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EMPATIA TRA MADRE E BAMBINO: UNA DANZA A DUE

L’empatia tra madre e bambino è forse uno degli aspetti più studiati e anche maggiormente idealizzati del rapporto genitoriale. È una dote misteriosa? È di competenza solo delle mamme perfette oppure è innata a qualsiasi rapporto madre-figlio? In occasione della festa della mamma, riflettiamo sul rapporto empatico tra madre e bambino

L’empatia fra madre e bambino è un concetto che richiama spesso nella mente comune rappresentazioni idilliache e quasi favolistiche di madri oblative e totalmente sollecite nel curare il loro piccolo sulla scia di una corrispondenza intuitiva e quasi magica di sentimenti e affetti, un legame speciale che unirebbe madre e bambino in un idillio dove non sono contemplate fratture, incomprensioni, errori o difetti… niente di più falso!

L’empatia è una capacità umana alla base del nostro bisogno di relazione con gli altri, ogni madre la sviluppa nelle fasi precoci e preverbali dello sviluppo del suo bambino semplicemente imparando a diventare madre, a conoscere il suo piccolo e, perché no, commettendo anche alcuni errori.

L’empatia madre bambino non si nutre di madri perfette, ma di madri e bambini reali.

 

L’empatia fra madre e bambino

L’empatia è quella capacità umana di partecipare delle esperienze affettive altrui identificandosi parzialmente con tali vissuti emotivi per poterli comprendere e stabilire quindi un contatto, una comprensione, una vicinanza affettiva con l’altra persona.

L’empatia nei bambini si sviluppa fin dai primi anni di vita e matura nel corso di tutto lo sviluppo psicoaffettivo grazie alle relazioni primarie con la madre e con le altre figure di attaccamento.

L’empatia fra madre e bambino si sviluppa fin dalle primissima fasi di vita del piccolo come modalità di comprensione e comunicazione intuitiva e preverbale grazie alla quale entrambi imparano a sviluppare una conoscenza reciproca.

 

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L’esperimento still face

Esiste un famoso esperimento ideato da Edward Tronik, uno dei massimi esponenti dell’Infant Research, che illustra alcuni aspetti molto interessanti dell’empatia madre bambino.

L’esperimento è quello denominato still face (guarda il video in fondo all'articolo) ed illustra molto bene quanto i bambini siano soggetti attivi nel cercare di stabilire e mantenere un contatto relazionale con la madre e quanto sia importante per loro sentirsi efficaci nel poter influenzare questo contatto, nel poter, in altre parole, provocare a loro volta degli effetti sul comportamento materno.

La situazione sperimentale in questione illustra uno scambio interattivo molto particolare tra madre e bambino dove l’empatia che porta ad una condivisione di stati emotivi consente a madre e bambino di ballare insieme una sorta di “danza” relazionale fra i due.

Il bambino sorride e la madre ricambia il sorriso, questo lo incita a continuare a esprimere mediante le espressioni facciali e il corpo la propria partecipazione alla relazione.

Ma appena la madre smette di rispondere alle sollecitazioni del bambino e, invece di seguirne e ricambiarne gli sguardi e le emozioni, rimane impassibile con uno sguardo fisso e inespressivo, il bambino cambia registro.

Tenta di sollecitarla e di richiamare invano la sua attenzione, cerca di toccarla e infine il bambino inizia a piangere, a quel punto la madre lo rassicura e il contatto viene ripristinato.

 

Il bambino richiama l’attenzione della madre…

Non si pensi che la situazione di Tronik sia una crudeltà operata ai danni dei bambini in nome della scienza, non solo perché l’esperimento dura in realtà solo pochi istanti, ma anche perché, pur se in modalità più semplificate, mostra una situazione che può comunque avvenire nelle interazioni quotidiane tra madre e bambino.

L’empatia fra madre e bambino non è una dote che li lega in una comprensione reciproca continua e infallibile. Le madri, tutte le madri, sono chiamate ad essere, come diceva Winnicott, “sufficientemente buone”, non perfette.

Momenti di distrazione, stanchezza, incapacità a comprendere quello che il bambino sta realmente comunicando, urgenze di vario tipo… la vita di ogni madre è fatta anche di momenti in cui l’empatia e il contatto emotivo col proprio bambino vengono meno, magari per pochi istanti, come quelli della situazione sperimentale di Tronik.

Ed è allora che il pianto del bambino, o qualunque sua altra manifestazione di disagio, richiama l’attenzione della madre che accorrerà sollecita magari sentendosi colpevole di aver, anche se per poco, “dimenticato” il suo bambino… ma non tutto il male vien per nuocere.

 

…e scopre di poter ripristinare il contatto

Non è un’empatia perfetta, né un contatto affettivo e comunicativo ininterrotto che giova allo sviluppo psicoaffettivo del bambino.

Certo, abbiamo parlato di una madre “sufficientemente buona” il che vuol dire di una madre che sarà ragionevolmente un punto di riferimento costante per il bambino e provvederà ai suoi bisogni.

È all’interno di questa cornice di continuità e di affidabilità che quelle micro-rotture nella relazione, quei momenti di temporanea incomprensione o indisponibilità della madre possono rappresentare anche passaggi evolutivi importanti.

Per il bambino, più che non interrompere il contatto è importante – lo ripetiamo all’interno di una relazione affettivamente stabile e affidabile – poter sperimentare la propria efficacia nel ripristinare un contatto.

Il fatto che la madre reagisca al pianto del bambino accorrendo verso di lui – come accade anche nell’esperimento di Tronik quando la madre ricomincia a sorridere – rappresenta una fonte di apprendimento straordinaria che rinforza l’empatia e la relazione.

Il bambino, infatti, si sperimenta come efficace, come colui che può avere un potere nella relazione con la madre e che con il proprio comportamento può produrre degli effetti, primo fra tutti, quello di far tornare la madre da lui nel momenti in cui la percepisce fisicamente o emotivamente distante.

Nessuna madre perfetta dunque per un’empatia fra madre e bambino, piuttosto una madre capace di cogliere i feedback che il piccolo manda: nella relazione si è in due sempre, anche nelle fasi molto precoci della vita.

 

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