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LA REGRESSIONE INFANTILE IN GRAVIDANZA: DA FIGLIA A MADRE

Per regressione infantile in gravidanza si intende quella primissima fase di fusione psicologica che la gestante vive col feto all’inizio della gravidanza, fase in cui ella rivive le proprie personali dinamiche di bambina e di figlia preparandosi psicologicamente a diventare madre a sua volta.

Perché si parla di regressione infantile in gravidanza? Le future mamme ridiventano forse un po’ infantili invece di assumere su di sé le responsabilità che spettano loro?

Per il senso comune può sembrare una contraddizione in termini parlare di regressione infantile come fase psicologica della gravidanza..

Troppo spesso facciamo riferimento a stereotipi e falsi miti sulla maternità secondo i quali sarebbe semplicemente l’istinto di “natura” a fare di una donna automaticamente una madre magari buona, perfetta e totalmente oblativa.

Bene, niente di più falso: madri non si nasce ma si diventa e questa trasformazione psichica è un processo che si svolge lentamente in continuità, e non in opposizione, ai propri lati infantili, vulnerabili ed emotivi.

È quella parte bambina che è in ogni donna che la futura mamma deve ricontattare dentro di sé prima di poter rivolgere le proprie cure al bambino che, dopo il parto, ella troverà fuori da sé.

 

Tre donne in una…

Scriveva Winnicott: “Per ogni donna, vi sono sempre tre donne: la bambina, la madre, la madre della madre. (…) Ella comincia da tre, mentre l’uomo comincia con l’urgenza di essere uno” (Winnicott D, 1964, tr. it. Questo femminismo, in Dal luogo delle origini, Cortina, Milano 1990, p. 203).

Con queste parole lo psicoanalista Donald Winnicott evidenzia quanto la maternità imprima delle specifiche peculiarità all’identità e alla psiche di ogni donna.

Essere nate da una madre e poter diventare madri a propria volta impone alla psiche femminile, nell’arco del proprio ciclo di vita, di confrontarsi con tre diverse identità: quella di figlia, di madre e di donna anziana.

Questi tre aspetti non rappresentano solo tre fasi della vita riproduttiva, ma anche tre livelli identitari e di sviluppo psicologico con cui ogni donna deve confrontarsi per raggiungere un grado maturo di separazione e individuazione dalla propria madre che le consenta di diventare adulta – rispetto a duna madre più “anziana” -, e eventualmente madre, a sua volta.

La regressione infantile in gravidanza non è quindi un’involuzione, ma una fase di sviluppo della psiche della donna che si prepara a diventare madre.

 

Come una donna si trasforma in una mamma

 

La regressione infantile in gravidanza

La regressione infantile in gravidanza rappresenta quella primissima fase della gravidanza durante la quale la donna, sostenuta anche dai cambiamenti ormonali che avvengono nel proprio corpo, instaura una profonda identificazione col proprio bambino ripercorrendo essa stessa le tappe del proprio sviluppo infantile e le dinamiche del rapporto con la madre.

Identificarsi temporaneamente con il bambino che ha in grembo fino a sentirsi per alcuni aspetti psichicamente ella stessa bambina le consente di identificarsi con i bisogni del nascituro e con il modello di maternità che ha ricevuto per poter risolvere conflitti irrisolti e prepararsi a sviluppare, a partire dall’eredità della propria madre, un modello di maternità autonomo in cui identificarsi.

 

Identificarsi col bambino come estensione di sé stesse

Diversi autori hanno riconosciuto come, nella prima parte della gravidanza, la donna viva uno stato di fusione con il feto, percepito come una vera e propria estensione di sé stesse e non ancora come un essere separato e “altro da sé” (sensazione che comincerà ad emergere quando i movimenti fetali e la presenza del bambino si manifesteranno sul piano oggettivo).

In questa prima fase la futura madre può attraversare la regressione infantile con esiti molto diversi a seconda del vissuto che la gravidanza le suscita e del grado di maturità o di invischiamento che caratterizza il rapporto attuale con la propria madre.

Dagli studi di Raphael-Leff (1986) possiamo pensare che i modi con cui ogni futura madre può vivere la gravidanza, e l’iniziale fase di regressione infantile che essa comporta, possono variare lungo un continuum fra due estremi che sono quelli della “madre regolatrice” e della “madre facilitante”.

 

Dalla madre regolatrice alla madre facilitante

La “madre facilitante” è quella posizione in cui la futura madre è orgogliosa della propria gravidanza che vive come coronamento della propria femminilità, si abbandona alla fase di regressione infantile che questa comporta, senza rinunciare però alla sua autonomia e inizia a fantasticare sul proprio bambino preparando quindi anche “mentalmente”, a livello di fantasie e rappresentazioni mentali, uno spazio psichico pronto ad accoglierlo.

La “madre regolatrice” esprime invece, secondo l’Autore, un orientamento materno emotivamente distaccato nel quale la madre ha difficoltà a coinvolgersi emotivamente e a vivere la fase di regressione infantile, percepisce la gravidanza in termini esclusivamente “pratici” e “funzionali”, razionalizzando quanto accade senza contattare le proprie emozioni e senza lasciarsi andare ad immaginare il bambino che nascerà.

 

Rispettare la gravidanza senza giudicare

Sarebbe forse fuorviante intendere questi come stili materni assoluti, piuttosto sono due diverse posizioni psicologiche, due differenti atteggiamenti fra i quali ogni futura madre può posizionarsi e muoversi nel corso della regressione infantile e nelle fasi successive della gravidanza.

Gravidanza che, è bene ribadirlo, non esclude vissuti di ambivalenza e turbamento emotivo verso il nascituro o verso sé stesse, perché implica una profonda modificazione dell’identità della donna.

Proprio per questo vissuti regressivi, emotività e ripiegamento su sé stesse, risate e pianto e qualunque manifestazione la gravidanza comporti dovrebbero essere accolte con rispetto tanto dalla futura madre, quanto da chi le sta intorno sospendendo ogni giudizio.

 

Quegli spiacevoli sbalzi d'umore in gravidanza

 

 

 

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