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RESILIENZA E BENESSERE PSICOLOGICO: MI PIEGO MA NON MI SPEZZO!

“Non è forte colui che non cade mai , ma colui che cadendo si rialza” scriveva Goethe. Vediamo allora cos'è la resilienza e perché è un ingrediente fondamentale del nostro benessere psicologico!

Come funziona la resilienza e perché è così importante per il benessere psicologico?

Si chiama tecnica del Kintsugi è una particolare arte del restauro praticata in Giappone; quando i Giapponesi riparano un vaso rotto non nascondono i danni nel tentativo di ripristinarne l’aspetto iniziale, ma, al contrario, ricompongono i cocci con un particolare tipo di resina mista a oro che rende visibile ogni singola crepa.

Le cicatrici, i segni delle rotture precedenti non vengono cancellati, ma valorizzati nella convinzione che questi rendano il vaso più bello di come era origine.

È questa l’essenza fondamentale della resilienza: la capacità psicologica di attraversare le avversità e gli eventi negativi della vita non solo senza farsene travolgere ma, riuscendo anche a coglierli come opportunità di crescita e di evoluzione.


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Resilienza e benessere: significato di un termine preso a prestito dalla Fisica

Come molti altri termini noti oggi in psicologia, anche quello di resilienza è mutuato da ambiti disciplinari estranei alle Scienze Umane.

Come la parla “stress” anche “resilienza” è un termine che deriva dalla Fisica a va ad indicare non la tensione di un materiale sottoposto ad un carico (lo “stress” appunto della fisica dei materiali), ma la capacità di suddetto materiale di resistere a tale carico e/o di ritornare alla conformazione precedente.

Originariamente dunque, il concetto di resilienza andrebbe a definire semplicemente la capacità dell’essere umano di “resistere”, non farsi danneggiare dall’urto degli eventi.

In realtà, come è stato accennato, questo concetto significa qualcosa di più e di diverso dal “non cedere mai”.

La resilienza infatti non significa essere invulnerabili alle avversità della vita, non consiste nel non farsi toccare dagli eventi negativi, non si tratta di restare uguali a sé stessi respingendo gli urti, ma farsi modellare da essi uscendone rafforzati e, dunque, cambiati.

 

Resilienza e benessere: fattori individuali e sociali

Molti sono i fattori, sia individuali che sociali che gli studi psicologici hanno riconosciuto implicati nella resilienza psicologica.

La resilienza infatti non è una qualità del tipo “tutto o nulla”, che è presente o assente nella mente delle persone.

Rappresenta piuttosto il risultato, sempre dinamico, dell’interazione dell’individuo con l’ambiente sociale e relazionale in cui è inserito.

Diversi ordini di fattori sono infatti coinvolti nella capacità di resilienza per il benessere psicologico (Vaillant, 1993; Cramer, 2000):

> Fattori prettamente individuali, come il senso dell’umorismo, lo sviluppo di capacità di gioco, di immaginazione e di pensiero che consentano di attingere ad un potenziale creativo per a soluzione dei problemi;

> la qualità dell’ambiente familiare e delle precoci relazioni di attaccamento;

> la possibilità di avere accesso ad una forma di supporto emotivo e sociale.

Queste e altre variabili modificheranno il tipo di impatto che le avversità possono avere sulla persona.

Non esiste infatti una misurazione oggettiva del carico di stress associato ad un dato evento, se ad esempio esso verrà percepito come una rottura eccedente le propri capacità di fronteggiamento (distress) o, al contrario, come una sfida stimolante (eustress).

Dipende appunto dalla valutazione soggettiva che ognuno può fare di ciò che gli accade, alla luce delle risorse che riconosce di avere i sé stesso e nel proprio ambiente di riferimento.

 

Resilienza e benessere: l’esempio di Alex Zanardi

Un esempio vivente di cosa significhi la capacità di resilienza è quello di Alex Zanardi che ha definito il gravissimo incidente che lo colpì nel 2001 come “Una delle più grandi opportunità della mia vita” diventando di fatto uno dei più grandi campioni sportivi di tutti i tempi.

“Quando mi sono risvegliato senza gambe – racconta Zanardi - ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa”.

 

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