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QUANDO LO SPINNING ALLENA CUORE, ANIMA, CERVELLO

Corpo, psiche, emozioni, indissolubilmente legati, conducono in cima alla montagna, fittizia, eppure così reale, alimentando fiducia in se stessi. Perchè lo spinning allena cuore, anima, cervello.

Lei, desiana come me, la incontro ogni tanto, per sbaglio, ma è sempre di corsa, non può perdere la sua lezione di spinning. “Mi libera la mente, mi sfoga le tensioni della giornata e poi mi tiene ‘tutto’ al suo posto!”, è solita dirmi. Lui, il marito, ce l’ha nel sangue, è fissato proprio: vuole diventare istruttore di spinning. “Non è troppo vecchio?”, mi chiedo.

Li perdo di vista. Ma la loro passione si deposita dentro di me, trasformandosi in curiosità, perché la passione è contagiosa.

Complice la crisi da signora di mezza età, un giorno mi dico: “Voglio diventare tonica come… come Marina Berlusconi!!”, che mi stava sorridendo da una copertina patinata, io impiastricciata di tinta dal parrucchiere, lei braccia e spalle fastidiosamente toniche in vista, come neanche Demi Moore in Soldato Jane.

“E voglio diventarlo con lo spinning, come fa Angela, che ci tiene ‘tutto’ al suo posto!”.
Avrei certamente potuto dimostrare maggior carattere evitando di lasciarmi sedurre da un modello proposto dai media, questo sì, ma invidia e vanità non sono mai state buone alleate dell’essere umano.

 

Prima lezione di spinning

Ed è così che approdo alla mia prima lezione di spinning. Un disastro: totale malavoglia prima, fatica bestiale durante, male alle gambe il giorno dopo. Eppure quella lezione mi lascia qualcosa che merita di essere approfondito.

Così, ormai preda della mia dannata vanità, e vagamente in competizione con Angela, ci accingo, sgomenta, e anche demotivata, alla mia seconda lezione.

Affannata, ed in ritardo come sempre, mi dirigo verso la sala. Mi sono sbagliata? E’ tutto buio. Entro, 15 biciclette disposte a ferro di cavallo, l’istruttore al centro, luci soffuse, musica a palla. M’inchino, saluto, chiedo scusa per il ritardo. L’istruttore mi accoglie sorridente: “Vieni, vieni, abbiamo appena iniziato”. Certo è cordiale, perché non mi conosce ancora e non sa che sarò sempre in ritardo, perché io vivo in ritardo. Una colonna sonora da paura avvolge l’atmosfera.

Salgo sulla bicicletta. Non ho più scampo, devo pedalare. “Ah, questa volta va molto meglio”, penso. Non è vero. Dopo qualche minuto sto già boccheggiando. L’istruttore ritma il mio sforzo con parole d’incoraggiamento. Lui pedala agile, ma sembra non aver scordato cosa si prova da esordiente, infatti, come un genitore amorevole, offre sostegno continuo.

Le luci basse mi portano in una dimensione sconosciuta, confusiva. Ci siamo solo io, la bike, la mia fatica. La musica, davvero incantevole nella sua ricercatezza, mi incita a proseguire. Alzo gli occhi sfinita e trovo quelli dell’istruttore, uno sguardo che mi restituisce la sensazione di essere accolta.

Uno sguardo rapido all’orologio: “Mamma mia, sono passati solo 10 minuti!”.  Continuo a pedalare, mentre ineleganti gocce di sudore rigano il mio corpo. Cerco di pensare ad altro: il nuovo colore dello smalto per unghie (“Non sarà volgare?”); la lista della spesa (“Vino, tanto vino”); l’ultimo paziente incontrato (“Stiamo facendo progressi insieme?”); il programma del giorno dopo (“Devo chiamare Giorgia”), una vaga fantasia erotica (“…!!”); il tutto nella speranza che la distrazione sconfigga la fatica.

“Mani in seconda, stringere la resistenza, su dal sellino, iniziamo a salire. Dai!”. “Cosaaaaa? Questo è un pazzo. Io mi lascio stramazzare al suolo! Non stringo né alzo un bel niente”. E’ venuto il momento, piuttosto, di confrontarmi con la mia vanità, limite che mi sta obbligando ad affrontare uno sforzo che non sono in grado di reggere.

“Concentrati”, grida il pazzo. “Concentrati alla meta”. Tutto sbagliato: basta con le fantasie sessuali. Non sono funzionali alla disciplina in questione!. Alzo gli occhi, occhi sbarrati, e lui, il pazzo, è lì, occhi nei miei, mi sorride e mormora: “Tutto bene? È la prima volta?”. Sorrido anch’io, più isterica che felice. Ancora una volta sento la sua accoglienza senza giudizio. Quello sguardo mi consente di tornare a pedale con rinnovata grinta.

 

Il mio istruttore

In momenti di difficoltà, qualcuno che ti tende una mano risulta salvifico. Gli rispondo a fatica, indicando il numero due con le dita e lui alza il pollice, con un sorriso dolce appena accennato, un gesto semplice, privo di parole, capace, però, di richiamare la mia autostima, messa duramente alla prova. 

