Mangiare in compagnia è il segreto della felicità?

Dimmi come stai a tavola e ti dirò chi sei: forse in tutto questo c’è qualcosa di sopravvalutato. Secondo un sondaggio condotto in Gran Bretagna mangiare in compagnia sarebbe uno degli indicatori di benessere correlati con più alti punteggi di felicità. Basta dunque aggiungere un posto a tavola?

Mangiare in compagnia è il segreto della felicità?

Sebbene la convivialità e la condivisione dei pasti rappresenti uno dei fattori culturali di maggior rilievo, soprattutto per noi Italiani, è difficile dire se mangiare in compagnia sia sempre un elemento di benessere o se rappresenti più una causa o una conseguenza di un certo stile di vita. Uno studio di Oxford sembra sottolinearne gli effetti positivi su corpo e mente. Ma non traiamo conclusioni affrettate.

 

Mangiare in compagnia: un sondaggio di Oxford

Lo studio in questione è stato condotto mediante un sondaggio effettuato su 8.250 cittadini britannici al fine di indagare quali variabili correlassero più di altre con un senso di soddisfazione e felicità percepita. Il fine ultimo era quello di aggiornare i parametri di un indicatore globale del benessere messo a punto in precedenza (Living Well Index).

Fra i fattori indagati vi erano: la qualità del sonno, la soddisfazione sessuale, il tempo libero e la frequenza con cui accade di mangiare in compagnia. E, proprio rispetto a quest’ultimo punto, i ricercatori sostengono che fra i soggetti interpellati, coloro che mangiano da soli riporterebbero un punteggio inferiore di felicità di circa 7 punti rispetto alla media nazionale. Abitudine questa, non è difficile immaginarlo ma i ricercatori ci tengono a precisarlo, più diffusa tra le persone single.

Tale sondaggio fornisce certamente informazioni utili in termini socio-antropoligici, verifiche di questo tipo – ed è questo il caso dello studio citato – vengono condotte più volte a distanza di tempo proprio con l’obiettivo di studiare quanto e come variano determinate abitudini di vita e con esse altri parametri utili a misurarle.

Sarebbe riduttivo però concluderne che mangiare in compagnia piuttosto che da soli sia un elemento in una qualche relazione causale e/o lineare con i livelli di felicità e di benessere percepito dalle persone. 

 

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La presenza di altri influenza il comportamento alimentare

Che mangiare tutti alla stessa tavola potesse influenzare il comportamento alimentare delle persone in termini e modi assolutamente non scontati se ne erano resi conto già i primi ricercatori di psicologia sociale sull’argomento. Ad esempio fu rilevato come la presenza di altri potesse sia inibire che implementare il comportamento alimentare: il consumo di cibo, e in particolare di dolci, aumentava in presenza di amici e risultava maggiormente inibito o condizionato in presenza di estranei e/o a causa di pregiudizi e stereotipi legati al genere sessuale (Latanè, 1981; Chaiken e Pliner, 1987; Clendenen, Herman e Polivy, 1994; John de Castro; 1997).

Assodato che molto probabilmente le persone possono magiare di più o di meno in presenza di altri, questo effetto è stato successivamente spiegato in base a due fattori:

a) il tempo, le persone tendono a passare più tempo a tavola e più tempo mangiando quando si trovano in gruppi più numerosi;

b) la disinibizione, il controllo cognitivo normalmente esercitato sull’ingestione di cibo tende ad allentarsi in presenza di altri se siamo piacevolmente distratti, a nostro agio e con persone che a loro volta mangiano molto. Tale effetto, tuttavia, è moderato dalla tranquillità: con persone di famiglia o amici con cui ci troviamo a nostro agio siamo maggiormente disinibiti; in presenza di estranei, al contrario, esercitiamo un maggior controllo cognitivo nel tentativo di dare una buona impressione (Conner e  Armitage, 2002).

 

Cibo, identità e comunicazione

Fin qui appare già evidente come la presenza degli altri possa rappresentare un elemento sia di benessere che di tensione e influire, quindi, sulla nostra alimentazione in modi molto diversi.

Più in generale, utilizziamo il cibo e il mangiare in compagnia anche come strumento di comunicazione e come mezzo per veicolare e consolidare la nostra identità e i nostri ruoli sociali.  Va da sé che le persone, nell’adottare un comportamento o scelta alimentare, possono essere molto più motivate dal bisogno di mantenere e definire la propria identità, piuttosto che da informazioni sulla salute o dalle norme sociali e che la presenza degli altri possa rappresentare anche un potenziale fattore di stress.

 

Contesti conviviali e disagi psicopatologici

Tornando ai dati riportati dal sondaggio precedente, appare forse più chiaro in che senso, mangiare da soli possa essere (non obbligatoriamente) correlato a stati di malessere ma non potersi ritenere causa diretta di questi.

Non ci stupiremmo, ad esempio, di riscontrare più spesso il mangiare da soli fra persone che per disagi di natura depressiva di ritrovino a vivere un marcato isolamento sociale e/o a mangiare in modo disregolato. Né d’altra parte si può ritenere che la presenza forzata degli altri alla loro tavola induca queste persone a sentirsi meglio (come ben sanno tutti coloro che, nella miglior buona fede, hanno provato a “spronare” un depresso a reagire).

Nei disturbi del comportamento alimentare, d’altronde, mangiare da soli o in compagnia ha dei significati relazionali molto specifici, spesso queste persone adottano determinate condotte (di alimentazione o di compenso) in gran segretezza, mentre vivono la convivialità familiare come contesto a cui contrapporsi e da cui differenziarsi alla disperata ricerca di una propria individualità. Accade così che condividere il cibo con altri diventi teatro di lotte di potere in cui la persona ottiene l'attenzione e il controllo dei familiari e/o viene da essi controllata.

Per non parlare di feste e buffet che possono rappresentare situazioni sociali stressanti per chi vive un disagio col proprio corpo e delle pericolose occasioni di innesco di abbuffate alimentari in chi sperimenta problemi di bulimia o binge eating.

Tutte situazioni in cui la presenza/assenza degli altri è il riflesso di stati di disagio della mente.

 

Mangiare in compagnia e felicità

Certo, si potrebbe obiettare, al di fuori di stati psicopatologici, avere altre persone con cui – o per cui – preparare e consumare i pasti costituisce un importante stimolo a mangiare sano, cucinare in prima persona invece che consumare cibi pronti e osservare una regolarità nei pasti… Tutti elementi, questi, a vantaggio sicuramente di stili alimentari più salutari.

Ma la salute, in quanto parametro oggettivo, può contribuire ma non essere sufficiente alla felicità: non va mai dimenticato che essa costituisce soprattutto un mezzo (una condizione ottimale per poter vivere e porsi altri obiettivi) piuttosto che un fine in sé.

È documentato da più parti come, d’altra parte, uno dei fattori più stabilmente connessi alla felicità e al benessere percepito sia la qualità delle relazioni: avere relazioni soddisfacenti risulta essere uno dei predittori più affidabili in tal senso.

Che fosse questa la discriminante per una convivialità realmente salutare e soddisfacente?

Forse non è la presenza/assenza degli altri, ma quanto sentiamo di poter essere emotivamente “nutriti” dalla presenza delle persone alla nostra tavola a fare la differenza…

 

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