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LA SFIDA DELLE GIOVANI DONNE: INTERVISTA A FRANCESCA CROSTA

A partire dagli anni Settanta la presenza femminile nel mondo del lavoro, fino ad allora piuttosto esigua, inizia a crescere, continuando a rafforzarsi nei decenni successivi. Questo positivo andamento non è stato sufficiente a far recuperare alle italiane lo storico distacco che esse presentano nei confronti sia degli uomini, sia delle donne degli altri paesi europei. Abbiamo intevistato la dottoressa Francesca Crosta, una delle autrici del volume "La sfida delle giovani donne", per saperne di più

È in libreria, edito da Franco Angeli, La sfida delle giovani donne. I numeri di un percorso a ostacoli, volume che indaga la presenza femminile nel mondo del lavoro. Le autrici sono Francesca Zajczyk, Barbara Borlini e Francesca Crosta. Francesca Crosta è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca e ha svolto attività di ricerca sui temi delle pari opportunità, della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro e delle disuguaglianze di genere: l'abbiamo intervistata per saperne di più sulla condizione delle donne nel mondo del lavoro e della formazione.

 

Le donne nel loro percorso di istruzione e formazione mostrano di essere più brave rispetto agli uomini, riportando voti migliori a scuola e all’università. Tra le varie motivazioni, può esserci anche una spinta a impegnarsi di più per la paura di non ottenere gli stessi risultati lavorativi degli uomini?

Le giovani rivelano una grande consapevolezza della necessità di una preparazione culturale e professionale per realizzare i propri progetti di vita. Nella prospettiva della ricerca di percorsi competitivi e di alto profilo, in grado di offrire chance nel mondo del lavoro per la propria realizzazione professionale, sono sopratutto le giovani donne che decidono, infatti, di proseguire gli studi dopo la laurea. Nel 2006, le donne costituivano il 51% di coloro che hanno conseguito il titolo di dottore di ricerca e la percentuale è ancor più elevata se consideriamo le scuole di specializzazione (66%) e i master di primo e secondo livello (68%) (dati Miur, 2009). Non è detto che si tratti della paura di non ottenere gli stessi risultati dei colleghi uomini, non avendo ancora sperimentato sui banchi di scuola discriminazioni di genere; certamente però le giovani vogliono investire molto sul proprio percorso formativo, per raggiungere gli obiettivi professionali che si sono prefissati. Del resto, numerose ricerche documentano che per le ragazze il prolungamento del percorso formativo comporta vantaggi molto maggiori rispetto ai ragazzi, agevolando l’inserimento lavorativo e consentendo di ottenere più facilmente lavori qualificanti.

 

Come si spiega che ci siano ancora ambiti di studio a maggior concentrazione maschile e viceversa? È solo una questione di stereotipi e pregiudizi difficili da sradicare o ci sono altre motivazioni culturali e sociali?

Certamente nell’ultimo ventennio la tipizzazione dei percorsi formativi e delle professioni in base al genere si è ridimensionata sempre più; eppure ancora oggi ragazzi e ragazze continuano a distribuirsi in misura differente nelle varie aree del sapere, perpetuando, in questo modo, anche forme di concentrazione e segregazione (orizzontale) nell’occupazione. Interessanti spunti di riflessione sulle motivazioni che sottostanno a questo fenomeno emergono chiaramente da una ricerca condotta sui dati dell’Osservatorio sulla condizione studentesca dell’Università di Milano Bicocca volta ad indagare il significato attribuito allo studio universitario da parte di studenti e studentesse. La concentrazione di genere nelle facoltà avviene perché, mediamente, uomini e donne perseguono nelle loro scelte formative priorità parzialmente differenti: per i primi l’investimento in istruzione viene effettuato in vista del rendimento futuro delle competenze acquisite («non importa tanto l’ambito professionale, ma la spendibilità sul mercato del lavoro delle mie credenziali educative»), per le seconde l’impegno universitario è più spesso parte di un preciso progetto professionale («studio per poter svolgere nella mia vita quella professione che mi piace e mi gratificherà»).

