiavo all’università, spesso lavoravo come buttafuori (ero quindi responsabile della sicurezza, cercavo di prevenire o interrompere litigi e risse, accompagnavo i più turbolenti fuori dal locale, ecc.). All’epoca, negli Stati Uniti, per poter bere alcolici occorreva aver compiuto 18 anni. Parte del nostro lavoro era riuscire a capire se i clienti fossero maggiorenni e chi di loro avrebbe creato problemi quella sera, soprattutto dopo aver bevuto. Per far questo era necessaria una “lettura”, spesso a distanza, del comportamento non verbale delle persone. Devo dire che non me la cavavo male, le notti in cui lavoravo erano le più tranquille della settimana, anche se questo non è un esperimento scientifico vero e proprio. Poi ho iniziato la scuola di specializzazione ed è arrivato il momento dei cosiddetti esami di qualificazione (sono esami da superare per poter iniziare una tesi di dottorato). Durante gli esami di qualificazione, ognuno dei 4 membri delle commissioni di facoltà propone un quesito, il candidato ha a disposizione 6 mesi di tempo per effettuare ricerche e produrre una risposta. La commissione valuta le risposte e poi passa all’esame orale, che dura circa 3 ore (all’epoca superare l’esame era obbligatorio per poter iniziare la tesi). Uno dei membri della mia commissione, il Dr. Daryl Bem, mi chiese a quale domanda mi sarebbe piaciuto rispondere. Io risposi: “Mi è sempre interessata la capacità e il livello di bravura nel leggere le persone basandosi sul comportamento”. E Daryl rispose: “Dammi una settimana e mi verrà in mente la domanda giusta”. Una settimana dopo ricevetti un foglio di carta che diceva: “Ecco qui la domanda: siamo in grado di leggere le persone basandoci sul comportamento?”. Così ho iniziato a fare ricerche e ho conosciuto il lavoro del dott. Paul Ekman. Spiccava rispetto alle altre ricerche scientifiche che avevo letto poiché rappresentava ciò che mi sembrava di aver notato lavorando nel locale. Tutto appariva estremamente logico. Dunque ho consegnato la mia risposta e durante l’esame orale ho menzionato quanto il lavoro del dott. Ekman mi avesse colpito. A quel punto uno degli altri membri della commissione, il dott. Steven Ceci, mi disse: “Conosco il dott. Ekman, ci scriviamo in merito alle bugie nell’infanzia, vuoi che ti metta in contatto con lui?” (il dottor Ekman all’epoca lavorava a un libro sull’argomento). Naturalmente ho accettato, ci siamo scritti e ho deciso di incentrare la mia tesi sull’inganno. Al dott. Ekman piacevano le mie idee e mi propose un percorso post-dottorato, il problema era la mancanza di fondi. Avrei dovuto fare domanda all’Istituto Nazionale di Salute Mentale per una borsa di studio (la National Research Service Award), Ekman sarebbe stato il mio sponsor. Così ho fatto, ho vinto la borsa e ho lavorato con il dott. Ekman per 3 anni, esperienza che ha consacrato la mia dedizione a quest’area di ricerca.

 

Sappiamo che ha collaborato con l’FBI e la Casa Bianca per questioni di sicurezza nazionale, ci può raccontare come è nata questa collaborazione?

Avevo già collaborato in passato con le forze dell’ordine mentre lavoravo con il dott. Ekman, molti agenti di polizia gli chiedevano consiglio. Mi è sempre interessato collaborare con le forze dell’ordine perché mio padre era un agente di polizia (32 anni di servizio come poliziotto a Buffalo, New York), e mi affascinava ciò che veniva insegnato ai poliziotti riguardo all’inganno. In seguito, gli attentati terroristici dell’11 settembre hanno diretto il mio interesse anche verso le attività legate all’anti-terrorismo. È stato allora che diverse agenzie governative mi hanno contattato dopo aver notato il nostro lavoro. Questa è stata una delle conseguenze fondamentali dell’11 settembre: la barriera che esisteva tra accademici e professionisti è stata ridimensionata dai professionisti (ora anche un numero crescente di accademici desidera lavorare con professionisti). Mi hanno invitato ad alcuni incontri e così è nato questo tipo di collaborazione.

 

 

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Che progetti di ricerca sta attualmente dirigendo all’Università di Buffalo?

Stiamo studiando la natura dell’inganno, cosa fanno le persone e perché lo fanno. Stiamo anche cercando di esaminare i processi mentali che caratterizzano l’inganno, giusto o sbagliato che sia, e cosa può migliorarci. Ci interessa capire come utilizzare al meglio queste informazioni nelle interazioni quotidiane reali. Ci occupiamo anche di temi legati alle espressioni facciali e alle emozioni, e dei fattori che permettono di riconoscere l’emozione. Assieme al dott. David Matsumoto e al dott. Hyisung Hwang, interessati a loro volta a come le emozioni permettano di predire la violenza, abbiamo fatto un’interessante scoperta. Analizzando discorsi pronunciati da rappresentanti di gruppi politici estremisti, abbiamo notato che i gruppi che durante i discorsi esprimevano un crescente disprezzo e disgusto, assieme alla rabbia, erano poi più inclini alla violenza. Le persone i cui comportamenti non sfociavano in atti di violenza presentavano invece tratti di rabbia, ma non disprezzo o disgusto durante il discorso.


