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GUARDARSI NEGLI OCCHI È PIÙ FACILE A DIRSI

Uno studio di un gruppo di ricercatori dell'Università di Kyoto avrebbe buone notizie per la schiera dei più “timidi”: non riuscire a guardarsi negli occhi non sarebbe necessariamente colpa della timidezza. Per trovare le “parole giuste” da dire sarebbe necessario distogliere lo sguardo dal proprio interlocutore.

Un gruppo di ricercatori dell’università di Kyoto avrebbe evidenziato, con uno studio, che non guardarsi negli occhi mentre si parla è un meccanismo funzionale alla buona riuscita di una conversazione.

Forse per gli usi e costumi nipponici non suonerà affatto strano, certo per noi occidentali una simile spiegazione desta non poche perplessità…

 

Guardarsi negli occhi: una ricerca giapponese

Per lo studio in questione, i ricercatori hanno reclutato un gruppo di 26 volontari ai quali era richiesto di generare associazioni di parole mentre osservavano dei volti proiettati sullo schermo di un pc.

Ebbene, per i soggetti in questione, risultava difficile mantenere in contatto visivo mentre eseguivano il compito verbale loro assegnato, specie se questo richiedeva di esprimere parole poco familiari o poco utilizzate.

Questi risultati indicherebbero, secondo gli Autori, un’interferenza fra i due processi poiché parlare mantenere il contatto visivo con l’interlocutore implicherebbero le medesime risorse cognitive.

In altre parole, saremmo meno multitasking di quanto crediamo e distogliere lo sguardo dalla persona con cui si sta parlando sarebbe non segno di timidezza ma un gesto funzionale alla buona riuscita di una conversazione.

Vi sembra strano? Beh, per i Giapponesi senz’altro non lo è, vediamo perché…

 

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Guardarsi negli occhi per gli occidentali

Sebbene non si possa che apprezzare l’intento degli Autori di spezzare una lancia in favore dei “timidi”, ci sono alcuni aspetti che, almeno noi occidentali, non possiamo non ritenere interessanti per considerare i risultati di questo studio.

Per noi infatti guardarsi negli occhi mentre si parla è ovvio e naturale, è qualcosa che ci viene insegnato fin da piccoli e che facciamo in modo sostanzialmente automatico.

Tramite questo meccanismo otteniamo feedback dall’interlocutore sul suo livello di comprensione, sull’andamento della conversazione, sul suo coinvolgimento ecc.

E queste informazioni rappresentano tutta una serie di segnali importantissimi che ricerchiamo per lo più inconsapevolmente in qualunque conversazione, privata o di lavoro che essa sia.

Beh, se vi capitasse di fare un viaggio in Giappone potreste rimanere molto sorpresi dall’osservare, ad esempio, due persone, sedute di fianco, conversare su un treno senza praticamente mai guardarsi negli occhi… ad un occidentale potrebbe sembrare che stiano quasi parlando da sole!

Beh per i Giapponesi questa è una regola culturale molto antica e tutt’ora osservata nelle interazioni pubbliche e spesso anche private: non guardare l’altro negli occhi è segno di rispetto.

 

Guardarsi negli occhi: ottenere feedback da parte dell’altro

Non stupisce dunque che i ricercatori dello studio prima citato si siano interessati ai risvolti adattivi di un meccanismo così radicato nella propria cultura.

Non possiamo però dare per scontato che gli stessi risultati si sarebbero ottenuti con un gruppo di volontari “occidentali” o, ancor più determinante, ponendo gli stessi soggetti a contatto non con un volto ritratto su un pc, ma con un volto umano.

Sono infatti proprio i feedback, non solo verbali ma anche non verbali (espressioni del viso, mimica, postura ecc) che orientano l’andamento di una conversazione e, senz’altro, anche di una catena associativa di parole quale era il compito assegnato ai volontari reclutati per la ricerca.

Immaginate ad esempio di trovarvi davanti una persona attraente, o che vi suscita antipatia, o che vi ricorda una persona cara scomaprsa… pensate che le associazioni di parole che vi verrebbero in mente mentre osservate volti così diversi sarebbero proprio le stesse?...

Il volto dell’altro, dunque, non è necessariamente un elemento di “disturbo”, può rappresentare anche una fonte di feedback importanti per l’andamento della conversazione. Almeno per noi occidentali.

Chissà in Giappone se e come viene implicitamente gestito questo aspetto. Sarebbe materiale per un altro studio!

 

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