Felicità, è il viaggio o la meta?

Difficile dire cosa sia la felicità, ancora più complicato spiegare come vada raggiunta. Sì, perché di felicità non ce n’è una sola: ognuno può avere un’idea diversa. Secondo la psicologia però ci son alcuni punti chiave…

Felicità, è il viaggio o la meta?

 

Felicità deriva etimologicamente dal latino “felix”, un termine derivato a sua volta dal verbo “Phyo” che in greco rimanda al produrre, creare, fecondare

La felicità sembra dunque rimandare, nel suo significato più letterale, ad una condizione di creatività, fecondità psichica in cui si raggiunge un “frutto”, un risultato, un obiettivo che dà un qualche tipo di appagamento.

Sarebbe quindi uno stato della mente che sopraggiunge al compimento/raggiungimento di qualcosa… Già, ma di che cosa? Cosa ci rende veramente felici?

Ognuno ha un proprio concetto di felicità, del tutto personale e soggettivo: ciò che rende felice una persona può non andar bene per un’altra e viceversa. Ma allora che cosa consente di definire la felicità? E, ancora, siamo sicuri che corrisponda solo alla meta? O, piuttosto, la vera felicità è data proprio dal viaggio?

 

Tre tipi di felicità: dal viaggio alla meta

Daniel Gilbert, psicologo e ricercatore ad Harvard, è uno degli studiosi che si è molto occupato della questione; a suo avviso è utile distinguere tre tipologie di felicità, tre categorie di eventi/condizioni nei quali una persona può percepire uno stato di benessere che può essere soggettivamente etichettato come felicità.

 

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1. Felicità emotiva
In questa prima accezione, la felicità corrisponde ad uno stato emotivo contingente e transitorio dato da uno stimolo esterno: il finale di un film, il nostro piatto preferito, un tramonto mozzafiato…

Questo tipo di felicità probabilmente è più affine alla gioia: un’emozione primaria, immediata e di breve durata che rappresenta la nostra più primitiva modalità di reagire a qualcosa che ci provoca uno stato di benessere.

Questo stato emotivo si accompagna spesso anche a una certa quota di sorpresa. Si tratta fin qui di un’emozione più che di un sentimento duraturo, di una reazione breve e emotivamente forte ad uno stimolo temporaneo, al raggiungimento di una meta di importanza o durata limitata nel tempo.

 

2. Felicità morale
Di ben altra natura è quella che Gilbert identifica come felicità morale: il senso di soddisfazione e benessere che ricaviamo dal sentire di vivere all’altezza dei nostri standard morali, dei nostri valori più profondi.

Questa seconda accezione di felicità è, a ben vedere, molto differente dalla prima. Parliamo di uno stato d’animo probabilmente molto meno “esplosivo”, ma più profondo e duraturo, non strettamente dipendente da stimoli e contingenze esterne, ma più legato a una percezione stabile di noi stessi.

In questo senso la felicità morale potrebbe avere importanti connessioni con l’autostima, un senso stabile e positivo di identità personale, un buon senso di autoefficacia: sentire di essere delle “buone” persone ci rende felici. La felicità qui sembra data da come si procede durante il viaggio più che dalla meta finale!

 

3. Felicità legata al giudizio
Non lasciatevi ingannare dalla definizione: non si allude qui al piacere sadico che qualcuno potrebbe provare nel giudicare severamente gli altri!

Per felicità, in questa terza accezione, si intende piuttosto riferirsi a tutti quelle credenze a priori che le persone hanno su ciò che, a loro avviso, potrebbe renderle felici. Credenze che possono rivelarsi sia esatte che illusorie.

Si pensi a quanto spesso si dice che il denaro non dà la felicità: se fosse una credenza tanto radicata non ci sarebbe bisogno di ricordarcelo continuamente!

Per alcuni ciò che fa la felicità può essere un'auto nuova, per altri il mettere al mondo un figlio, per altri ancora pubblicare un libro… Qui la felicità va in qualche modo a integrarsi con quelli che sono i progetti di vita e le scelte esistenziali e quindi la meta che intendiamo raggiungere.

 

Felicità e qualità delle relazioni

Ma, come dire, c’è un trait d'union, un elemento di connessione, fra tutte queste diverse accezioni di felicità? Secondo gli psicologi sì.

La risposta arriva dallo studio più lungo mai effettuato sul tema. Lo Study of adult development venne ideato dallo psicologo statunitense George Vaillant nel 1938 ed ha esaminato, per un arco temporale di 45 anni, le vite di 724 uomini americani fra studenti universitari e adolescenti.

Ebbene: cos’è che, più di ogni altra cosa, è in grado di garantire una vita felice? Stando ai risultati il fattore principale sarebbe uno: la qualità delle relazioni.

Sentire di appartenere a una cerchia di rapporti interpersonali in cui condividiamo legami affettivi significativi (noi siamo importanti per quelle persone e loro lo sono per noi) rappresenterebbe il principale fattore alla base di una vita felice.

E si badi bene che non è la quantità, ma la qualità delle relazioni a fare la differenza! Dato, questo, tutt’altro che scontato al giorno d’oggi in cui siamo fon troppo abituati a sentirci “connessi” con un numero pressoché infinito di persone solo tramite i social network… ebbene non è così.

E lo diceva anche Robin Dunbar quando giunse alla conclusione che, per le capacità cognitive del cervello umano, sia impossibile intrattenere relazioni realmente significative con un numero di persone superiore a 150.

Durante il nostro “viaggio” di vita scegliamo bene, quindi, a chi prestare la nostra attenzione; perché ne va della nostra felicità!

 

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