E' sempre in grado di riconoscere le menzogne di fronte a qualcuno?

No, nessun uomo o macchina può farlo. A volte la menzogna non lascia tracce. Spesso però ci sono dei segni e segnali che non sono proprietà esclusiva dell’inganno. Pertanto, un ladro può esprimere la paura che le proprie menzogne vengano scoperte, ma anche la paura di non essere creduto quando dice la verità. Tuttavia, leggendo questi comportamenti e riconoscendo la paura, si possono individuare nuovi quesiti da porre alla persona e determinare perché è spaventata in primo luogo. Se l’espressione è breve inoltre, si può dedurre che la persona stia cercando di sopprimerla. Sono informazioni significative che, se lette correttamente, possono aiutare nella vita quotidiana: secondo alcune ricerche, le persone che se la cavano meglio nel giudicare questi sottili segnali comportamentali, non solo saranno più brave nell’individuare l’inganno, ma otterranno anche valutazioni migliori dai superiori e saranno più efficienti sul posto di lavoro.


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Questa capacità straordinaria crea mai dei problemi nella vita quotidiana?

A volte essere costantemente vigili e alla ricerca di sottili segnali stanca molto, per godersi la vita e gli aspetti meravigliosi dell’interazione umana è meglio non esaminare tutto troppo a fondo. Detto questo, ad ogni modo, ci sono dei comportamenti rari, ma ricchi di informazioni utili impossibili da ignorare, anche quando vorrei.


Ci può raccontare qualche aneddoto?

Certamente. Da scapolo mi capitava durante gli appuntamenti di menzionare ciò che facevo o la mia ricerca. Quando nominavo le espressioni facciali e l’inganno, c’era sempre una pausa imbarazzante durante la quale notavo come la mia partner stesse ripassando mentalmente tutto quello che mi aveva raccontato fino a quel momento durante la serata. Per evitare il disagio, ho imparato a dire una piccola bugia durante gli appuntamenti: ho iniziato a dire  alla donna che ero in grado di catturare quei segnali sottili solo su video, non faccia a faccia. In questo modo l’atmosfera si rilassava e potevamo passare una bella serata.

Per quanto riguarda invece situazioni più serie, mi è capitato di fare da consulente alle forze dell’ordine per un caso di omicidio. Un uomo era sospettato di aver ucciso i genitori, l’avevano interrogato più volte senza ottenere prove della sua colpevolezza. Hanno anche provato a ingannarlo spingendolo a confessare utilizzando un agente sotto copertura. Niente da fare. Gli hanno però chiesto di fare una “rivisitazione guidata”, vale a dire, ripercorrere le proprie azioni la mattina in cui aveva trovato i cadaveri dei genitori. L’hanno ripreso mentre camminava nella stessa casa dei genitori. Mi hanno chiesto di stabilire se stesse mentendo, tuttavia l’aspetto rivelatore è stata la sua reazione di fronte alla scoperta del corpo del padre in confronto alla reazione di fronte al corpo della madre. Di fronte al padre l’uomo presentava segni di finta tristezza, mentre esprimeva tristezza autentica nel rivivere la scoperta del corpo della madre. Ciò indicava un forte legame con la madre rispetto al padre. Ho suggerito di reinterrogarlo focalizzando l’attenzione sulla madre: dov’è? Come si sentirebbe di fronte a questo atto? Cosa proverebbe nei confronti di chi ha commesso il delitto? ecc. Alla fine, sono riusciti ad ottenere la confessione dell’omicida.


Per quali attività e professioni può essere utile la sua consulenza?

Ricevo richieste da parte di professionisti di ogni settore. Ci sono cose per cui non faccio consulenze: non insegno alle persone come mentire meglio (mi interessa di più prendere i bugiardi). Non testimonio come consulente esperto nelle aule di tribunale (lavoro a volte come amicus curiae, ovvero offro volontariamente informazioni alla corte su un aspetto del caso per conto del giudice, non dalla parte della difesa o dell’accusa). Negli Stati Uniti le giurie determinano la colpevolezza o innocenza di un individuo, molto raramente sono i giudici a farlo. Comunque, la giornata è lunga e la maggior parte del tempo che mi resta la dedico alle consulenze alle forze dell’ordine o alle unità anti-terroristiche. È uscito da poco un libro sulla comunicazione non verbale, scritto assieme al dottor Matsumoto e al dottor Hwang, diviso in due parti. La seconda raccoglie testimonianze scritte da persone che utilizzano la comunicazione non verbale nella loro professione (ne abbiamo formato molti, ma non tutti). Ci sono capitoli dedicati a diverse professioni: un agente della sicurezza aeroportuale, un agente federale, un agente dell’FBI, un’agente del dipartimento della Difesa, un professore di diritto, un giudice dello Stato della Florida, un responsabile marketing e collaudatore, un negoziatore, un life coach, un medico e uno psichiatra, uno dei cui compiti era segnalare gli individui a rischio comportamento pericoloso all’interno del pronto soccorso di un ospedale. Tuttavia, la maggior parte del mio tempo la passo all’università, facendo lezione agli studenti e portando avanti le ricerche.

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