 

Queste propensioni sembrano evidenziarsi già alle scuole medie, dove le ragazze mostrano maggiore tensione verso la realizzazione personale, mentre i ragazzi sembrano puntare maggiormente sugli aspetti strumentali per la propria soddisfazione. Poiché facoltà come Informatica, Statistica, Economia sono ritenute – sia dai ragazzi che dalle ragazze – più spendibili sul mercato del lavoro, vengono scelte da chi (in prevalenza uomini) privilegia obiettivi strumentali. Al contrario, Sociologia, Scienza della Formazione, Psicologia vengono scelte da chi (donne per lo più) privilegia l’interesse verso quello specifico ambito disciplinare e professionale. I dati Almalaurea confermano come questi differenti orientamenti valgano anche nella fase di ricerca del lavoro: la coerenza con gli studi seguiti è infatti fattore di interesse più femminile che maschile e, sul versante opposto, le possibilità di carriera sono ritenute più importanti dai laureati che non dalle laureate.

 

Un ulteriore aspetto emerso dalla stessa ricerca sugli iscritti dell’Università Bicocca che ci aiuta a comprendere meglio le caratteristiche del progetto fomativo-professionale femminile riguarda l’universo valoriale di studenti e studentesse: i primi propendono decisamente per l’area individualistico-acquisitiva (denaro, successo, carriera), le ragazze si concentrano su valori più vicini alla dimensione pubblica e dell’impegno (solidarietà, eguaglianza, impegno sociale) senza trascurare l’importanza che viene attribuita a studio e interessi culturali. Ciò potrebbe tradursi nella ricerca di percorsi formativi, prima, e professionali, poi, più centrati sulla ricerca di un lavoro gratificante, che magari possa anche avere una qualche utilità sociale, anche mettendo in secondo piano gli aspetti economici.

 

Nel mondo del lavoro, il settore pubblico è caratterizzato da meno disparità di genere, ma le donne faticano a occupare posizioni dirigenziali. Quali sono le professioni che più risentono di questa mancanza? Perché?

Il settore pubblico è un ambito tradizionalmente meno caratterizzato da disparità di genere rispetto a quello privato, grazie sia alle procedure concorsuali, che premiano le elevate credenziali educative raggiunte dalle donne, sia alla maggiore sensibilità alla problematica delle pari opportunità. Eppure, anche nel settore pubblico la parità è ancora lontana. Nell’insieme, le donne costituiscono più della metà dei dipendenti (54%), ma la situazione dei singoli comparti è assai composita, con la componente femminile che costituisce ben il 77% del personale nel settore scuola e quasi il 66% nel Servizio Sanitario Nazionale (nell’insieme i due comparti occupano i tre quarti di tutto il personale femminile del pubblico impiego), ma è esigua nel mondo delle Forze Armate, dei Vigili del Fuoco, dei Corpi di Polizia, della diplomazia (rispettivamente lo 0,5%, il 5,5% e il 6,2, il 15%).

 

Salendo poi lungo la scala gerarchica, non si rileva una presenza proporzionale alla consistenza del personale femminile nell’insieme del settore pubblico. I fenomeni della segregazione orizzontale e verticale spesso si intersecano, cosicché gli ambiti maggiormente maschilizzati sono generalmente quelli in cui per le donne risulta più difficile fare carriera. Paradigmatici a questo proposito i dati relativi alle carriere diplomatiche, in cui le donne complessivamente sono il 15%, ma possono vantare una sola Ambasciatrice su 22 e 28 consiglieri d’ambasciata su 264 (l’11%) (dati Ragioneria generale dello Stato, 2007). Pur tuttavia, anche in ambiti fortemente femminilizzati la componente femminile nelle posizioni dirigenziali fatica ad emergere. Nella scuola è donna “solo” il 47% dei dirigenti. Nel settore sanitario, le donne costituiscono il 66% del personale non medico e non dirigente e il 59% dei dirigenti, ma le più alte posizioni – quale quella di direttore generale – si mantengono saldamente in mani maschili (per il 92%).

