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BURNOUT, COME USCIRNE

Il burnout è una sindrome da esaurimento psicologico e fisico che può interessare diverse categorie di lavoratori a vario titolo impegnati in relazioni interpersonali di aiuto o assistenza alla persona. Per uscire dal burnout è necessario intervenire non solo sul singolo ma su quella che è l’interazione persona-ambiente.

 

Il burnout è una sindrome lavorativa da “corto-circuito” ora riconosciuta dall’OMS e inserita nell’International Classification of Diseases nella sezione dedicata ai "disturbi associati all'occupazione o alla disoccupazione”. Tale classificazione entrerà in vigore a partire da gennaio 2022.

 

Le professioni a rischio burnout

Il burnout è una sindrome patologica che si sviluppa in risposta a uno stress occupazionale (Maslach, Schaufeli, Leiter, & Goldberg, 2003). A esso sono esposti soprattutto coloro che svolgono professioni accomunate da compiti di assistenza e cura (fisica o psichica) della persona, relazioni interpersonali emotivamente intense e frustranti e da elevate responsabilità. Sono soggette al burnout categorie di lavoratori eterogenee: infermieri, psichiatri, insegnanti, fino ai poliziotti penitenziari (categoria in cui si registra un alto tasso di suicidi).

Il burnout non è un semplice periodo di stress sul lavoro, ma un assetto mentale e fisico di cronico e prolungato esaurimento connotato da peculiari reazioni emotive (esaurimento emotivo), comportamentali (comportamenti di fuga/assenteismo dall’ambiente lavorativo) e cognitive (percezione di un carico eccessivo per le proprie possibilità, negativismo, pessimismo, perdita di motivazione).

Il burnout si ripercuote a livello professionale e relazionale, incidendo negativamente sulla prestazione lavorativa e sui rapporti interpersonali sia con l’utenza che con i colleghi. Questo può alimentare frustrazione, disistima di sé e ulteriore delusione rispetto a quei valori e aspettative precedentemente riposti nel proprio ruolo lavorativo e all’importanza personale e sociale ad esso riconosciuta. 

Il burnout infatti colpisce soprattutto coloro che svolgono professioni di aiuto o assistenza alla persona, ma vivono un progressivo distacco e disinvestimento dal proprio ruolo professionale perdendo progressivamente il carburante valoriale, motivazionale e personale che sostanziava le proprie mansioni professionali.

 

L’interazione individuo-ambiente

Se è vero che il riconoscimento del burnout da parte dell’OMS ha aperto la strada alla legittimazione di una forma di disagio professionale in precedenza non sufficientemente riconosciuto, sarebbe tuttavia un errore ritenere questa sindrome un malessere esclusivamente a carico dell’individuo.

Ciò che sostiene il burnout (o il rischio che esso si sviluppi) non è la semplice sommatoria di caratteristiche psichiche individuali, ma il prodotto dell’interazione fra individuo e ambiente, fra persona e organizzazione, fra singolo lavoratore e contesto lavorativo. Questo può essere inteso come la risultante di diversi fattori quali ad esempio: i rapporti con i colleghi e i superiori, i turni lavorativi, il clima lavorativo, la presenza/assenza di adeguate risorse strutturali, sociali e legislative allo svolgimento delle proprie mansioni, la sicurezza in cui tali mansioni possono essere svolte, l’equilibrio che è consentito mantenere fra vita lavorativa  e vita privata ecc. 

Non è dunque un unico fattore, ma il risultato di un insieme di elementi che, in sinergia con le caratteristiche individuali, rende un dato ruolo lavorativo più o meno a rischio. Se le richieste o le difficoltà alle quali la persona sente di dover far fronte eccedono le sue capacità o interferiscono sostanzialmente con la possibilità che essa possa svolgere la propria funzione ecco che può sopraggiungere il burnout (Perlow & Porter, 2009; Leiter, 2012). 

 

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Prevenzione e fattori di rischio

Maslach e Leiter (2017) hanno individuato in particolare 6 fattori di rischio che contribuiscono al verificarsi del burnout:

> carico di lavoro (un sovraccarico di lavoro impedisce alla persona di espletare le proprie mansioni in modo soddisfacente);

> controllo (il rischio di burnout diminuisce se la persona percepisce di avere un certo grado di controllo sugli eventi e di poter decidere in autonomia su parte dell’organizzazione del proprio lavoro);

> ricompensa (riconoscimenti economici, sociali e istituzionali del proprio lavoro);

> equità delle decisioni sul luogo di lavoro

> valori (il rischio aumenta se è presente un divario fra i valori della persona e quelli dell’organizzazione).

Per questi motivi è importante riconoscere per tempo il rischio di andare incontro ad un esaurimento lavorativo, evitare sovraccarichi eccessivi, bilanciare vita lavorativa e vita privata (evitando ad esempio di essere sempre connessi e reperibili fino a permettere che lo smartphone interferisca con il tempo libero e quello trascorso in famiglia) e cercare sostegno sociale sia con i colleghi che fuori evitando assolutamente l’isolamento e il ritiro. 

Altri interventi, dovrebbero interessare e riguardare l’intero contesto organizzativo e avere un carattere essenzialmente preventivo considerando che secondo l'agenzia d'informazione dell'Unione Europea nel campo della sicurezza e della salute sul lavoro, la perdita di produttività lavorativa dovuta allo stress è quantificata in 136 miliardi di euro l’anno.

 

Bibliografia

Leiter, M. P. (2012). Analyzing and theorizing the dynamics of the workplace incivility crisis. New York, NY: Springer.

Maslach C, Schaufeli WB, Leiter MP, Goldberg J. Job burnout: new directions in research and intervention. Curr Dir Psychol Sci 2003;12:189-192.

Maslach, C., & Leiter, M. P. (2017). Understanding burnout: New models. In C. L. Cooper & J. C. Quick (Eds.), The handbook of stress and health: A guide to research and practice (pp. 36–56).

Perlow, L. A., & Porter, J. L. (2009). Making time off predictable—and required. Harvard Business Review, 87, 102–109.

 

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Foto: Ion Chiosea / 123rf.com

 

 

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