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CIBO E EMOZIONI: GUSTIAMO REALMENTE CIÒ CHE MANGIAMO?

Chi non si è identificato almeno una volta in Bridget Jones che, dopo l’ennesima delusione d’amore, si ritrova a consolarsi in compagnia di tv, divano e una gigantesca coppa di gelato? Il rapporto fra cibo e emozioni è spesso contraddittorio e tormentato, mangiare può essere un modo per punirsi e perdere il senso di quanto ci accade o un modo per volersi bene, “gustare” la vita e condividerla con gli altri…

Può essere per fronteggiare stress lavorativi, preoccupazioni finanziarie, delusioni sentimentali; si può smangiucchiare per noia o solitudine: pur senza vivere un rapporto patologico con l’alimentazione, a molti capita di usare il cibo per reagire a stati emotivi negativi o disturbanti.

Vediamo allora meglio il rapporto fra cibo ed emozioni.

Cibo e emozioni: la fame emotiva

Una delle componenti più frequentemente associate all'iperalimentazione è la fame emotiva, cioè la tendenza ad alimentarsi in risposta a stati emozionali negativi come ansia e irritabilità (van Strien et al., 2007).

Il rapporto fra emozioni e cibo in questi casi può diventare paradossale poiché il meccanismo di compensazione attuato impedisce di gustare realmente ciò che si mangia alimentando invece sentimenti di frustrazione e colpa che possono minare l’autostima e un sano rapporto con la propria immagine corporea.

 

Psicolgia del cibo: perché mangiamo quello che mangiamo?

 

Cibo e emozioni: capacità di coping

Nel meccanismo della fame nervosa il rapporto fra cibo e emozioni sembra essere influenzato dalla capacità di riconoscere e gestire i propri stati emotivi e di reagire attivamente ad eventi stressanti con efficaci strategie di coping.

Alcuni studi riferiscono ad esempio come l'ansia determinerebbe un aumento del consumo alimentare solo se vissuta come minaccia per l'Io implicante sentimenti negativi riguardo a se stessi (Heatherton e coll,  1998), mentre stress emotivi che sollecitano una gestione attiva del problema - incidendo positivamente sulla propria autoefficacia - non si assocerebbero alla fame emotiva (Obrist, 1981). Altri autori (Bruch, 1964) evidenziano da tempo come alla base della fame emotiva ci sia un difetto della regolazione affettiva connesso con una scarsa capacità a distinguere le emozioni dai bisogni fisiologici che utilizzerebbe cibo come risposta "indifferenziata" a qualunque stato di tensione fisico o emozionale.

 

Cibo e emozioni per il benessere

Il cibo può essere un “nutrimento” a tutto tondo per il ben-essere psico-fisico della nostra persona, fonte di sostegno, soddisfazione e anche occasione di convivialità, intimità e scambio con gli altri.

Ma per imparare a gustare realmente ciò che mangiamo senza “mangiare le nostre emozioni” come dice Louise Vincent ne suo libro (Sono infelice e mangio!, 2001) è indispensabile provare a fermarsi un attimo, prima di cedere ciecamente a quello che ci sembra l’irresistibile impulso della “fame” e riflettere se quello che stiamo per introdurre è un buon “ingrediente” o piuttosto una violenza per il nostro corpo e, in ultimo ma non per importanza, se il “nutrimento” di cui in quel momento sentiamo il bisogno non sia da ricercare piuttosto in un altrove

 

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Immagine | nomadic_lass


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