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QUANDO RIVOLGERSI AL NEUROPSICHIATRA INFANTILE

Neuropsichiatra infantile, medico esperto della sfera evolutiva quindi dalla nascita fino alla maggiore età, svolge attività diagnostiche e terapeutiche con competenze neurologiche e psichiatriche.

Il neuropsichiatra infantile è una figura professionale che opera nel settore pubblico e privato con bambini e adolescenti, quindi prendendo in esame la fascia dell’età evolutiva dalla nascita fino al compimento della maggiore età.

La formazione di stampo medico permette ai professionisti di indagare aspetti neurologici e organici oltre ad aspetti prettamente psichiatrici, offrendo un quadro maggiormente completo e arricchente specialmente all’interno di un’ equipe multidisciplinare.

Abbiamo intervistato Maria Cristina Cattaneo, Neuropsichiatra Infantile, operativa al Centro Elpis di Ispra (Varese) che grazie alla sua lunga esperienza ci ha permesso di conoscere meglio questa figura e la sua professionalità.

 

Chi è il neuropsichiatra infantile e qual è la sua formazione?

Il neuropsichiatra infantile è un medico, quindi frequenta i sei anni di medicina più cinque di specialità in neuropsichiatria infantile. La formazione di base è medica poi dipende dall’inclinazione che uno ha nel senso che a seguire o fai scuole di psicoterapia, o fai un’analisi personale per avere qualifica di psicoterapeuta analista, ecc. La formazione comunque continua nel tempo.

Sono due le branche di formazione unite tra loro: c’è tutta la parte neurologica e quella psichiatrica. Nell’adulto sono separate perché c’è la neurologia dell’adulto e la psichiatria dell’adulto, mentre nel bambino e comunque nella sfera evolutiva, tra l’altro solo in Italia, sono associate ed è un bene.

Ad esempio, un bambino che non cammina può richiedere una competenza neurologica per capire se effettivamente ha problematiche dal punto di vista neurologico e organico che non gli permettono di camminare, ma anche una più psichiatrica che offre strumenti per comprendere se problematica è di tipo psichiatrico e funzionale.

 

Dove opera e a chi si rivolge il neuropsichiatra?

Il neuropsichiatra infantile può lavorare in ospedale affiancando, generalmente, un reparto di pediatria e neonatologia, occupandosi delle patologie neurologiche e più avanti psichiatriche. La competenza è in generale è zero-diciotto anni infatti il nome delle unità operative è Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza.

Si va dalla cooperazione con la neonatologia con bambini prematuri, con basso peso alla nascita, a follow up per bambini con dubbi sullo sviluppo psicomotorio, fino a tutte le patologie neurologiche in età evolutiva come epilessia, malattie neurologiche o muscolari e disturbi psichiatrici di vario genere.

Questo più specificatamente in ospedale o clinica privata dove afferiscono casi anche più gravi per cui si lavora tanto con neonati, con l’età scolare (nello specifico 7-11 anni), con patologie neurologiche legate a quell’età come l’epilessia, oppure con neonati ed adolescenti psichiatrici o con gravi disturbi emotivi.

L’attività nei centri privati, come il Centro Elpis, è più orientata sul versante della psicoterapia, vista la mia formazione e comunque su patologie psichiatriche o disturbi dell’apprendimento, del comportamento, neonati con difficoltà nello sviluppo psicomotorio, ritardi nello sviluppo.

Quindi il lavoro varia leggermente tra il contesto ospedaliero e quello privato ma specialmente per una questione di casistica e di tipologia di pazienti.

 

Di cosa ti occupi tu nello specifico?

Adesso mi occupo maggiormente di disturbi dell’apprendimento, difficoltà scolastiche in generale che poi possono rifarsi a disturbi specifici dell’apprendimento o meno, ritardi mentali, ritardo nell’acquisizione di tappe dello sviluppo neuropsicologico e psicomotorio, disturbi del comportamento alimentare come anoressia e bulimia e raramente crisi psicotiche con deliri e allucinazioni.

