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DISTORSIONI COGNITIVE: QUANDO PENSARE AIUTA A... NON PENSARE!

La psicologia cognitiva ci insegna quanto, nel valutare e reagire alle situazioni, siamo guidati da logiche tutt’altro che razionali e obiettive: le nostre reazioni emotive e comportamentali sono per lo più frutto delle valutazioni automatiche, parziali e soggettive che facciamo di una situazione utilizzando percorsi di pensiero modellati da credenze spesso disfunzionali e irrazionali che guidano la valutazione che facciamo delle situazioni senza neanche rendercene conto. Da questo originano vari tipi di distorsioni cognitive, euristiche del pensiero che nutrono credenze patogene e disadattive alla base di vari disturbi e disagi psicologici.

“La mappa non è il territorio” diceva Alfred Korzybski. Questa affermazione esprime una verità tutt’altro che scontata che ben aiuta a capire anche uno dei principi della moderna psicologia cognitiva. Le reazioni apparentemente “automatiche” e “obbligate” che abbiamo, dal punto di vista emotivo e comportamentale, davanti ad una situazione, non riflettono affatto l’obiettività di quanto ci accade, ma sono il prodotto di euristiche, cioè scorciatoie di pensiero, che, in base a credenze precostituite su noi stessi e sugli altri, operano valutazioni parziali delle situazioni sulla base di giudizi e convinzioni spesso irrazionali. Sono queste le distorsioni cognitive, frutto della rappresentazione valutativa che abbiamo del mondo che è tutt’altro che la copia fedele e obiettiva del mondo in sé stesso.

 

Le emozioni secondo la psicologia cognitiva

I padri e fondatori della moderna psicologia cognitiva sono, come è noto, Albert Ellis e Aaron Beck i quali osservarono quanto le nostre emozioni siano risposte solo apparentemente obbligate a ciò che viviamo, ma rappresentino piuttosto il risultato di ciò che pensiamo, in altre parole delle convinzioni e credenze personali attraverso le quali osserviamo e valutiamo la realtà che ci circonda. Se, ad esempio, una persona che incontriamo non ci saluta, questo potrebbe essere interpretato e quindi vissuto emotivamente in modi molto diversi a seconda che lo si legga come segno di distrazione o di disinteresse o ostilità nei nostri confronti: la prospettiva a partire dalla quale valutiamo noi stessi e gli altri determina quali valutazioni facciamo delle situazioni e di conseguenza i nostri vissuti emotivi. Questo può dar luogo a distorsioni cognitive, che sostengono credenze patogene e disfunzionali.

 

Esempi di distorsioni cognitive

Le credenze che abbiamo su noi stessi e sugli altri possono essere disfunzionali, causa di sofferenza e dar luogo a gravi distorsioni cognitive tanto più quanto sono rigide e automatizzate non lasciando possibilità alla persona di considerare possibili alternative e di considerare quanto avviene nella mente dell’altro e il punto di vista, probabilmente differente, di chi ci sta davanti. Esempi di distorsioni cognitive piuttosto comuni possono essere:

  • la tendenza a catastrofizzare, cioè a considerare di un evento solo gli esiti peggiori, senza essere in grado di valutare possibili alternative; è un esempio l’ansia da esame che prende il sopravvento nel momento i cui si inizia a pensare ossessivamente che “andrà male” dando già per scontato che l’esito della propria performance non potrà che essere dei peggiori;
  • la tendenza a vedere tutto o “bianco” o “nero”, questa scissione impedisce di considerare una gradualità nelle cose per cui le persone e gli eventi che ci accadono vengono percepiti o come totalmente positivi o totalmente negativi senza riuscire a considerare l’ambivalenza e la complessità che è connaturata alle cose e che potrebbe aprire ad alternative creative per la soluzione dei problemi (per ritornare al nostro studente alle prese con l’esame, l’ansia da performance potrebbe essere sostenuta dalla convinzione irrazionale che si debba rendere alla perfezione senza commettere nessun errore altrimenti sarà necessariamente un disastro e un fiasco totale, senza considerare tutte le possibili gradualità intermedie);
  • controllo fallace, la tendenza cioè, fra le varie distorsioni cognitive, a spostare interamente la responsabilità e la colpa di quanto ci accade all’esterno vivendo di conseguenza manipolati dagli altri e vittime di un destino “infausto” che si accanisce contro di noi; questa convinzione condanna a sentimenti di impotenza che ostacolano il successo e il cambiamento (sempre per tornare al nostro povero studente: se i professori sono vissuti unicamente come dèmoni che hanno il potere di fare “il bello e il cattivo tempo” a dispetto della reale preparazione dell’esaminando, o perché magari ce l’hanno proprio con lui, difficilmente il nostro amico riuscirà a percepire lo studio fatto come un'arma vincente per superare la prova!).

 

La psicoterapia e le credenze patogene

Insomma, i modi con cui operiamo distorsioni cognitive e valutiamo irrazionalmente una situazione possono essere molti. Sono euristiche che anche comunemente possono venire utilizzate per destreggiarci in momenti di stress o difficoltà (chi non ha mai fatto pensieri catastrofici almeno una volta davanti a un esame?), quando però diventano il tratto distintivo con cui valutiamo noi stessi e gli altri vuol dire che le credenze patogene che ne sono alla base sono rigide, assolute e pervasive e possono dar luogo a disagi e disturbi psicologici che gli approcci psicoterapeutici di stampo cognitivista si prefiggono di trattare agendo proprio sulle credenze disfunzionali e irrazionali che sostengono le distorsioni cognitive di una persona.

Diceva Albert Ellis: “La ricerca della felicità è una falsa credenza causa di nevrosi. La felicità si può raggiungere senza attivarsi per farlo. Al contrario, si vive meglio proprio quando si è coinvolti in processi creativi e proiettati all'esterno”.

 

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