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TRISTEZZA, PER FAVORE NON ANDAR VIA…

Nel mondo globale e consumistico in cui viviamo, passiamo da un oggetto all'altro, da un’esperienza all'altra, da una persona all'altra con facilità e (apparente) spensieratezza. Non c’è più tempo per la tristezza? Vediamo meglio cos'è …

Qualche tempo fa mi trovavo in linea con l’assistenza telefonica di una casa produttrice di condizionatori, esposti i “sintomi” del malfunzionamento,  attendevo di conoscere costi e modalità per la sostituzione del pezzo che aveva riportato il guasto. Mi fu comunicato che non conveniva effettuare la riparazione: sarebbe costato molto meno sostituire l’intera macchina con una nuova.

È questa la logica dell’attuale società dei consumi, una logica che rischia di condizionare anche le relazioni umane: è più conveniente ed “economico” buttare, sostituire, rimpiazzare il vecchio con il nuovo piuttosto che prendersi cura di ciò che non va e riparare i guasti.

Diceva Bauman (Paura liquida, Laterza, 2006) che in questa apparente “leggerezza” e superficialità evitiamo di fare veramente esperienza della tristezza e della perdita: giochiamo di anticipo passando “di fiore in fiore”.

Capire cos’è la tristezza e a cosa serve è invece utile, per recuperare un senso più autentico di se stessi e delle relazioni umane.

 

Cos’è la tristezza: un’emozione primaria

Cos’è la tristezza? Potremmo definirla come una reazione emotiva di passività e ritiro associata a un vissuto di perdita (un oggetto, persona cara, status, salute, scopi o valori esistenziali ecc.). Vivere un lutto, una mancanza, una privazione di qualche tipo è dunque direttamente connesso all’emozione della tristezza.

Si tratta per altro di un’emozione primaria, dunque innata e funzionale agli aspetti più basilari della nostra sopravvivenza.

Tuttavia, poiché le vicende della nostra vita di homo sapiens sono molto più complesse e sofisticate di quelle dei nostri progenitori delle caverne, la tristezza può associarsi ad altri stati emotivi dando luogo a emozioni più complesse come il tradimento ad esempio (quando si unisce alla rabbia) o l’ansia (quando si unisce alla paura).

Può anche essere il primo gradino di un più complesso processo di lutto – quando subiamo perdite importanti che mettono in discussione la nostra identità – che porta la tristezza iniziale e sfumare in altre emozioni e in sentimenti e stati d’animo via via più eterogenei.

 

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Cos’è la tristezza: ritirarsi in se stessi o distrarsi?

In ogni caso, il vissuto spiacevole della tristezza induce una risposta di allontanamento dal mondo esterno in favore di un atteggiamento introvertito della psiche.

La tristezza ci impone dunque di distogliere almeno in parte l’attenzione da ciò che accade fuori di noi per concentrarci su ciò che avviene dentro di noi.

Potremo incontrare stati d’animo forse sgradevoli, penosi, dolorosi, ma quanto mai necessari per poter “riparare” i piccoli o grandi “guasti” della nostra vita interiore.

Nell’epoca attuale risulta molto difficile fare questo processo; ci vengono proposte costantemente una miriade di soluzioni apparentemente molto più facili ed “economiche”. Un esempio?

Qualche tempo fa circolava su Facebook una vignetta (riproposta poi in altre varianti) nella quale il protagonista si trovava circondato da una serie di indistinte forme oscure: i propri problemi

Arrivava fortunatamente una figura salvifica che provvedeva a dargli conforto, la sua identità era scritta a chiare lettere dietro la sua schiena: Netflix!

Questo è solo uno dei molteplici esempi di come attività apparentemente banali, ordinarie, dell’epoca post-moderna possano tradursi in economici distrattori cui tutti possiamo rivolgerci per distoglierci da emozioni di tristezza, angoscia, ansia o semplice noia (si pensi ad esempio alla rapidità dello shopping compulsivo e delle offerte in tempo reale acquisti online).

 

Cos’è la tristezza: elaborare la perdita

Siamo sicuri che eliminare le emozioni negative corrisponderebbe ad un vantaggio per il nostro benessere psicologico?

Lo spazio dell’interiorità nel quale ci riporta la tristezza è uno spazio utile nel quale possiamo avere il tempo di elaborare i vissuti di perdita che l’hanno causata, di “riparare” i danni invece di buttar via quello che non va e rimpiazzarlo con una distrazione momentanea.

Lo si evince molto bene dalla scena del film di animazione Inside Out (2015) in cui Tristezza conforta Bing Bong.

Attingere alla nostra personale tristezza, alle nostre emozioni negative, è ciò che ci consente di empatizzare con quelle altrui e di costruire legami affettivi anche condividendo esperienze difficili.

Vivere le emozioni tristi, depressive e luttuose che un’esperienza può suscitarci può rivelarsi un’occasione per crescere e fare spazio a nuove potenzialità di espressione della nostra personalità.

 

Cos’è la tristezza: far tesoro degli eventi negativi

Rimpiazzare una perdita con qualcos’altro senza darci tempo di fare esperienza del vuoto e dell’assenza ci impedisce di risanare quella perdita condannandola a rimanere paradossalmente davvero incolmabile.

Attraversare emozioni come la tristezza e il dolore psichico a esse associato ci rende invece più forti, ci aiuta a far tesoro delle piccole e grandi perdite o delusioni della vita e ci insegna che è anche grazie ad esse che possiamo andare avanti.

In Giappone è l’arte del Kintsugi: “Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita e ha una storia, diventa più bella.” (Anonimo)

 

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Foto: Kristina Stasiuliene / 123rf.com

 

 

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