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LA SCISSIONE PSICOLOGICA: COME SI CREA UN NEMICO “ESTERNO”

La scissione, dividere cioè il mondo in “buoni” e “cattivi”, è un meccanismo di difesa normale nei bambini piccoli, ma incredibilmente diffuso anche tra gli adulti, specie nel fenomeni di massa. Abbiamo bisogno di individuare un “cattivo” per sentirci uniti e sicuri di fronte alle incertezze della vita. Ma quale prezzo paghiamo per tutto questo?

A Roma un ragazzo viene ucciso da un colpo di pistola, la ragazza che era con lui viene dipinta prima come una devota e soccorrevole fidanzata e subito dopo, il tempo del diffondersi la notizia che forse era lì per comprare della droga, alla stregua di una pericolosa delinquente.

Viene ucciso un carabiniere, un collega e un agente della Guardia di Finanza subito dopo la notizia diffondono in rete le foto di 4 uomini di nazionalità nordafricana additandoli come assassini. La smentita definitiva arriverà con la confessione di uno studente nordamericano, ma l’odio mediatico su internet, a sfondi xenofobi e razzisti, si è già diffuso  ampiamente.

Il web, la rete e soprattutto i social amplificano la tendenza umana a ricercare, in condizioni percepite di pericolo e incertezza, nemici certi, colpevoli da poter perseguire, “estranei” contro cui riversare odio a prescindere da fatti reali, accertati. Sì perché spesso per accertare la verità ci vuole tempo, la mente invece cerca risposte certe e immediate.

È un meccanismo molto arcaico ma piuttosto diffuso specie nei fenomeni di massa: la scissione psicologica porta a creare un nemico esterno (Mc Williams, 2011; Adorno, 1950; Brown, 1965), contro cui i “buoni” (la “gente per bene”, gli Italiani, gli appartenenti alle forze armate, glie esponenti di un certo credo religioso ecc) dovrebbero combattere per sentirsi sicuri. Non sempre però (quasi mai, anzi) le cose sono così nette.

 

La scissione psicologica nella prima infanzia

La scissione è un meccanismo di difesa della mente, uno dei modi, cioè, che la psiche ha per far fronte ai pericoli e alle difficoltà preservando un sufficiente senso di sicurezza. Dividere il mondo in buoni e cattivi, grandi e piccoli è una modalità tipica con la quale i bambini organizzano primariamente la loro esperienza.

La mamma che arriva sollecita a dare il latte è “buona” in quanto fornisce un’esperienza positiva, gratificante al bambino. La stessa mamma che il giorno dopo tarda qualche minuto ad esaudire le richieste del piccolo è percepita come “cattiva”, assente, irrimediabilmente insolvente, almeno fino a quando perdura l’esperienza di frustrazione.

Secondo uno dei più tradizionali (e mai tramontati) dogmi della psicologia, è proprio attraversando queste occasionali piccole frustrazioni (commisurate all’età) che il bambino impara ad essere più tollerante verso chi si prende cura di lui. E lo fa perché riesce man mano a sviluppare quella che gli psicologi e gli psicoanalisti definiscono “costanza d’oggetto” (Mahler, 1975; Kernberg, 1976): la persona per noi importante continua a esistere anche quando non la vediamo; una relazione affettiva continua ad essere per noi fonte di rassicurazione anche quando l’altro non è fisicamente presente o non è perfettamente gratificante nei nostri confronti (in fondo, anche non ricevere quello che ci aspettavamo è una forma di “mancanza”).

In altre parole: crescendo sviluppiamo (in gradi diversi, secondo la storia personale di ognuno) un’idea, una rappresentazione mentale delle relazioni significative, impariamo a tenere a mente gli altri e ad avere fiducia nel fatto che anche loro faranno altrettanto con noi. Non abbiamo bisogno della conferma dei sensi, della presenza fisica a tutti i costi per sentirci amati e rassicurati dalla presenza di un legame affettivo. E, soprattutto, possiamo tollerare che nell’altro albergano qualità sia buone che “cattive”, sia pregi che difetti e possiamo amarlo e sentirci amati nonostante la perfezione non sia di questo mondo.

 

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La scissione psicologica nei fenomeni di massa

Non sempre le cose vanno così lisce e questo può comportare diverse problematiche di personalità e nelle relazioni affettive in coloro che, a causa della propria storia personale, si trovino ad essere particolarmente vulnerabili al rifiuto e alla frustrazione.

