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IN GIAPPONE C'È CHI RIFIUTA IL CONSUMISMO

Solo 4 paia di camicie nell’armadio, un tavolo scarno senza suppellettili, nessun quadro alle pareti. Alcuni giovani professionisti, in Giappone, hanno improntato il proprio stile di vita al minimalismo più assoluto. La motivazione non è economica ma risiede nel rifiuto del consumismo delle società odierne.

In un’intervista a Reuters, Sasaki, un editor giapponese di 36 anni, racconta di aver abbracciato uno stile di vita scarno e minimalista come rifiuto “idelogico” del consumismo che caratterizza il mondo attuale.

Contro la frenesia di accumulare oggetti e la smania di possedere sempre di più, si profila dunque una scelta decisamente in controtendenza, per riscoprire le cose realmente importanti della vita.

 

Rifiutare il consumismo: il radicalismo dell’ “essere”

Rifiutare il consumismo sembrerebbe dunque un modo per andare all’essenzialità delle cose, recuperare il contatto con le dimensioni veramente importanti dell’esistenza….

Nell’antico dilemma “essere o avere”, questi giovani professionisti del Sol Levante sembrano aver scelto di radicalizzare il primo termine a discapito del secondo. Ma si tratta davvero di due aspetti così in contrasto fra loro? Per non essere schiavi del consumismo dobbiamo privarci del gusto e della libertà di possedere il “superfluo”?.. Dipende… da cosa si intende per “superfluo” ad esempio…

Gli oggetti che possediamo, o che desideriamo, possono essere fini a sé stessi, pezzi di una collezione senza uno scopo né una meta. O, la contrario, rappresentare aspetti importanti della nostra storia, veicolare significati rilevanti per la nostra continuità autobiografica.

Non per nulla le persone che si vedono improvvisamente sottratti i propri averi (si pensi al carcere, agli anziani in case di riposo, alle vittime di guerre o disastri ambientali) possono andare incontro a disturbi psicologici profondi, legati ad un senso di deprivazione identitaria, e non solo materiale, della propria persona.

 

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Rifiutare il consumismo: un modo per non cedere alla tentazione?

La notizia, almeno da noi, ha dell’aneddotico; sebbene pare che in Giappone uno di questi giovani “anticonformisti” del consumismo abbia addirittura pubblicato un libro in cui parla della propria scelta di vita.

Ad ogni modo, prendendo soltanto il sapore della provocazione che l’eco di una tale notizia assume da noi (avulsi dalle peculiarità, certamente differenti, del consumismo nipponico) vengono alla mente quelle ferree proibizioni di stampo medievale, quegli ascetismi estremi che tanta parte hanno in fondo già avuto nella storia dell’umanità, almeno occidentale.

Ebbene, anche in tali casi si predicava la totale astinenza dagli aspetti “mondani” nella vita perché, a quanto pare, non si intravedeva altra alternativa che quella di esserne posseduti, resi schiavi e quindi destinati alla dannazione. Un po’ come quelle diete ferree dove ci si impone di non tenere in casa alcun tipo di comfort food, si pensi al proverbiale barattolo di Nutella, perché, in caso contrario, non si potrebbe far altro che cedere incontrollatamente alla tentazione.

 

Rifiutare il consumismo: se “avere” diventa una dipendenza

La questione sollevata da questi giovani giapponesi non è certo banale e, se emendata per un attimo da giudizi di valore morale, appare forse ben più complessa di come l’avevano risolta, in modo piuttosto manicheo, gli spirituali medievali.

Ogni forma di comportamento umano, in fondo - che si tratti di possedere oggetti costosi, praticare sport, lavorare o bere del vino – può avere un significato, che arricchisce la vita della persona e le sue possibilità di espressione o, al contrario, svuotarsi di significato e diventare più simile ad una forma di dipendenza, ad una compulsione comportamentale senza meta se non quella di distrarsi da sé stessi e dagli altri.

Il confine può apparire sottile ma non lo è e la differenza, alla fin fine, non è, forse, soltanto in “quanti” oggetti si possiedono ma, in maniera meno scontata, “come".

“Gli oggetti son cose che non dovrebbero commuovere, perché non sono vive. Ci se ne serve, li si rimette a posto, si vive in mezzo ad essi: sono utili, niente di più. E a me, mi commuovono, è insopportabile. Ho paura di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vive.

Ora me ne accorgo, mi ricordo meglio ciò che ho provato l'altro giorno, quando tenevo in mano quel ciottolo. Era una specie di nausea dolciastra. Com'era spiacevole! E proveniva dal ciottolo, ne son sicuro, passava dal ciottolo nelle mie mani. Sì, è proprio così, una specie di nausea nelle mie mani”.

(Jean-Paul Sartre dal libro La nausea)


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