In generale eseguo valutazioni psicodiagnostiche e psicoterapia.

Il problema nel privato è la terapia farmacologica perché sul minore devi aderire a protocolli che sono anche regionali, tipo quello per i disturbi dell’attenzione, e il registro degli stessi è solo in ospedale.

Così come ci sono piani terapeutici per alcuni neurolettici che però ha sempre l’ospedale quindi sui minori è difficile dare i farmaci e mi vien da dire "per fortuna" perché è la scelta più facile e più immediata ma sicuramente è più funzionale la terapia psicologica e psicoterapeutica.

 

Leggi anche I disturbi alimentari dei bambini >>

 

Esitono strumenti per lo svolgimento della tua professione?

Innanzi tutto il colloquio, perché secondo me il colloquio anamnestico spesso è rivelatore di tante cose importanti. L’osservazione clinica e poi i test di livello, cognitivi, proiettivi e altri.

Bisogna vedere anche che formazione eseguita, perché è determinante nella scelta degli strumenti e nel loro utilizzo. Io ad esempio uso soprattutto quello che ascolto, osservo e raccolgo che in qualche modo mi riconduce ad un quadro, ad un riferimento e funzionamento del bambino o paziente.

Nella terapia con i più piccoli utilizzo molto il gioco e le favole perché attraverso esse posso entrare in sintonia con il bambino ed eseguire una terapia vera e propria.

 

Secondo te c’è un valore aggiunto a lavorare in èquipe?

Sicuramente sì, perché la mia formazione e il mio punto di vista spesso deve essere integrato da altre figure professionali più specifiche in base alla casistica.

Al centro Elpis, se devo effettuare una valutazione o un’osservazione sul piccolo - ad esempio per un ritardo psicomotorio - vengo affiancata dalla neuropsicomotricista, per i disturbi dell’apprendimento ci sono le logopediste e le psicologhe, quest’ultime coinvolte anche per disturbi di tipo emotivo, attentivo e altri disturbi comportamentali e non solo.

La mia professionalità da sola non riesce a toccare correttamente tutte le aree ed esaudire ogni richiesta o ogni area di conoscenza, per questo l’equipe per il neuropsichiatra è fondamentale, altrimenti diventa un terapeuta nella sua stanzetta ma che ha una visione univoca su un’età, quella evolutiva in cui il minore cambia in continuazione e non puoi prescindere da una competenza multidisciplinare. Non è possibile a mio avviso.

Ogni figura è indispensabile. La cosa importante è parlare un po’ lo stesso linguaggio, ovvero fare in modo che ci si possa intendere quando avviene il confronto e quando si descrive il bambino e la problematica e non rimanga una descrizione accademica e scolastica ma ci possa essere una partecipazione, empatia ed un’elaborazione da entrambe le parti nell’affrontare il caso specifico. Ci sia collaborazione e comprensione tra i professionisti, nel rispetto delle singole professionalità.

Quindi deve essere un’equipe con queste qualità specifiche per me, come quella qui al centro Elpis in cui c’è possibilità di confronto.

 

Nel processo diagnostico e terapeutico qual è la differenza tra neuropsichiatra infantile e psicologo?

Se si mettono in campo le competenze neurologiche, queste sono sicuramente ad appannaggio del neuropsichiatra più che dello psicologo. Ad esempio, se un bambino scrive male ma ha delle prassie che non sono corrette, forse la mia competenza è maggiore, ma per la mia formazione.

Diciamo che ho maggiori strumenti per fare una diagnosi differenziale tra le competenze e difficoltà neurologiche e quelle specificatamente psicologiche ma solo per una questione di formazione. Abbiamo competenze diverse e complementari pe molti aspetti. Il neuropsichiatra ha una competenza anche medica e organica che lo psicologo non ha ma ha sicuramente altre abilità e aree di maggior competenza e approfondimento. È sempre la questione del lavoro in equipe.