Ma anche al di fuori della psicopatologia, nella vita di ogni giorno osserviamo la scissione psicologica in atto quasi quotidianamente, specie a livello dei fenomeni di massa. Di fronte alle notizie complesse, ambigue e minacciose che riceviamo costantemente, tutti noi possiamo essere spaventati per due motivi: per la minaccia percepita (si pensi alla notizia di un crimine o di un attentato) e per il grado di incertezza che questa comporta (potrebbe capitare anche a me? come difendersi? ecc.).

In determinate situazioni di instabilità economica e sociale, quale quella che stiamo vivendo, questo senso di incertezza aumenta e con esso il livello di minaccia percepita quando si ricevono notizie di fatti di cronaca.

Lo ha illustrato Anna Maria Giannini, consigliera dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, commentando i dati di una recente indagine sulla percezione sociale della sicurezza in Europa. La paura legata ad un senso di insicurezza esistenziale, lavorativa, economica o sociale può estendersi, generalizzarsi e spostarsi anche su altri versanti della vita pubblica ed è così che nasce, o si rafforza, la paura dello “straniero”, l’intolleranza verso le minoranze e l’ostracismo verso chi, più in generale, viene percepito come “diverso”.

In altre parole: il senso di insicurezza economica e sociale che vivono le persone le porta a sentirsi insicure e in pericolo anche in altri settori dell’esistenza ed è in questo modo che si assiste a una generalizzata paura della criminalità, anche quando i dati attestano una sua diminuzione, o ad un efferato odio/discriminazione contro immigrati e stranieri (vedasi le fake news ferocemente diffuse in rete a cui prima si accennava). Ed è qui che entra in scena prepotentemente il meccanismo psicologico della scissione.

 

La scissione psicologica e la fiducia da ritrovare

In modi non sostanzialmente diversi da quel piccolo bambino che, rimanendo in attesa della poppata, percepisce la madre improvvisamente come totalmente “cattiva” e abbandonica; anche le persone adulte, poste in contesti di massa e in condizioni di difficoltà socioeconomica e/o esistenziale, possono percepire il “mondo” come totalmente cattivo e insicuro.

Ma la mente non può certo sostare in uno stato di pericolo e paura così pervasivo. Ecco che tutto l’odio, la frustrazione e la paura si riversano contro un nemico esterno ritenuto direttamente o indirettamente colpevole, senza se e senza ma, della propria condizione e, per questo, totalmente cattivo (appunto). E poco importa se ci siano o meno basi concrete per additare tali colpevoli, poco importa se la vita adulta è fatta, come ricordava Barack Obama, di ambiguità e compromessi, e se le persone e gli avvenimenti sono molto più ambigui e complessi di quanto non sembrerebbe dal titolo di un post su facebook.

Poter scaricare rabbia e paura verso un presunto colpevole è meno faticoso per la mente piuttosto che tollerare che un crimine ignobile sia ancora di oscuro e incomprensibile. Iniziare processi mediatici contro intere categorie di professionisti è più rassicurante piuttosto che riconoscere che ognuno è innocente fino a prova contraria e che purtroppo una categoria di persone che fanno un lavoro in scienza e coscienza non possa garantire per coloro che, al suo interno, delinquono.

Si vorrebbe, con la mente sognante e manichea dell’infanzia, potersi affidare a talune categorie di persone o taluni contesti con la certezza che mai nessuno e nulla farà accadere qualcosa di male, niente potrà deluderci. E invece la vita puntualmente smentisce. E allora la scissione ci porta a identificare un “nemico” contro cui scagliarci rassicurandoci di essere noi quelli dalla parte dei buoni e di poterci sentire finalmente al sicuro una volta allontanata la “minaccia”.

Sarebbe bello invece utilizzare l’essere in molti – anche nei contesti digitali – per nutrire, invece che distruggere, un comune senso di fiducia e di tolleranza verso ciò che ci disturba e verso ciò che, nonostante tutto può accadere di buono.

Bibliografia:

Adorno T.W. et al. (1950). La personalità autoritaria, trad. it, Edizioni di Comunità, Milano, 1973.

Aronson.

Brown R. (1950). Psicologia sociale, trad. it, Einaudi, Torino, 1980.

Mahler M., Pine F., Bergman A. (1975). The psychological birth of the human infant, New

McWillams N. (2011). La diagnosi psicoanalitica, trad. it, Astrolabio, Roma, 2012.

York: Basic Books.

Kernberg O. (1976). Object Relations Theory and Clinical Psychoanalysis, New York: Jason

 

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Immagine | Viktor Bondar / 123rf.com

 

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