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ATTACCAMENTO VERSO GLI ANIMALI: QUANDO DIVENTA MORBOSO?

Fin dove l’amore per gli animali è qualcosa di sano e cosa lo rende invece un attaccamento morboso? Primo fra tutti: quanto riconosciamo loro il fatto di essere animali con bisogni diversi da noi esseri umani.

Hanno fatto scalpore e suscitato indignazione le parole di Papa Francesco di diversi mesi fa quando disse che il vero amore per gli animali non poteva essere in contraddizione con l’amore e il rispetto per gli esseri umani, diversamente si trattava di attaccamento morboso.

Ma che vuol dire? Quali tipi di bisogni psicologici cerchiamo di soddisfare tenendo con noi degli animali e occupandoci di loro?

 

Passione, moda o attaccamento morboso per gli animali

Gatti, cani, pappagalli, pesci rossi e anche specie molto più esotiche come iguane o serpenti: sono ormai tantissimi gli animali divenuti, più o meno appropriatamente, “da compagnia” per gli esseri umani.

Non sempre si tratta di autentica passione, ci sono le mode del momento e tutta una serie di dettagli che portano a scegliere un cane o un gatto quasi come fosse un’automobile: ovvero come status symbol, come elemento che per estensione va a rappresentare la posizione sociale di chi lo possiede.

Non per niente sono tristemente note le campagne di sensibilizzazione che ogni anno, in estate, varie associazioni sono costrette a ripetere contro l’abominevole fenomeno dell’abbandono degli animali. Ma quando invece il legame con un animale diventa attaccamento morboso?

 

L'attaccamento sano per gli animali

Seguire i dettami delle mode non è certo l’unica, e forse neanche la principale, motivazione che spinge le persone ad adottare un animale domestico.

Che lo si faccia per accontentare i bambini, piuttosto che per avere compagnia o salvare qualche randagio da una condizione sfortunata, è indiscutibile che gli animali esercitano su di noi un potente ascendente; non per nulla si sono evolute nel tempo diverse tecniche terapeutiche di pet therapy sfruttando proprio il carattere istintivo e non verbale della comunicazione uomo-animale.

Il rapporto con un animale ci porta su una connessione istintiva priva dei correlati verbali e cognitivi delle relazioni umane, gli animali diventano veicolo di un amore incondizionato, senza doppi fini o aspettative giudicanti, dove possiamo sentirci amati e accolti per quello che siamo incondizionatamente.

Questo può dar luogo ad un rapporto sano fatto di rispetto e ricchezza reciproca o ad un attaccamento morboso.

 

Attaccamento morboso e proiezioni

Perché a volte il rapporto con un cane o un gatto può tramutarsi in un attaccamenti morboso? Certo, passiamo con loro molti anni della nostra vita sotto il nostro stesso tetto e la loro presenza affettuosa finisce per farceli sentire come se fossero persone di famiglia. Ecco appunto, per la precisione “come se”.

Quando l’attaccamento diventa morboso spesso si è persa proprio questa sostanziale differenza: possiamo affezionarci a loro e divertirci a vezzeggiarli come piccoli amici umani o bambini ma…non dovremmo mai dimenticare che esseri umani non sono.

E non solo perché, banalmente, nessun cane avrà mai davvero bisogno del cappottino griffato all’ultima moda, ma perché avrà esigenze diverse dalle nostre che non lo assimileranno mai in tutto e per tutto ad un altro essere umano per quanto addomesticato possa essere.

Un cane abbaia, sbava, corre e rincorre, salta e non porta galoscette e cappottini; un gatto difficilmente vi seguirà al guinzaglio e forse non sarà disponibile per voi ogni volta che voi avrete bisogno di coccole e l’elenco potrebbe continuare.

C’è un confine oltre il quale addomesticare ed educare un animale diventa morboso e irrispettoso per la sua natura stessa, dovremmo essere noi piuttosto a domandarci se siamo davvero gli umani che fanno più al caso loro. In un cane o in un gatto possiamo proiettare facilmente la nostra parte più infantile e indifesa, a volte quella stessa parte che dentro noi stessi non siamo mai riusciti ad accogliere e ad integrare in un’identità adulta.

Il rischio è che si vezzeggi o si maltratti (con il “buon” fine di educare si intende!) un animale da compagnia senza rendersi conto che attraverso di lui ci stiamo confrontando con gli aspetti più vulnerabili e mal tollerati di noi stessi.

Mettere ordine in questo gioco di proiezioni aiuterà non soltanto noi come esseri umani, ma anche i nostri amici pelosi a 4 zampe: solo allora un gatto sarà veramente un gatto e un cane realmente un cane con tutto il loro affetto, certo, ma anche il loro irriducibile mistero.

Cita una nota poesia di Eliot:

“È una faccenda difficile mettere il nome ai gatti;

niente che abbia a che vedere, infatti,

con i soliti giochi di fine settimana.

Potete anche pensare a prima vista,

che io sia matto come un cappellaio

 […]

Comunque gira e rigira manca ancora un nome:

quello che non potete nemmeno indovinare,

né la ricerca umana è in grado di scovare;

ma IL GATTO LO CONOSCE, anche se mai lo confessa.

Quando vedete un gatto in profonda meditazione,

la ragione, credetemi, è sempre la stessa:

ha la mente perduta in rapimento ed in contemplazione

del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:

del suo ineffabile effabile

effineffabile

profondo e inscrutabile unico NOME”.

 

L'etologia di Lorenz: scopriamo di più sulla scienza che studia il comportamento degli animali

 

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