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L’ANGOSCIA ESISTENZIALE E LA FILOSOFIA

Kierkegaard ha fatto dell’angoscia esistenziale il baluardo della sua dottrina filosofica. Heidegger ha proseguito il suo pensiero sul filone dell’angoscia di Kierkegaard. Sartre l’ha relazionata alla percezione della solitudine. L’angoscia esistenziale è insita nell’uomo, è il fine ultimo di un’esistenza o un mero concetto filosofico? Andiamo a conoscere meglio l’angoscia esistenziale

Angoscia, da angere, termine latino che si può tradurre con stringere, soffocare.

L’angoscia esistenziale è al centro del dilemma natura-cultura: nasciamo predisposti all’angoscia e quindi impossibilitati a non vivere questa condizione, o siamo vittime inconsapevoli di una cultura castrante e coercitiva che innesta in noi questa condizione?

La filosofia è stata la prima ad occuparsi dell’angoscia esistenziale dividendo, in seguito, il terreno di indagine con le discipline medico-psichiatriche e con la psicologia. Ma in qualunque salsa si presenti, l’angoscia esistenziale non può non suscitare l’interesse dell’uomo, soprattutto di quell’uomo che dedica la sua vita all’indagine della ψυχή (psiche).

 

Angoscia esistenziale: Kierkegaard e l’angoscia esistenziale come vertigine della libertà

Secondo Kierkegaard l’esistenza è il modo di essere dell’uomo nel mondo e viene definito dai concetti interdipendenti di singolarità, possibilità, scelta, angoscia, disperazione e fede. L’angoscia, per Kierkegaard, è il sentimento del possibile e la possibilità è la più pesante di tutte le categorie in quanto prospetta l’impossibilità, ovvero l’impotenza dell’uomo nel realizzare a pieno la sua vita.

L’angoscia esistenziale è lo stato d’animo che sorge dinanzi alla vertigine della libertà. L’angoscia esistenziale nasce dalla percezione del vuoto rispetto alla propria esistenza: quando l’uomo si rende conto che la libertà che crede di vivere è una non libertà in cui ogni scelta etica e sociale è fatta in funzione di altri e non per seguire un reale desiderio, allora avverte il peso della sua vita e della percezione di non essere libero. L’unico modo di sconfiggere l’angoscia esistenziale dell’uomo è la sua fede.

L’angoscia esistenziale è diversa dalla paura, perché solo l’uomo che possiede un grande spirito è in grado di entrare in contatto con questa sensazione. Più grande è l’uomo, diceva Kierkegaard, più profonda diventa l’angoscia.

 

Angoscia esistenziale: Heidegger e l’annientamento

Heidegger riprende Kierkegaard e il tema dell’angoscia esistenziale è centrale nel suo pensiero. A differenza della paura che ha un oggetto di riferimento ben preciso, l’angoscia esistenziale nasce quando l’uomo si trova di fronte al nulla, dinanzi all’annientamento dell’esistenza: la morte.

Nei vari modi di Essere nella vita e nel mondo, secondo Heidegger l’uomo può comprendere l’esistenza solo con l’Essere per la morte, ovvero quando viene posto dinanzi al limite della fine della vita. Il limite dà una scansione temporale, un prima, un ora e un poi, al suo Essere nella vita. L’angoscia esistenziale nasce quando l’uomo scopre nella morte la possibilità decisiva dell’esistenza

. Le altre emozioni sono poca cosa di fronte all’angoscia esistenziale: solo in questa l’uomo diventa consapevolmente autentico.

 

Angoscia esistenziale: Sartre e l’angoscia di scegliere

L’ateo Jean Paul Sartre riteneva che l’esistenza precedesse l’essenza, questo perché l’uomo prima nasce, quindi esiste, e poi si definisce, quindi è. L’angoscia nasce quando l’uomo si trova dinanzi ad una scelta.

Quando l’uomo deve scegliere è solo: niente e nessuno può realmente guidarlo e si ritrova in solitario confronto con le sue responsabilità.

Insomma, l’angoscia esistenziale emerge non appena l’uomo si accorge di essere solo. Angoscia esistenziale: vertigine della libertà, autenticità quando si incontra il limite, solitudine. La filosofia ha indagato l’angoscia in tutti i suoi meandri. Ma l’angoscia continua ad incuriosire gli animi e le menti del mondo psicologico e medico-psichiatrico, prendendo un’altra connotazione.

 

 

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