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L’EFFETTO ALONE: È BUONO CIÒ CHE È BELLO?

L’"effetto alone" è quell'errore cognitivo che siamo portati a commettere quando ad esempio siamo di fronte ad una persona dall’aspetto attraente. In automatico tendiamo ad attribuirle altre caratteristiche positive senza sapere se le possieda o meno.

Circolava in rete diverso tempo fa il video di un esperimento sociale dell’UNICEF che ben rappresenta cosa significhi l’effetto alone.

Nel video si vedeva una bambina sporca e mal vestita girare per strada da sola con aria smarrita: nessuno dei passanti si fermava a chiederle di cosa avesse bisogno ma, anzi, molto spesso la evitavano. Lo stesso esperimento venne ripetuto con la stessa bambina, questa volta, ben vestita e pettinata.

Diverse persone la notarono e si fermarono temendo che si fosse persa, che potesse avere fame o bisogno di aiuto a ritrovare i suoi genitori…

L’aspetto della bambina, la sua gradevolezza fisica erano stati in grado di influenzare le valutazioni dei passanti e la loro propensione al soccorso.

È questo l’"effetto alone": un bias (errore) cognitivo per il quale facciamo affidamento ad un'unica caratteristica positiva di una persona (ad esempio l’aspetto fisico) per la sua valutazione globale, estendendo il nostro giudizio anche ad altre caratteristiche di essa che in realtà non conosciamo (l’intelligenza, la competenza ecc.).

 

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L’effetto alone nella vita sociale

"What is beautiful is good" (Ciò che è bello è buono) questo era il titolo di un esperimento condotto da Dion e Berscheid nel 1972 su un gruppo di 60 studenti dell’Università del Minnesota.

Questi ragazzi, osservando alcune foto di persone molto, mediamente o poco attraenti erano invitati a dare un giudizio riguardo tratti di personalità, situazione familiare e professionale, felicità percepita.

Ebbene: le persone fisicamente più attraenti erano anche quelle valutate significativamente più competenti, realizzate, felici e dai tratti di personalità più positivi.

L’effetto alone era già stato evidenziato nei criteri di valutazione adottati dai superiori per i soldati (Thorndike, 1915) e venne ulteriormente studiato e confermato in molti ambiti: dalla politica, al marketing (se un prodotto è buono si tenderà a giudicare allo stesso modo anche un secondo prodotto dello stesso brand), alla giustizia (gli imputati fisicamente attraenti avrebbero maggiori probabilità di evitare il carcere) o alla disponibilità a prestare soccorso (come nell’esempio citato in precedenza).

 

L’effetto alone: c’è ma non si vede

L’effetto alone è un meccanismo psicologico molto subdolo, che adottiamo senza rendercene conto e che tendiamo a disconoscere e a negare a dispetto dell’evidenza.

Questo fecero le persone intervistate riguardo alle proprie intenzioni di voto in uno studio canadese degli anni settanta (Efran e Patterson, 1976): nella maggior parte dei casi, gli intervistati non ammettevano di essersi lasciati influenzare dalla gradevolezza fisica del candidato che avevano poi votato.

Ma perché è così difficile scoprire l’effetto alone e perché ci facciamo ricorso tanto frequentemente?

La nostra mente può ingannarci prendendo scorciatoie cognitive che poco hanno a che fare con l’intuito, ma che possono invece portarci a commettere evidenti errori di valutazione, vediamo perché.

 

Effetto alone, stereotipi e pregiudizi

L’effetto alone, valutare una persona più positivamente solo perché è di bell’aspetto ad esempio, non è tanto diverso da ogni altra situazione sociale in cui ci affidiamo a stereotipi o pregiudizi nel giudicare gli altri.

Sono molte le caratteristiche esteriori o parziali in base alle quali si può esser subito etichettati, nel bene o nel male, come persone di un certo tipo, senza che l’altro debba fare la minima fatica o manifestare il minimo interesse a conoscerci.

Essere donne piuttosto che uomini, avere un certo orientamento sessuale, appartenere ad una determinata etnia sono solo alcuni esempi di elementi che possono essere pretestuosamente ritenuti sufficienti per fornire una valutazione globale di una persona.

Nell’avere a che fare con chi non conosciamo, infatti, tendiamo a ridurre gli elementi di estraneità e incertezza al già noto, rintracciando le caratteristiche più evidenti che possono aiutarci a ricondurre il nostro interlocutore ad una categoria predefinita.

In altre parole: di fronte a uno sconosciuto tendiamo a cercare caratteristiche stereotipali che ci aiutino a capire “chi è”, che intenzioni ha nei nostri confronti e cosa potremo aspettarci da lui.

Queste euristiche (distorsioni cognitive) ci aiutano a ricondurre l’ignoto al noto, lo sconosciuto al familiare ma ci impediscono di conoscere veramente qualcosa dell’altro fornendo su di lui giudizi affrettati, stereotipali e parziali che possono orientare il nostro comportamento in modi inappropriati e irrazionali (pensate alla bambina del video).

L’effetto alone rischia di farci prendere “lucciole per lanterne” se non recuperiamo la nostra capacità di pensiero critico.

 

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