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PSICOLOGIA DEL DISGUSTO

Il disgusto è un’emozione primaria attivata in risposta a stimoli sgradevoli e potenzialmente nocivi. Il disgusto però ha anche molto a che fare con la nostra dignità e la nostra identità di esseri umani. Vediamo perché.

Il disgusto è un’emozione che avrebbe il preciso scopo di difenderci da sostanze potenzialmente velenose e pericolose per la nostra sopravvivenza. La reazione di avversione/rigetto che esso provoca ha dunque un importante funzione adattiva.

Il disgusto svolge tuttavia anche altre importanti funzioni più inerenti alla nostra vita psicologica. Rifiutiamo il contatto con ciò che percepiamo repellente e disgustoso non solo se rappresenta un concreto pericolo per la nostra incolumità, ma anche quando questo minaccia la nostra dignità di esseri umani. Vediamo meglio in cosa consiste la psicologia del disgusto.

 

Un’emozione primaria per la sopravvivenza…

Il disgusto è un’emozione primaria, fa parte cioè di quelle risposte emotive innate (come gioia, rabbia, paura, tristezza) che hanno un ruolo importante ai fini dell’adattamento e della sopravvivenza.

Gli psicologi Paul Rozin e April Fallon (1997) sono fra coloro che hanno studiato più approfonditamente la psicologia del disgusto. Questa emozione ha in origine una connotazione spiccatamente orale poiché consiste essenzialmente in un’avversione/rifiuto a certe categorie di sapori (es. amaro). Tale risposta ha un indubbio significato adattivo in quanto permette ai mammiferi di distinguere cibi pericolosi da cibi commestibili.

Anche per noi esseri umani il disgusto riveste un funzione importante estendendosi tuttavia a molte altre categorie di stimoli in grado di provocare lo stesso tipo di reazione avversativa.

Non solo i cibi dunque, possono provocare disgusto anche certi animali, il contagio con certe malattie, il contatto con la morte, situazioni di scarsa igiene ecc. Per noi esseri umani, dunque, il disgusto può essere provocato da tutta una serie di stimoli non necessariamente alimentari o connessi ad una minaccia fisica.

 

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…e il funzionamento sociale

La molteplicità degli stimoli in grado di provocare disgusto negli esseri umani sembra sia legata all’importanza che questa emozione riveste non soltanto per la sopravvivenza fisica, ma anche per il funzionamento sociale.

Secondo Fallon e Rozin, questa emozione sarebbe connessa ad un più generale pericolo di contaminazione del sé: se una sostanza disgustosa supera le barriere del corpo (ad es. mangiamo un cibo avariato, veniamo punti da un insetto, entriamo in contatto con materiale fecale ecc.) quello che rischiamo non è solo la nostra eventuale incolumità fisica, ma anche uno svilimento della nostra dignità.

In base al vecchio principio “siamo ciò che mangiamo”, infatti, per una parte piuttosto primitiva (quanto ineliminabile) della nostra mente, incorporare un dato oggetto implica assumerne in qualche modo le caratteristiche. Ecco perché siamo istintivamente portati a rifiutare il contatto diretto con tutto ciò che va contro le norme di igiene, decoro e dignità che ci caratterizzano come esseri umani e che fondano appunto il nostro sistema sociale.

 

La contaminazione… psicologica

Fallon e Rozin hanno descritto le reazioni al disgusto di noi moderni occidentali, come reazioni curiosamente affini alle leggi del vudù: in base al principio di “contaminazione psicologica” (Mancini e Gragnani, 2003), infatti, possiamo rifiutare il contatto con una sostanza innocua se questa è stata in contatto con una nociva o se denota una somiglianza fisica con essa.

È in fin dei conti proprio questo il gioco mediante cui ad Halloween esorcizziamo la nostra paura della morte mangiando biscotti a forma di dita di strega o cioccolatini che assomigliano a enormi ragni a otto zampe!

 

Una difesa della nostra dignità

Il contatto con una sostanza disgustosa minaccia dunque il senso della nostra dignità. Il disgusto difende, pertanto, gli scopi della dignità umana e più in generale dell’appartenenza a un gruppo (Mancini e Gragnani, 2003; DesPres 1976, Levi 1967). Il disgusto è dunque un’emozione che tutela non solo il corpo fisico e la sua integrità, ma anche il e il senso della nostra dignità umana

Ne troviamo numerosi esempi nei racconti Primo Levi sui prigionieri nei campi di concentramento: venivano più facilmente uccisi i prigionieri più sporchi, mentre coloro che, nonostante tutto, cercavano di mantenere la propria dignità vivevano più a lungo.

Scrive Levi a questo proposito: “… appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l'impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l'ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell'acqua sporca, non perché così prescrive il regolamento, ma per dignità e per proprietà. Dobbiamo camminare diritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire” (Se questo è un uomo. La tregua. Einaudi, 1989).


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