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EMPATIA: CRESCERE INSIEME AD UN ALTRO

Ognuno di noi si emoziona nel vedere soffrire o gioire qualcun'altro. Alcuni di noi sperimentano la grazia di incontrare qualcuno insieme a cui crescere, qualcuno grazie al quale noi siamo migliori di quanto fossimo noi stessi da soli. A voi l'empatia.

Cos’è l’empatia?

Cos’è l’empatia? Iniziamo con il dire cosa non è: non è simpatia, né compassione, né “semplice” identificazione. Nella simpatia non si condividono solo le emozioni, ma anche i valori, gli obiettivi e gli ideali dell’altro. Nella compassione invece, si pone l’accento sulla sofferenza ed è inseparabile dall’idea di una vittima di cui prendere le difese. Il pericolo in questo caso è che non prevede reciprocità e a volte può essere accompagnata anche da un sentimento di superiorità.

L’identificazione, invece, è il primo stadio dell’empatia che potremmo dire si articola su tre livelli.

L’empatia può essere rappresentata, infatti, come una sorta di piramide costituita da tre livelli sovrapposti, corrispondenti a tre relazioni sempre più ricche e condivise con un numero sempre più ridotto di persone.

Il primo livello è l’empatia di base, comune a tutti gli esseri umani, al di sopra vi è una costruzione più articola che associa varie qualità (empatia reciproca), infine vi è quell’energia (intersoggettività) che spinge ad un legame ovvero ad una relazione interpersonale.

 

Empatia di base

L’empatia di base corrisponde a quella che generalmente si chiama identificazione, ovvero la possibilità di cambiare punto di vista su di una situazione senza perdersi. Questa qualità si distingue in una componente emotiva, ovvero la capacità di distinguere sé dall’altro – competenza che emerge presto nel bambino - ed una cognitiva, ovvero la capacità di assumere il punto di vista dell’altro – competenza che emerge intorno ai 4 anni e mezzo.

Tale empatia riguarda quindi la possibilità di immaginarsi cosa si potrebbe provare a pensare al posto dell’altro. A tal fine non è indispensabile nemmeno che l’altro sia riconosciuto come un essere umano: ci si può benissimo identificare con un essere immaginario, come il protagonista di un romanzo o di un cartone animato.

D’altra parte è possibile identificarsi con qualcuno senza neppure vederlo o senza che l’altro se ne accorga. L’empatia così definita alimenta la reciprocità, supportando la solidarietà e il mutuo soccorso.

 

Esiste un test per l'empatia?

 

Empatia reciproca

Alla capacità di rappresentarsi il mondo dell’altro, in questo caso, si aggiunge il desiderio di un mutuo riconoscimento: non solo mi identifico con l’altro ma gli riconosco anche il diritto di identificarsi con me, ovvero di mettersi al mio posto e di avere così accesso alla mia realtà psichica, di comprendere quello che comprendo e di provare quello che provo.

Questa esperienza rimanda a quella dello specchio e implica un contatto diretto con la persona, oltre a tutti i gesti espressivi: mimica del volto, sorriso, incrocio degli sguardi, gesti espressivi.

Negare questa mediazione espressiva nega l’esistenza dell’empatia reciproca. Questo mutuo riconoscimento ha tre aspetti: riconoscere all’altro la possibilità di avere stima di sé come io ce l’ho di me stesso (componente narcisistica); riconoscergli la possibilità di amare e di essere amato (componente delle relazioni oggettuali); riconoscergli la qualità di soggetto del diritto (componente della relazione di gruppo)

 

Intersoggettività

A questo livello l’empatia consiste nel riconoscere all’altro la possibilità di chiarire aspetti di me stesso che ignoro. È il caso, ovviamente, di chi si rivolge a un terapeuta, ma fortunatamente è una situazione che si può ritrovare anche nell’amicizia e nei rapporti d’amore, dove cadono le barriere.

È quello che Tisseron (2001), psichiatra e psicoanalista francese, chiama “empatia estimizzante” ricollegandola al concetto di estimità, concetto sviluppato come contraltare dell’intimità, ovvero l’esporre ad un pubblico più o meno vasto frammenti di sé fino a quel momento protetti dagli sguardi estranei, cioè mantenuti intimi, per farne riconoscere il valore e ottenere così una validazione.

In questo caso non si tratta più di identificarsi nell’altro, né di riconoscere all’altro la capacità di identificarsi con me accettando di condividere con lui le mie paure, ma di scoprirmi, attraverso l’altro, diverso da come credevo di essere e di lasciarmi trasformare da questa scoperta. In questo momento le somiglianze contano più delle differenze ed i due percorsi di vita degli interlocutori sono un arricchimento per entrambi.

 

Apprendere l’empatia

Ne deriva che ognuno di noi scopre contemporaneamente l’altro e se stesso. Questa mutua scoperta e il piacere che l’accompagna sono la chiave delle forme elevate di empatia e di solidarietà di cui siamo capaci.

Ma, allo stesso tempo, tale prossimità fra sé e l’altro non può non suscitare angosce intense: la paura di essere manipolato, alienato dalla propria libertà e del proprio desiderio, cioè di essere assorbito nell’altro e di cessare un’esistenza autonoma.

Il rischio è quindi voler arrivare a manipolare l’altro ed avere un dominio su di lui per timore di essere sottoposto al dominio dell’altro. In un certo senso, il nemico principale dell’empatia è il dominio nei suoi due aspetti, attivi e passivi.

Per questo, l’essere umano, pur dotato di una qualità straordinaria, può talvolta spogliarsene completamente: è quando teme, a torto o a ragione, di essere manipolato. L’unica possibilità per impedirlo è sviluppare l’empatia fin dalla più tenera età e cercare di coltivarla nelle proprie relazioni.

 

La differenza tra empatia femminile ed empatia maschile

 

Per approfondire:

> Le emozioni: cosa sono e a cosa servono


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