Continuo a pedalare. Più nervosa, più concentrata. Chiudo gli occhi e visualizzo una salita alla Pantani, colui che forse avrebbe potuto salvarsi se avesse chiesto aiuto, confrontandosi con i fantasmi interni con cui spesso gli eroi, e non solo, si trovano a convivere. 

Mentre pedalo, i pensieri si fanno più nitidi e molte riflessioni zampillano nella mia testa. La questione è che mi sto sfidando su questa bike, sto tentando di superare un limite, del tutto personale, sto affrontando una prova che non è tanto fisica, quanto psichica ed emotiva.

Pedalata dopo pedalata scopro inaspettate risorse personali, una tenacia che mi è sconosciuta, una capacità, mai esplorata attraverso il corpo, di mobilitare energie, di “arruolare” me stessa. Quella bicicletta mi apre ad un viaggio esperienziale, che mi svela l’inesplorato.

Occhi chiusi, la mia concentrazione si fa più intensa: voglio arrivare in fondo al viaggio interiore al quale sono chiamata. Il viaggio a cavallo di questa bike mi invita a contenere convinzioni limitanti, evidenzia schemi mentali fallimentari, mette in luce barriere invisibili e mi incita a scoprire l’incognito. Termino la lezione esausta ma sicura di volerci tornare.

Alla lezione successiva trovo un nuovo trainer e sono sicura che anche lui contribuirà al mio viaggio. La musica riempie la stanza e io sono pronta. Dopo qualche minuto arrivano le sue prime parole in mio soccorso. Siamo un gruppo, ma siamo anche singoli individui, a cui il trainer dedica la giusta considerazione, chiamandoci per nome e dedicandoci consigli ad hoc.

Questo allenatore, ormai il mio terapeuta (“therapeùo” = avere cura), ha il suo stile, come ogni terapeuta d’altronde, ed io sento di potermi fidare ed affidare. Scandisce il ritmo della musica avvolgente e travolgente, offrendo molte informazioni di natura tecnica: la durata della lezione, i tempi dedicati al jumping, al running, i minuti di salita previsti, le modalità per affrontarla, la posizione delle braccia, delle gambe, delle spalle, delle caviglia, delle anche.

Affiora nella mia testa l’analogia con il mio mondo professionale: quanto più l’obiettivo diviene chiaro e definito, tanto più è possibile attivare energia, incrementare la motivazione, chiamare in campo le risorse, realizzando un processo evolutivo, che trasforma l’essere umano indirizzandolo verso la meta desiderata.

Il ragazzo affianco mi invita a non mollare: “Libera la mente e vedrai che arrivi in fondo”. 

Come nella terapia di gruppo, la coralità offre mutuo sostegno. Se il primo allenatore faceva leva sulla parte emotiva dell’individuo, offrendo “transazioni di sostegno” (“coraggio, avanti, non mollate, bene così, bravi…”), questo allenatore punta alla parte razionale, dando informazioni tecniche che alimentano conoscenza in materia. Due stili di eguale valore.

Come due empatici terapeuti, incitano i presenti a sfidare i propri limiti, portandoli in cima alla montagna, per poi “riportarli a casa”, come usano dire sul finire dell’allenamento, espressione con forte carica emotiva, che lascia immaginare il ritorno ad un luogo sicuro.

E poi arriva una frase magica, una “transazione al centro del bersaglio”: “Dai ragazzi non mollate, perché dove non arriva il fisico, arriva le mente, e dove non arriva la mente arriva il cuore!”.

Adesso ne sono sicura, lo spinning non sta solo allenando il mio corpo, sta allenando la mia mente, la mia anima. Cuore, anima, cervello, cantava Jovanotti; muscoli, forza mentale, passione fa eco questo allenatore; psiche ed emozioni dico io.

E giro di volano dopo giro di volano, il senso di auto-efficacia cresce. Corpo, psiche, emozioni, indissolubilmente legati, mi conducono alla meta, fittizia, eppure così reale, alimentando fiducia in me stessa.

Le mie potenzialità mentali vengono ampiamente sollecitate, i miei punti di forza vanno a contrastare le mie aree di debolezza, le mie fragilità hanno la peggio sulla mia capacità di resistenza. Ed io finalmente comprendo cosa rappresenta lo spinning per Angela e Paolo: mettersi in gioco, affrontare nuovi ostacoli, imparare, reagire, aspettare la prossima volta e riprovarci.
In fondo, è la metafora della vita. Non è così che andrebbe affrontata?  

A Paolo e Angela, grazie. La passione è contagiosa. Lo scambio sempre prezioso.
E Paolo, quello “vecchio”, istruttore lo è diventato davvero. Perché grinta e passione non hanno età, né ha limiti temporali ciò che rappresenta la propria piccola, grande missione.  
E Angela, le “cose al suo posto” ce le ha ancora. 
Ai miei terapeuti in bicicletta, Claudio e Andrea, grazie. Perché mi hanno portata in cima e mi hanno riportata a casa. Trasformata. 

Luisa Ghianda

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