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L’ANALFABETISMO FUNZIONALE NELL’ERA DEI SOCIAL NETWORK

Abituati alla lettura (dei post) ma incapaci di comprendere e utilizzare le informazioni per orientarsi produttivamente nella vita lavorativa e sociale. Ecco chi sono gli analfabeti funzionali. Saper leggere, scrivere e “far di conto” non basta…

“… lei è un webete”, con queste parole Enrico Mentana apostrofava un utente sulla propria pagina Fb coniando una sorta di neologismo 2.0 destinato ad acquisire grande notorietà.

L’incapacità di comprendere adeguatamente testi di informazione, uno scarso senso critico e una conoscenza superficiale dei fenomeni socio-politici sono caratteristiche tipiche di quello che viene definito analfabetismo funzionale, fenomeno né nuovo né, purtroppo, raro.

Viviamo nell’era delle comunicazioni digitali, abbiamo accesso ad un’infinita varietà di siti di informazione eppure lo stesso territorio del web rischia di fungere da cassa di risonanza di quanti, non sapendo utilizzare la propria alfabetizzazione per orientarsi nella complessità del reale, condividono e diffondono false notizie e opinioni stereotipali.

 

Cos’è l’analfabetismo funzionale

Analfabetismo funzionale è un termine coniato dall’Unesco nel 1984 per indicare una "persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità" (OECD Statistics Directorate, OECD Glossary of Statistical Terms - Functionally illiterate Definition, su OECD).

Un’adeguata alfabetizzazione, infatti, non comprende soltanto un livello strumentale, la mera capacità di leggere e scrivere; ma anche un livello funzionale che si riferisce alla capacità di utilizzare suddette abilità per comprendere ed orientarsi produttivamente nel mondo.

Una persona con analfabetismo funzionale non è in grado di collegare le varie informazioni per ricavare un quadro complesso del problema né di sviluppare un pensiero critico.

Questo significa, per esempio, leggere un testo di uso comune senza comprenderne adeguatamente il senso (ad esempio gli articoli di notizie cartacei o su web); avere una conoscenza superficiale delle vicende politiche e sociali e affidarsi al sentito dire e a stereotipi per farsi o esprimere opinioni; non esercitare un pensiero critico finendo per credere a ciò che si sente senza porsi domande sulla veridicità di certe notizie.


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L’analfabetismo funzionale in Italia

 Per i motivi ora descritti, l’analfabetismo funzionale ha i suoi effetti più disastrosi proprio sul web dove assistiamo continuamente alla diffusione di false notizie, bufale e teorie complottiste che raggiungono un seguito tristemente enorme di persone (Che cosa è l'analfabetismo funzionale e perché è molto poco divertente, in Cosmopolitan, 16 gennaio 2017).

Secondo l’indagine Piaac, l’Italia sarebbe penultima in Europa riguardo alle competenze di alfabetizzazione funzionale, l’analfabetismo funzionale sarebbe maggiormente distribuito nelle regioni del sud e del nord-est e si concentrerebbe soprattutto in due fasce d’età: 16-24 (persone giovani o giovanissime che vivono a casa con i genitori ma non studiano e non lavorano) e over 55.

Si tratterebbe in quest’ultimo caso di un preoccupante fenomeno di “analfabetismo di ritorno” in quanti, avendo un basso livello di istruzione alle spalle e un’occupazione non intellettuale, finiscono per perdere le abilità acquisite.

 

Analfabetismo funzionale e oggettivazione

Per fare un esempio della portata del fenomeno dell’analfabetismo funzionale connesso all’utilizzo del web e dei social network si può citare il meccanismo psicologico dell’oggettivazione, nemico numero uno di ogni tipo di pensiero complesso.

Si tratta di una forma di deumanizzazione che porta a disconoscere qualità umane ed emotive ad una persona a favore di un utilizzo strumentale della stessa per un determinato scopo (Bandura, 1986).

È un fenomeno alla base del ragionamento per stereotipi, di molte discriminazioni sociali, di alcuni fenomeni di violenza di gruppo e fin anche di alcuni dei più atroci crimini di guerra. C’è un comun denominatore: ridurre la persona a una non-persona permette di denigrarla e danneggiarla bypassando qualunque codice morale.

Non è forse questo che accade fin troppo spesso sul web? Mettendo like, condividendo, commentando… si perde di vista che ci sia il mondo reale fatto di altre persone reali quando, dietro ad ogni notizia, come ad ogni profilo (privato o pubblico che sia), in carne e ossa e, così facendo, si perde anche la capacità di pensare.


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