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PSICOLOGIA DELLA GENEROSITÀ

La generosità è un concetto piuttosto curioso, almeno per come può venire intesa nel senso comune. Quello del “dare” senza pretendere nulla in cambio è un implicito che finisce per connotare la generosità di un’aura quasi mistica e sovrumana. Per la psicologia si tratta invece di un concetto, fortunatamente, più che umano che regola, al pari di molti altri, gli scambi e la sopravvivenza fra noi e i nostri simili.

Sarà per un (semplicistico e riduttivo) retaggio culturale (e di una distorta interpretazione di una certa cultura cattolica); sarà perché il mito di una generosità oblativa e disinteressata rimanda a un’immagine mitica e idealizzata del materno che permea la mente umana di ognuno di noi…

Sta di fatto che quello della generosità “sempre e comunque”, dell’altruismo totalmente disinteressato e avulso da qualsiasi vantaggio di ritorno è un “mito” mai del tutto tramontato, neanche in quella che è stata definita l’attuale società del narcisismo. Per la psicologia però le cose non sono così “ideali” e la generosità va a configurarsi in termini (per fortuna) meno disinteressati e più “umani” (e, si spera, accessibili a molti).

 

Generosità e funzione materna

L’etimologia della parola deriva dal latino genus -ĕris “nascita, stirpe”: nel suo significato originario la generosità ha che fare con l’idea di generare, di consentire la vita (o il proseguo di essa) grazie a una propria azione dai risvolti evidentemente generativi, vivificanti, salvifici.

Un concetto, questo, insito in quella funzione primaria con cui la madre è chiamata, con i suoi gesti, a tenere letteralmente in vita il bambino che da lei dipende per la sua sopravvivenza. Come evidenzia bene Massimo Recalcati (2015), questa funzione (materna e quindi, potremmo dire, “generosa” nel senso etimologico del termine) non appartiene solo alle fasi di accudimento neonatale; noi tutti – in qualità di esseri umani – possiamo fare esperienza della “madre” ogni volta che qualcuno (non importa se uomo o donna, singolo individuo o gruppo) ci “tende una mano”, ci presta aiuto, soccorso e ci “salva”, letteralmente o metaforicamente, in qualche frangente della nostra vita fisica o psichica. È questo il significato che la psicologia assegna alla generosità donata o ricevuta fra gli esseri umani di qualunque età (etnia e religione). 

 

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Generosità e neuroni a specchio

Non è necessario dunque essere o poter essere madri nel senso biologico del termine per accedere, prima nella psiche e poi nei comportamenti, ad una generosità con la quale salvare, soccorrere l’altro anche sacrificando qualcosa di sé. La base di questo comportamento, come di molti comportamenti altruistici e di conforto al prossimo, è iscritta nel funzionamento cerebrale di ogni essere umano.

I neuroni mirror (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006) costituiscono un sistema neuronale appositamente predisposto a “risuonare” con ciò che vediamo accadere ad un altro nostro simile. La sofferenza, la paura, la difficoltà o il pericolo corso da altri possono attivare in noi, che vi assistiamo come spettatori, delle sensazioni simili, non in quantità ma in qualità, tali da farci immedesimare nella sofferenza altrui, quanto basta per attivare in noi l’istinto di fare qualcosa per alleviarla.

Nel prestare soccorso, nel tendere la mano all’altro, stiamo istintivamente cercando di tacitare la sofferenza emotiva che la condizione dell’altro ci suscita e, nel far questo, stiamo salvando, con lui, quella stessa umanità di cui entrambi facciamo parte. Ogni comportamento altruistico, ogni atto di generosità, per potersi verificare ha bisogno di questo ineludibile presupposto: riconoscere che l’altro è un essere umano, dotato di pensieri, emozioni, intenzioni e progetti, esattamente quanto noi.

Quando questo riconoscimento dell’altrui umanità non avviene – a causa di processi di oggettivazione, spersonalizzazione e deresponsabilizzazione tipici di alcuni contesti – viene meno l'ampatia con l'altro e diventano invece possibili atti disumani, contrari a ogni morale.

 

Psicologia della generosità e personalità

In primo luogo, quindi, la generosità, da un punto di vista strettamente psicologico, non è totalmente disinteressata poiché, nel compierla, preserviamo l’umanità dell’altro e anche di noi stessi.

In secondo luogo, diversi assetti di personalità possono incentrare il proprio funzionamento proprio sulla base di atti di generosità e altruismo. Persone che hanno dedicato tutta una vita al bene del prossimo e al sacrificio di sé hanno molto spesso fondato su questo tipo di dimensione la base per la propria identità, autostima e senso di efficacia personale.

Compiere atti di generosità contribuisce a confermare il tipo di persone che sentono di essere, è ciò che le definisce per quelle che sono (McWilliams, 1984). Fare della propria vita una missione al servizio di un bene più ampio è ciò che accomuna personalità apparentemente molto diverse come Madre Teresa, Che Guevara e molti altri che hanno trovato in un ideale, nell’adesione ad una causa comune (religiosa o politica non importa ai fini di questo ragionamento) un motivo per dare significato alla propria vita.

La generosità in casi come questi, non è disinteressata, non perché quella persona non persegua genuinamente il bene altrui, ma perché è proprio in questo che trova la sua più autentica ragione di vita.

 

Generosità e umanità

Nel compiere gesti di generosità, certamente stiamo sacrificando qualcosa, ma stiamo traendo anche un ritorno, non in termini materiali certo (sarebbe opportunismo), ma in termini di autostima, dignità umana, autorealizzazione. E non è affatto una cattiva notizia: perché, almeno dal punto di vista psicologico, per dimostrarsi altruisti o generosi verso gli altri non è necessario trascendere la propria umanità, ma, anzi, riconoscerla sempre, ogni volta che si può e si deve, tanto in sé stessi quanto negli altri…

 


Bibliografia

McWilliams N. (1984). The psychology of the altruist, Psychoanalytic Psychology, 1: 193-213.
Recalcati M. (2015). Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno. Feltrinelli, Milano.
Rizzolatti G. e Sinigaglia C. (2006). So quel che fai, Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina, Milano.

 

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Foto: iakovenko

 

 

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