 

Rispetto al passato, quanto e come sono cambiati i ruoli dell’uomo e della donna in ambito domestico, soprattutto nell’educazione e nella cura dei figli? Permane anche in questo caso una forte diseguaglianza di genere?

Il crescente ingresso delle donne nel mercato del lavoro retribuito ha indubbiamente messo in discussione l’assetto famigliare basato su una rigida divisione dei ruoli, in cui la madre casalinga si faceva carico della cura e dell’educazione dei figli e delle attività connesse alla vita quotidiana della famiglia, mentre il padre lavoratore breadwinner era investito della responsabilità della più generale integrazione economica, politica e sociale del nucleo famigliare. Tuttavia, i dati evidenziano come ancora oggi gli uomini, continuano ad essere spesso esentati dalla partecipazione alle attività di cura della casa e dei familiari.

 

Circa il 76% del tempo dedicato al lavoro familiare è tuttora svolto dalle donne (con poche differenze rispetto al passato: nel 1988 era pari all’85% e nel 2002 al 78%). Dai primi dati Istat dell’indagine multiscopo sulle famiglie relativa all’“Uso del tempo” condotta negli anni 2008-2009 emerge che i cambiamenti nei tempi del lavoro familiare sono esigui e riguardano soprattutto le coppie in cui la donna è occupata e con figli; inoltre la riduzione del divario dei tempi di vita fra i generi è dovuto soprattutto ai tagli che le donne attuano al tempo dedicato al lavoro domestico più che per gli incrementi di quelli dei mariti o compagni.

 

L’aspetto ancor più preoccupante è che la caratterizzazione di genere delle attività legate alla sfera domestica si manifesta già durante l’infanzia, poiché le famiglie richiedono ai figli maschi e alle figlie femmine un differente contributo alla gestione degli impegni domestici e familiari. Né sembra essere in corso da questo punto di vista un cambiamento di grande portata. Nel corso dei 14 anni intercorsi fra le due rilevazioni Multiscopo sull’uso del tempo il gap fra ragazzi e ragazze si è ridotto, ma si tratta di un decremento di lieve portata. Il risultato è che già a partire dai 15 anni i ragazzi dedicano ai lavori familiari circa un’ora in meno delle coetanee. Lo squilibrio aumenta e si consolida poi nelle successive fasce di età, fino a raggiungere le 4 ore nelle classi centrali, quando le responsabilità familiari divengono maggiormente incombenti.

 

Quali percorsi possono essere intrapresi per ridurre ulteriormente le discriminazioni di genere e aiutare le donne nella loro crescita personale e professionale?

Ancora oggi, genitori ed insegnanti si aspettano da bambini e bambine differenti comportamenti ed atteggiamenti e trasmettono loro modelli culturali caratterizzati da stereotipi di genere. È, quindi, un problema di cultura: gli stereotipi sono fortemente radicati nella nostra società nella sua interezza; nelle antologie e nei libri di testo, nei programmi televisivi sia per bambini che per adulti, nelle riviste femminili, nei media in generale e nelle pubblicità le figure femminili sono sottorappresentate o propongono un’immagine ancora troppo legata al tradizionale ruolo della donne, impegnate in attività domestiche o di cura.

 

È necessario un cambiamento culturale a 360 gradi che parta dalla scuola e che si estenda alla famiglia e più in generale alla società nel suo complesso. È di fondamentale importanza, ad esempio, slegare le diverse discipline insegnate – in particolare quelle tecnico-scientifico - da connotazioni di genere tendenti ad attribuire a maschi e femmine propensioni e capacità sessuate, con l’obiettivo di rendere bambine e bambini prima, e ragazzi e ragazze, poi, liberi di scegliere il proprio percorso formativo e non “costretti” da stereotipi di genere a scelte obbligate. Inoltre, proprio l’ambito formativo è il punto di partenza in quanto rappresenta il principale luogo atto ad offrire a maschi e femmine strumenti e conoscenze simili e pari opportunità nel processo di apprendimento.

 

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