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I DANNI DELLA VIOLENZA DAVANTI AI BAMBINI

la violenza agita davanti ai bambini è spesso sottovalutata ma porta con sè effetti gravi sullo sviluppo fisico, relazionale, emotivo e cognitivo del bambino.

I danni di abusi e maltrattamenti fisici e psicologici agiti direttamente sui bambini sono noti e oggetto di grande interesse pubblico.

Meno conosciuti gli effetti disastrosi di una violenza indiretta ovvero agita davanti al bambino come spettatore. L’impatto della violenza sul bambino compromette prepotentemente il suo sviluppo cognitivo, fisico, psichico, relazionale ed emotivo, con conseguenze permanenti per tutta la vita.

Nella società scientifica la ricerca ha prodotto risultati evidenti sulla gravità del fenomeno e l’auspicio è che in futuro anche le istituzioni e le persone che operano con i bambini sviluppino la capacità di cogliere i segnali di allarme e intervenire.

 

Cosa intendiamo per violenza assistita

Per violenza assistita si intende qualsiasi forma di atto prepotente, violento ed aggressivo a cui si è esposti in modo indiretto, come osservatore.

Nel contesto famigliare i bambini possono facilmente diventare spettatori di aggressione fisica, psicologica o sessuale agita da un genitore sull’altro o sui fratelli.  Si parla ad esempio di atti diretti al corpo, abusi sessuali, offese, insulti, prevaricazioni fisiche o verbali e manipolazioni mentali.

Anche silenzi interminabili, “semplici” litigi tra coniugi, atti di collera di un coniuge sull’altro, assenza di legame tra i genitori e tra essi e il figlio, e agiti violenti in assenza del bambino, possono essere forme di maltrattamento indiretta.

In quest’ultimo caso infatti anche se l’atto aggressivo non è stato osservato, i segni dello stesso come tristezza, terrore, angoscia, segni corporei e altri elementi compromettono la serenità famigliare e i legami. La maggior parte dei genitori sottovaluta gli effetti di queste forme di violenza, soprattutto quella in assenza del figlio o in sua tenerissima età.

 

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Violenza assistita: gravi danni sul bambino

Il primo grave rischio è che accanto alla violenza assistita ci sia una violenza diretta, come avviene spesso in ambienti domestici violenti (Edleson J,1999).

A livello emotivo e cognitivo i bambini sperimentano un gran senso di colpa a causa dell’attribuzione al sé e al proprio comportamento errato le cause della violenza osservata. Nel lungo termine, questo genera un senso di fallimento, impotenza e la sensazione di “essere sbagliato”.

L’assunzione di comportamenti adultizzanti cerca di risanare il senso di impotenza con il tentativo di proteggere il genitore più debole o i fratelli e mantenere al tempo stesso una relazione con quello violento. Ad esempio raccontano spesso bugie, rifiutano di lasciare il genitore-vittima da solo, con ripercussioni sull’andamento scolastico, o assumono comportamenti violenti per identificazione con l’aggressore.

Frequentemente sono presenti ansia, depressione, inquietudine, aggressività, difficoltà nel ritmo sonno veglia, nell’alimentazione e bassa autostima fino ad un reale Disturbo Post Traumatico da Stress.

Accanto a questi ci sono manifestazioni psicosomatiche con continue cefalee, mal di pancia, stanchezza, allergie e facilità ad ammalarsi nonché compromissioni delle abilità linguistiche, relazionali, empatiche e di controllo emotivo e difficoltà di apprendimento.

 

La violenza diventa normalità

L’esposizione continua a modelli di comportamento disfunzionali, terrificanti e confusivi compromette la capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

La violenza diventa per il bambino un modo corretto di agire sociale e per questo assume comportamenti aggressivi e antisociali compromettendo le relazioni. Nel tempo possono insorgere gravi disturbi della condotta antisociale, uso di sostanze e atti di bullismo.

Rispetto al bullismo infatti, l’identificazione con l’aggressore porta ad assumere il ruolo di bullo e prevaricare con forza sull’altro, mentre l’assunzione di ruolo di vittima sia associa all’acquisizione che la violenza sia corretta e l’espressione di pensieri, sentimenti, emozioni e desideri errata e controproducente e a sentimenti di paura e depressione.

 

Compromissione del legame di attaccamento

L’impossibilità di sperimentare un ambiente sicuro, protetto e responsivo ai propri bisogni riduce la possibilità di sviluppare un legame di attaccamento sicuro del bambino con il cargiver.

Questo è causato dalla sofferenza vissuta dal genitore vittima (spesso la madre) che compromette le sue abilità di soddisfare le richieste del bambino con comportamenti di cura e dalle scarse capacità genitoriali derivate dalla violenza continua.

Il bambino assume dei modelli operativi interni, una sorta di rappresentazione mentale dei legami che funge da mappa nelle relazioni, (Bowlby, 1979), connotati da disorganizzazione, disorientamento nelle situazioni e incapacità di agire comportamenti sociali funzionali. La figura genitoriale è da un lato minacciosa e pericolosa e dall’altro impotente e fragile.

Le difficoltà nella relazione di attaccamento hanno effetti nel lungo termine sulle abilità relazionali del bambino e sulle capacità di affrontare le situazioni di stress future.

Una buona relazione con i genitori in grado di rispondere ai bisogni del figlio e donare sicurezza, al di là della condizione violenta e della sofferenza, è fondamentale per offrire al bambino sicurezza e protezione, modelli di comportamento positivi e lo sviluppo di una buona resilienza per affrontare stress e traumi futuri.  

Foto: vadimgozhda / 123RF Archivio Fotografico

 

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