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PERCHÈ SOTTO STRESS PREFERIAMO I CIBI DOLCI?

Una tendenza quasi irriducibile degli esseri umani sembra quella di voler sempre ricondurre ogni forma di disagio o disturbo comportamentale alle sole componenti biologiche. Questa volta tocca alla fame emotiva: sotto stress vi buttate sui cibi dolci? Colpa degli ormoni…

 

La ricerca è stata pubblicata nel 2014 ma è recentemente tornata a rimbalzare sulle pagine social di qualche sito di informazione. Un gruppo di studiosi del Monell Chemical Senses Center di Filadelfia si è preso la briga di studiare le interazioni fra consumo di cibi dolci, secrezione ormonale e situazioni di stress.

Le conclusioni sarebbero più che semplici: lo stress induce una serie di risposte fisiologiche, compresa la secrezione di particolari ormoni che si legherebbero soprattutto ai recettori gustativi dei cibi dolci.

Detto, fatto: si sarebbe biologicamente predestinati ad abbuffarsi di dolci in situazioni di stress… Almeno questo quello che i nostri ricercatori hanno concluso … nei topi. Non ce ne vogliano i simpatici roditori: ma davvero possiamo paragonare i loro meccanismi alimentari a quelli degli esseri umani?

 

Ormoni, stress e cibi dolci

La ricerca in questione non è certo la prima, né probabilmente l’ultima, a cercare di ricondurre le bizzarrie e le idiosincrasie del comportamento alimentare degli esseri umani ad un qualche fattore biologico che possa magari essere controllato da qualche pillola miracolosa. L’obesità? Potrebbe essere tutta colpa dei geni

La fame emotiva? Ne sarebbero responsabili gli ormoni dello stress e potremmo continuare… Si badi bene: non che non esistano implicazioni anche di natura biologica nei meccanismi in questione, ma sembrerebbe un po’ semplicistico voler ricondurre tutto alla sola biologia. Nel campo della psicologia sono ormai numerosi e consolidati gli studi sulla correlazione tra regolazione emotiva e alimentazione, gestione dello stress e comportamento alimentare (Bruch, 1973, 1982; Tronick, 1989, 2008; Goodsit, 1983; Casper, 1983; Swift & Leven, 1984; Taylor, Bagby & Parker, 1997).

Poco insomma di ciò che ha a che fare con il cibo e il magiare, almeno per noi esseri umani, è esente da risvolti di natura emozionale. Eh già perché l’alimentazione è in realtà un sistema di autoregolazione complesso che, oltre a mantenere il nostro fabbisogno energetico a livello biologico, contribuisce anche a regolare le nostre interazioni sociali e la nostra vita emozionale.

Mentre mangiamo, oltre a soddisfare le nostre necessità corporee di base, stiamo con molta probabilità anche intrattenendo relazioni sociali (si pensi ai pranzi di famiglia, alle cene romantiche o alle colazioni di lavoro) e regolando la nostra vita emozionale (magari buttandoci sui nostri comfort foods o concedendoci una piccola “coccola” alla fine di una giornata stancante).

 

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Cibi dolci e emozioni

Il cibo insomma non è solo apporto energetico ma anche convivialità, piacere ed emozionalità. Ed è proprio questo a renderlo una potenziale arma a doppio taglio: possiamo utilizzarlo per esprimere gli affetti o come sostituto di essi, come mezzo per distrarci dalle emozioni che non sappiamo gestire.

Questa è la fame emotiva e, come molti altri meccanismi, è un’area in cui il corpo e la mente si influenzano a vicenda. Il comportamento alimentare compulsivo della fame emotiva influenza infatti il nostro cervello innescando dei meccanismi analoghi a quelli che si riscontrano nelle più classiche dipendenze da sostanze.

I centri del piacere situati nel cervello, infatti, vengono sovrastimolati da un eccessivo consumo di cibi dolci. Il risultato è simile a quanto si verifica nella dipendenza da droghe: vi è necessità di una maggiore quantità di “sostanza” (cibi dolci) affinché nel nostro cervello si registri la stessa risposta di piacere.

I disagi emotivi alla base della fame nervosa possono, dunque, innescare un eccessivo consumo di cibi dolci che può avere effetti sul cervello (Rocca et al., Disturbi dell'alimentazione: il punto di vista biologico. Volume Press, 2011) Il problema diventa duplice quindi: psicologico-emozionale e neurochimico (sensibilizzazione dei centri neurali del piacere, incapacità a distinguere le sensazioni reali di fame e sazietà).

 

Variabilità di risposta allo stress

Corpo e mente sono dunque due facce della stessa medaglia e difficilmente potremo avere un sano rapporto col cibo prescindendo da una di queste due componenti che sono inevitabilmente in un rapporto di influenza reciproca.

In ultimo, ma non per importanza, lo stress: che cosa si intende? Sebbene possa essere piuttosto semplice definire una certa situazione come “stressante” per un topolino da laboratorio, non può essere detto altrettanto degli esseri umani. Esiste tutta una variabilità di risposte, funzionali o disfunzionali, agli eventi che capitano che possono far sì che uno stesso accadimento risulti stimolante, moderatamente stressante o gravemente disorganizzante a seconda della persona.

E, fra l’altro, uno dei fattori cruciali per una risposta adattiva alle difficoltà della vita è proprio dato dalla capacità di gestire le emozioni. Poter tollerare le emozioni stressanti e rimanere in grado di pensare alle possibili strategie di soluzione è molto diverso dal sentirsi sopraffatti dall’ansia.

In quest’ultimo caso si sperimenterà uno stress maggiore – compresa un’attivazione maggiore delle risposte neuro-immuno-endocrine correlate – e si avrà più probabilità di reagire mangiando

 

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