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IL COUNSELING INTERCULTURALE: LA NUOVA FRONTIERA DEL COUNSELING

L’interculturalità non è una disciplina, ma una prospettiva globale. Oggi non è possibile più concepire la cultura come realtà omogenea, compatta, “pura”, ma identità e culture differenti costituiscono continue aree di scambio e il counseling è chiamato a rispondere e a considerare trasversalmente l’interculturalità. Quest’ultima non riguarda solo le immigrazioni, ma abbraccia l’ampio spettro di tutte le relazioni tra culture diverse e di come esse vivono e guardano al mondo. Cosa vuol dire fare counseling interculturale? Vediamolo insieme

Il concetto di intercultura si rifà ad un’idea di cultura come “costruzione narrativa condivisa, contestata e negoziata”, un orizzonte aperto dai confini incerti dunque, in cui la cultura è in divenire, plurale, relazionale, le persone costruiscono la propria cultura. Il counseling interculturale considera fondamentale la relazione tra le differenze in un’ottica secondo cui le altre culture non sono un oggetto di studio in più, bensì possono cambiare i nostri punti di vista, cognitivi ed emotivi, sulla realtà. In un mondo sempre più globale e sempre meno locale non si può parlare della “propria cultura” e poi di “altre culture" per di più circoscritte e localizzate: la cultura è oggi immediatamente plurale anche nell’esperienza quotidiana che ne facciamo.

Le differenze entrano nei mondi locali non solo con la presenza tangibile dei migranti, dei turisti, dei pellegrini, ma anche con l’immateriale e concreta presenza di simboli. Non si può parlare oggi di cultura senza parlare di differenze e questo ci mette davanti a problemi spesso difficili da risolvere. Il counseling interculturale stimola i soggetti ad aprirsi al decentramento e alla trasformazione dei punti di vista. Sia l’etnocentrismo che il relativismo sono risposte perciò ritenute inadeguate alle sfide del mondo in cui viviamo: l’etnocentrismo presumendo una superiorità che rinuncia a vedere non solo l’altro ma anche noi stessi; il relativismo rassegnandosi a subire ogni rivendicazione che venga avanzata in nome della “differenza”.

Attraverso il counseling interculturale in pratica l’io di ogni soggetto si allarga facendo spazio al punto di vista dell’altro, ma non è necessario che un soggetto lo faccia proprio fino a condividerlo: nel counseling interculturale avviene spesso uno “spiazzamento” del proprio orizzonte perché entrano in relazione due codici e si cerca una dialettica costruttiva tra questi.


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Counseling interculturale: le differenze come risorse

Il counseling come sappiamo è un modo per stare al mondo, uno strumento che ci permette di “sentire” ed agire per il nostro benessere. Il counseling interculturale più specificatamente ci permette di vedere il diverso da noi non come “l’altro”, come oggetto della nostra curiosità o bersaglio delle nostre paure, ma come soggetto attraverso cui scoprire “l’altro” che è in noi. Il counseling interculturale completa la mediazione restituendo la parola perduta a chi non può comunicare liberamente a nello stesso tempo veicolando significati nuovi tra due esistenze culturali che si incontrano e con la loro diversità arricchiscono ma anche influenzano la relazione.

Tendenzialmente il counseling interculturale si rivolge a persone appartenenti a gruppi minoritari con l’obiettivo di favorirne l’inserimento, la sistemazione/adattamento e l’integrazione, di migliorarne la salute mentale e di dare supporto nell’affrontare le crisi di transizione culturale tipiche dei processi migratori.

Lo scopo del counseling interculturale è quello di introdurre strumenti di consulenza per costruire relazioni sane e arricchenti, strumenti che siano applicati in diversi contesti lavorativi e personali, specialmente laddove si presentino incontri non troppo fluidi, ma guidati da credenze, stereotipi e pregiudizi verso l’altro. La sfida del counseling interculturale è quella di far conciliare consapevolezza, sentimenti, storie personali, affinché ogni identità sia accettata nella sua realtà.

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