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MAI SENZA CELLULARE? FORSE, SOFFRITE DI NOMOFOBIA

Quando lo smartphone è vissuto come una vera e propria parte di sé, un’estensione dell' identità, può diventare talmente difficile separarsene, da provare dei veri e propri sintomi ansiosi all'idea di perderlo. È la nomofobia, una della forme dei disturbi d’ansia del nuovo millennio!

Era il ben lontano 1993 quando nel film Caro diario il protagonista impersonato da Nanni Moretti assisteva a una scena tanto esilarante quanto improbabile ai giorni nostri.

Appesi alla cornetta di una schiera di “antiche” cabine telefoniche, una serie di uomini e donne supplicavano il bambino in linea dall’altro capo del filo di passargli la mamma o il papà, dopo aver acconsentito di rispondere alle più bizzarre domande o ad aver riprodotto i versi delle più svariate specie animali.

Una tirannia, quella dei piccoli verso i grandi, fondata sull’uso del telefono fisso come unico ed esclusivo mezzo di comunicazione in casa. Uno scenario che i più giovani di oggi - i cosiddetti millenials - non stenterebbero a definire ai limiti dell’assurdo.

Oggi - semmai - i nostri problemi sembrano essersi ribaltati: dalla pochezza all’abbondanza di mezzi di comunicazione a tal punto che del proprio telefono personale, dello smartphone, non si può più fare a meno, neanche per un secondo.

E c’è chi ha già da tempo proposto una nuova categoria diagnostica, la nomofobia, per coloro che proprio non contemplano l’idea di separarsi dal proprio dispositivo, che non tollerano l’idea di non essere “connessi” anche solo per qualche ora… Come siamo arrivati fin qui?

 

Nomofobia: cos’è e in cosa consiste

Per capire cos’è la nomofobia possiamo far riferimento alle sintomatologie che la contraddistinguono come vero e proprio disturbo d’ansia (aumento del battito cardiaco, aumento della pressione sanguigna, vissuto emotivo di allarme o pericolo imminente ecc), un disturbo a carattere fobico, quindi, che si verifica nel momento in cui avviene o rischia di avvenire la separazione dal proprio smartphone o l’impossibilità di utilizzarlo (per mancanza di batteria o assenza di segnale).

Tutto questo avviene soprattutto nei casi in cui lo smartphone sia vissuto non più come un semplice strumento tecnologico, ma come una vera e propria parte di se stessi. Ma cosa vuol dire questo?

Riuscireste ad abituarvi serenamente all’idea di perdere ad esempio il vostro braccio? Probabilmente no… E diversi studi sulle condizioni delle persone che hanno subito un’amputazione di questo tipo lo confermano molto bene descrivendo la nota “sindrome da arto fantasma”, la sensazione cioè di continuare a percepire sensazioni dolorose provenienti dall’arto mancante.

Come se il cervello non riuscisse immediatamente a riprogrammare lo schema corporeo escludendo appunto il braccio amputato.

Se ci pensiamo, a voler stressare un po’ il concetto, non è molto diverso da quanto accade con la cosiddetta “vibrazione fantasma” (Rosenberger, 2015): controllare compulsivamente il proprio dispositivo fino a sentirne la vibrazione anche in assenza di reali segnali…

Sembra in effetti che in alcuni casi lo smartphone possa diventare in tutto e per tutto un’appendice di sé.

 

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Nomofobia e memoria autobiografica

La teoria del possesso di Belk (1988; 2000) in effetti ci aveva messo in guardia illustrando come qualunque oggetto di proprietà di una persona rappresenti, più o meno consapevolmente, anche un estensione di sé.

In tal senso, gli oggetti di uso quotidiano, sebbene in proporzioni e gradi diversi, vanno tutti in qualche modo a definire e confermare chi siamo.

Tutto questo è particolarmente vero per i dispositivi mobili giacché non vengono utilizzati solo a fini utilitaristici, ma diventano facilmente un’estensione della nostra identità autobiografica.

Se ci pensiamo in effetti, lo smartphone rappresenta spesso un importante spazio di archiviazione di foto, video e messaggi accumulati nei mesi e negli anni.

I dispositivi recenti, infatti, sono dotati di funzionalità computazionali e di archiviazione simili a quelli dei computer convenzionali. I tal modo essi diventano depositari di tutta una serie di ricordi del passato sui quali fondiamo la nostra identità. Non è quindi solo il possesso del dispositivo, ma anche il valore delle informazioni e dei ricordi personali che esso contiene a renderlo un importante estensione di sé.

 

Cos’è l’ansia da separazione da smartphone

Uno studio recentemente pubblicato su Cyberpsychology, Behavior, And Social Networking, esplora il fenomeno della nomofobia proprio da questo punto di vista.

La ricerca è stata condotta su un campione di 301 studenti universitari della Corea del Sud mediante un questionario online comprendente affermazioni su cui esprimere il proprio grado di accordo/disaccordo e una domanda aperta che richiedeva ai soggetti cosa lo smartphone significasse per loro.

I risultati dell’indagine sembrano confermare che l’ “ansia da separazione da smartphone”, sarebbe diffusa soprattutto fra coloro che vivono il dispositivo come parte di sé, associando ad esso importanti ricordi personali e vivendolo come importante elemento della propria identità.

Più le persone vivono lo smartphone come parte di sé stessi e più sono portate a vivere in una sorta di simbiosi con esso, ricercandone continuamente la prossimità e non tollerando di separarsene neanche per brevi periodi.

La nomofobia sarebbe dunque un disturbo d’ansia di pertinenza soprattutto di questi di utenti. Costoro, inoltre, riportavano dolori al collo e al polso causati dal costante utilizzo del dispositivo e a causa di esso perdevano più volte la concentrazione durante le proprie attività di studio o di lavoro.

Attenzione dunque: essere sempre online, affidare i nostri ricordi, il nostro senso di identità, a dispositivi “mobili”, rischia di impedirci di vivere le esperienze reali fondando la nostra identità su un mondo più virtuale che reale.

 

Bibliografia

> Belk R. Possessions and the extended self. Journal of Consumer Research. 1988; 15:139–167.
> Belk R. Are we what we own? In Benson A, ed. I shop therefore I am: compulsive buying and the search for self. 2000; New York: Jason Aronson, pp. 76–104.
> Rosenberger R. An experiential account of phantom vibration syndrome. Computers in Human Behavior. 2015; 52: 124-131.
> Seunghee Han, Ki Joon Kim, Jang Hyun Kim. Understanding Nomophobia: Structural Equation Modeling and Semantic Network Analysis of Smartphone Separation Anxiety. Cyberpsychology, Behavior, And Social Networking. 2017; 20 (7): 419-427.

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Foto: Daniil Peshkov / 123rf.com

 

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