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DISTURBI MENTALI E STIGMA SOCIALE

Quali rappresentazioni hanno dei disturbi mentali le persone comuni? Ritenere la persona “colpevole” della propria condizione è il principale elemento alla base dello stigma sociale.

 

È ormai acclarato nella letteratura scientifica quanto, per la comprensione e la terapia dei disturbi mentali, sia necessario adottare un approccio multifattoriale che prenda cioè in considerazione diversi fattori che in interazione contribuiscano a determinare la manifestazione del disagio psicologico e dei sintomi ad esso associati.

Vengono chiamati in causa fattori di tipi genetico, biologico, ambientale e relazionale che in associazione possono concorrere a rendere la persona particolarmente vulnerabile ad una certa tipologia di disturbo mentale in determinate condizioni di vita.

È ormai nota ad esempio la cosiddetta diatesi da stress per i disturbi dell’umore che chiama in causa: una componente ereditaria (ad esempio avere almeno un genitore con una storia di depressione), determinate criticità nello sviluppo e nell’accudimento primario (come ad esempio la perdita precoce di un genitore) e il sopraggiungere di altre perdite o eventi stressanti in età adulta (che potranno rendere nuovamente vulnerabile la persona a sviluppare un disturbo dell’umore).

Nel senso comune tuttavia spesso si tende a banalizzare e semplificare questi fenomeni riconducendo i disturbi mentali o solo a cause biologiche o solo a cause ambientali o ritenendo l’individuo in qualche modo “colpevole” della sua condizione. Quest’ultimo fattore risulta essere la componente principale dello stigma sociale connesso a molti disturbi mentali e quindi il primo ostacolo da combattere per le campagne di informazione e sensibilizzazione.

 

Gli effetti stigmatizzanti delle cause biologiche

Nel 2012 alcuni ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Yale hanno verificato se l'informazione che enfatizza la trattabilità dei disturbi mentali possa ridurre lo stigma sociale contraddicendo il pessimismo prognostico associato alle attribuzioni biologiche di tali patologie.

Per lo studio sono stati reclutati 249 volontari interpellati online ai quali sono stati sottoposti i profili di due ipotetici individui; uno con schizofrenia e uno con disturbo borderline di personalità. Le vignette potevano attribuire tali disturbi a cause biologiche o non biologiche e potevano includere o meno informazioni sui trattamenti disponibili

I partecipanti che avevano ricevuto informazioni sul trattamento mostravano atteggiamenti più positivi nei confronti dell'individuo descritto nella vignetta se il disturbo veniva attribuito a una causa biologica, mentre le informazioni sul trattamento non sortivano effetti rilevanti se il disturbo era stato attribuito a una causa non biologica.

I risultati di questo studio e di altri lascerebbero ipotizzare che l’attribuzione dei disturbi mentali a cause di natura biologica o genetica possa ridurre lo stigma sociale verso queste patologie ridimensionando, agli occhi delle altre persone, l’ipotetica “colpevolezza” dell’individuo per la sua condizione.

Molti si aspettavano che questa "svolta biologica" avrebbe attenuato lo stigma nei confronti della malattia mentale, da ricerche successive è parso però evidente come lo stigma sia rimasto stabile o addirittura aumentato.

Altri studi hanno evidenziato infatti come le spiegazioni biogenetiche dei disturbi mentali possano avere anch’esse effetti stigmatizzanti connessi alla percezione di maggior pericolosità e pessimismo. In altre parole: attribuire i disturbi mentali alle sole cause biologiche aumenterebbe la percezione della loro incontrollabilità/imprevedibilità rendendo l’individuo impotente e “in balia” della propria biologia.

 

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Cause non biologiche e colpevolezza

Un successivo studio condotto nel 2017 dai ricercatori della Baylor University e dell’Università dell'Iowa ha cercato quindi di prendere in esame se e quali cause non biologiche (ad esempio, il modo in cui si viene allevati, il cattivo carattere, i fattori di stress della vita) fossero prese in considerazione dalle persone in associazione alle spiegazioni biologiche,  e se queste combinazioni di credenze meno assolutizzanti aiutassero le persone a ridurre lo stigma nei confronti dei disturbi mentali.

Il sondaggio è stato condotto su un campione casuale di 1.147 persone interpellate in merito a depressione, schizofrenia e alcolismo. Agli intervistati è stato chiesto di specificare quali a loro avviso fossero la cause di tali condizioni e quanto sarebbero stati disposti a vivere o lavorare a contatto con una persona con questi disturbi.

Le cause principali riferite dagli intervistati sono sostanzialmente riconducibili a due di categorie:

1. cause biologiche (squilibri chimici nel cervello, fattori ereditati o genetici)

2. cause non biologiche:

·         colpe attribuibili all’individuo (“avere un carattere difficile” o un “cattivo carattere”)

·         cause ambientali riconducibili a eventi relazionali e/o stressanti dello sviluppo o della vita attuale dell’individuo (il modo in cui si è stati cresciuti dalla propria famiglia, eventi stressanti).

 

Stigmatizzare il “diverso”

Dai risultati è emerso che sebbene gli intervistati tendessero ad attribuire i disturbi mentali indicati sia a cause biologiche che non biologiche, vi erano delle differenze a seconda della patologia esaminata.

Per l’alcolismo, ma non per la depressione o lo schizofrenia, fattori come il “cattivo carattere” sono risultati associati a più elevati livelli di stigma sociale. In altre prole, gli intervistati sembrano ritenere gli alcolisti maggiormente colpevoli della propria condizione rispetto a coloro che soffrono di depressione o schizofrenia a prescindere dal fatto che, in entrambi i casi, possano essere contemplate sia cause di tipo biologico che ambientale.

Da questi studi si evince quanto sia possibile ridurre lo stigma sociale e costruire una rappresentazione meno semplificata e stereotipata dei disturbi mentali solo se si è in grado di non attribuire giudizi di colpevolezza a coloro che soffrono di tali patologie.

Perché la ricerca del “colpevole” sembra essere invece così diffusa nel senso comune? Probabilmente per il noto fenomeno della stigmatizzazione del “diverso” in base al quale poter ricondurre i disturbi mentali a presunte “colpe” o distorsioni caratteriali contribuisce a rendere queste condizioni più lontane da sé stessi.

È come se la mente trovasse un pretesto per potersi dire “a me non può capitare” e, nel discriminare il diverso, si rassicurasse sulla propria condizione di salute e di integrità. Sono in fondo meccanismi alla base di molti fenomeni di stigmatizzazione delle minoranze che dovrebbero essere presi in considerazione alla base di qualunque campagna di informazione o sensibilizzazione culturale su questi fenomeni.

 

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