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DISTURBI ALIMENTARI E SENSO DI INADEGUATEZZA

L’importante è essere magri, l’importante sono le calorie ingerite o quelle smaltite, l’importante è l’immagine che si vede riflessa nello specchio: le persone con disturbi alimentari fondano il proprio fragile senso di autostima esclusivamente sulla forma del corpo e la capacità di controllarla nascondendo spesso un profondo senso di inadeguatezza.

Non importa quanto siano alti i voti nelle pagelle scolastiche, non importa quali e quanti feedback positivi amici o parenti possano rimandare, né quante competizioni si siano superate o quante responsabilità o impegni si siano ottemperati… Le persone con disturbi alimentari soffrono spesso di un ingombrante senso di inadeguatezza: possono sentirsi “diverse”, fuori posto, dei pesci fuor d’acqua in molte situazioni, nonostante la loro “facciata” perfetta e apparentemente più che ben adattata.

 

I disturbi alimentari e l’apparente “perfezione”

Hilde Bruch (1973), psichiatra statunitense di origine tedesca, fu una pioniera nello studio dei disturbi alimentari e, benché la teoria e la ricerca successive abbiano compiuto numerosi passi avanti da allora, i suoi contributi restano tutt’ora dei capisaldi per molti professionisti del settore, per quanti, almeno, non si accontentino di inquadrare i disturbi alimentari come meri disturbi sintomatologici dell’appetito.

L’appetito c’entra molto poco e, fra fenomenologie sintomatiche apparentemente opposte che vanno dall’anoressia restrittiva all’obesità, possono riscontrarsi molte caratteristiche psicologiche comuni. Nel suo testo Patologia del comportamento alimentare. Obesità, anoressia mentale e personalità – un libro sfortunatamente ormai introvabile almeno in Italia – la Bruch già negli anni ’70 specificava come le pazienti da lei studiate fossero molto spesso le classiche “brave bambine”, orgoglio della famiglia, brave a scuola, brave nello sport, brave in tutto, almeno finché il disturbo alimentare non metteva in discussione questa facciata compiacente…

 

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Disturbi alimentari: non sentirsi mai abbastanza

Per un ragazzo o una ragazza che nascondano un profondo senso di inadeguatezza dietro una facciata di apparente perfezione, anche prendere un ottimo voto ad un compito in classe può risultare un’esperienza frustrante e destabilizzante. Può accadere che si stupiscano, ogni volta, dei risultati raggiunti e non per eccesso di modestia, ma perché non avevano la minima idea del loro reale livello di preparazione, del valore oggettivo delle capacità dimostrate. 

Queste persone – ragazze, donne, ma anche ragazzi e giovani uomini – possono non avere alcuna percezione delle proprie capacità o del proprio valore, la sensazione di non essere mai abbastanza, di non fare mai abbastanza, le porta a impegnarsi al massimo, con elevati livelli di perfezionismo, ma senza ottenere da questo alcuna rassicurazione. 

La sensazione sarà sempre quella di non sapere, di non fare, di non essere mai abbastanza – e per la modalità cognitiva di queste persone non abbastanza significa “niente” – e un feedback positivo, un ottimo risultato le lascerà spiazzate. Sì perché, benché sappiano di aver magari lavorato duramente, potrebbero sentirsi come se non avessero la minima idea di come ci sono arrivate: tutte quelle ore di studio non sono servite a nutrire una solida consapevolezza della propria preparazione e delle proprie capacità.

E la prossima volta si sentiranno ansiose e preoccupate come se fosse “la prima volta”, come se i successi, i bei voti delle prove precedenti, non contassero più nulla… In altre parole: i feedback positivi invece di nutrire una sicurezza in loro stesse, non scalfiscono nella sostanza la fragile autostima di queste persone. È come se i bei voti, i risultati raggiunti, i complimenti e i riconoscimenti ricevuti dagli altri “rimbalzassero” all’indietro senza riuscire a fare la differenza. Continueranno a non sentirsi mai abbastanza (Di Luzio, 2010)…

 

Inadeguatezza ai feedback degli altri

In altri casi, o in altre persone, può avvenire qualcosa di leggermente diverso: i feedback positivi, le conferme o gli incoraggiamenti che si ricevono dall’esterno non solo non servono a rassicurare, ma, al contrario, alimentano ulteriormente uno stato di tensione e di ansia. Il problematico senso di inadeguatezza di queste persone, alimenta una sensazione spiacevole e opprimente di essere intrinsecamente “sbagliate”, difettose, non realmente capaci…

L’ammirazione o i complimenti degli altri, anche incoraggiamenti sinceri e fatti in buona fede, possono essere percepiti così distanti dal valore che si attribuisce a sé stessi da sentirli come estranei, inautentici, una ulteriore aspettativa cui dover dimostrare di essere all’altezza (e non un’attestazione di quelle che sono già le capacità o i pregi che si possiedono). Il risultato paradossale sarà, in questi casi, che la persona non si sentirà rassicurata ma ancora più inadeguata e spinta a dover dimostrare di essere “perfetta” (Pallier, 1989).

 

La psicoterapia per i disturbi alimentari

Il sintomo alimentare si inserisce spesso in questo contesto, acquisisce significato in relazione a questo senso di inadeguatezza personale. Sì perché a prescindere da come il comportamento alimentare problematico si manifesti – in senso restrittivo o bulimico o, come in molti casi avviene, un’alternanza fra ai due – rimane il fatto che queste persone tendono ad affidare al controllo del cibo e del peso tutta la loro autostima.

Riuscire a essere magre è la misura del loro senso di efficacia e questo perché il cibo e il corpo sono entità concrete, tangibili, che la mente percepisce illusoriamente come più facilmente controllabili rispetto a quelle che potrebbero essere le proprie capacità, i propri pregi e difetti di cui spesso queste persone non hanno una chiara consapevolezza. Questo non consente loro di orientarsi con sufficiente sicurezza nelle scelte e nelle prove da superare.

Per questo motivo, una parte importante dei percorsi di psicoterapia per le persone con disturbi alimentari, si incentra spesso sull’aiutare la persona a riconoscere questo senso di inadeguatezza, con i pensieri e vissuti ad esso associati, per aiutarla a costruire una consapevolezza affidabile delle proprie caratteristiche e capacità personali.

 

Bibliografia

Bruch. H.(1973), Eating Disorders :Obesity, AnorexiaNervosa and the Person Within, New York: Basic Books.
Di Luzio G. (2010), Disturbi alimentari psicogeni: “eclissi” del sé ed esperienza del corpo, International Journal of Psychoanalysis and Education, II(2): 80-92.
Pallier L. (1989), Il bambino” mostruoso” come minaccia all’ integrità del Sé, Rivista di Psicoanalisi, Anno XXXV, N.4, 807-821.

 

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Foto: Tero Vesalainen / 123rf.com

 

 

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