Oltre a questo, la differenza a livello macro è la nostra possibilità di prescrivere farmaci a differenza di uno psicologo.

 

Quali campanelli di allarme potrebbero far richiedere l’intervento della tua figura professionale?

La cosa che mi viene più spontanea vista l’alta richiesta per la scuola sono le difficoltà scolastiche, cioè cercare di individuare precocemente i prerequisiti, con test che possano avvalersi sì di scrittura e lettura ma anche cercando di pensare se il bambino ha raggiunto le tappe cognitive corrette nella giusta epoca. Ad esempio prerequisiti di seriazione e categorizzazione. Questo penso che sia possibile per insegnanti oltre che per genitori.

Oppure vedere se ci sono ritardi nello sviluppo del linguaggio in età prescolare. Difficoltà alla separazione dai genitori, nel sonno ad esempio se un bambino dorme sempre male nei primi anni di vita può provocare problematiche e difficoltà anche nel periodo scolastico.

Difficoltà nel controllo degli sfinteri in età scolare, che non è detto sia basato solo su disagi emotivi ma possono esserci problematiche anche mediche e organiche (es. diabete).

I segnali in generale nei bambini sono da individuarsi quando non mangiano, non dormono, fanno fatica ad addormentarsi e separarsi, fatica nella gestione delle emozioni e delle relazioni, difficoltà specifiche di comportamento anche ludico.

Il gioco è un campo di osservazione importante: parte da un comportamento solitamente imitativo e poi passa al simbolico che è necessario alla crescita perché va ad attivare uno spazio mentale fondamentale per l’espressione, il gioco ma anche per la rappresentazione grafica, la lettura e la scrittura. Le parole sono rappresentate mentalmente e attraverso il gioco il bambino fa esperienza della realtà e crea rappresentazioni mentali.

Il gioco è un mondo e attraverso esso si può fare terapia così come attraverso le storie. Difficoltà e vincoli nel gioco spontaneo del bambino possono essere segnali di difficoltà emotive ed espressive. Questi sono solo alcuni dei campanelli di allarme ma ovviamente è solo una parte degli innumerevoli segnali che possono far richiedere una visita di un neuropsichiatra o almeno in prima battuta del pediatra.

 

Nella tua esperienza lavorativa quali sono le problematiche che ti coinvolgono di più?

Le psicosi infantili, direi. Ne vedi tanti e non sono difficilissime da individuare e capire. In realtà mi hanno detto, io non mi sento così, che sono “brava” anche disturbi del comportamento alimentare.

Però credo che in generale faccia tanto l’esperienza. Cioè è più facile individuare un disturbo dell’apprendimento specifico perché hai tanti criteri anche oggettivi derivati dai test che difficilmente portano ad errori. Meno facile invece è nei disturbi psichiatrici o comunque dove il clinico deve essere maggiormente partecipe nella diagnosi e trattamento anche secondo la propria formazione.

Diciamo che i disturbi un po’ più complessi, come quello alimentare, quando si risolvono danno grandi soddisfazioni.  

 

Maria Cristina Cattaneo: Neuropsichiatra Infantile, lavora presso il Centro Elpis di Ispra (Varese). Dopo la laurea in medicina e chirurgia, ha intrapreso la specializzazione in neuropsichiatria infantile e successivamente alla Psicoterapeuta, con iscrizione all’albo psicoterapeuti dell’Ordine dei Medici. Dal 1989 al 2014 dirigente medico presso unità operativa di Neuropsichiatria Infantile dell’azienda ospedaliera Fondazione Macchi di Varese, con responsabilità territoriale alto Verbano. La formazione continua obbligatoria l’ha portata ad eseguire numerosi corsi di neurologia pediatrica, psicoterapia dell’adolescente e disturbi dell’apprendimento. Esperta DSA e appartenente all’equipe accreditata dall’ATS per la diagnosi dei disturbi dell’apprendimento presso il centro Elpis.

 

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Foto: Olesia Bilkei / 123rf.com

 

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