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GLI STEREOTIPI DI GENERE NELLA RICERCA SCIENTIFICA

Gli stereotipi di genere non riguardano solo la vita quotidiana ma si trovano anche nella laica e rigorosa scienza! Molti lavori di ricerca “al femminile” sarebbero fin troppo spesso attribuiti a colleghi uomini, in quanto si sottintende che a un nome maschile si associ maggior rigore nello studio. Gli esempi sono molti e non riguardano certo scoperte di poco conto.

Ricordate il DNA? Quella doppia elica che tutti noi abbiamo studiato sui libri di biologia al scuola? La scoperta della sua struttura viene tradizionalmente attribuita a James Dewey Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins.

Quasi nessuno sa però che i dati su cui i tre scienziati uomini lavorarono erano di pertinenza del lavoro di ricerca di Rosalind Franklin i cui studi sui raggi X la portarono a realizzare immagini ad altissima definizione delle molecole permettendo di evidenziare appunto la struttura a doppia elica del DNA.

I colleghi sfruttarono i suoi dati senza che venisse mai riconosciuto il merito del suo lavoro. Wilkins, ex collega della Franklin, venne a conoscenza dei dati del suo lavoro e con Watson e Crick – appartenenti ad un laboratorio “rivale” – si attribuì il merito della scoperta fino a quando nel 1964 Watson e Crick ottennero il premio Nobel.

E Rosalind Franklin? Solo molti anni più tardi le è stato riconosciuto il merito che le spetta, ma in ogni caso troppo tardi

Gli stereotipi di genere a quanto pare non risparmiano neanche il mondo della scienza!

 

Stereotipi di genere della ricerca ed Effetto Matilda

Il fenomeno degli stereotipi di genere nel mondo scientifico è talmente diffuso da essergli stato attribuito un nome: è l’effetto Matilda dal nome di Matilda Joslyn Gage, attivista statunitense per il suffragio femminile, che per prima evidenziò quanto spesso in ambito scientifico i lavori delle donne venissero attribuiti in tutto o in parte ai loro colleghi uomini contribuendo solo alla fama e alla notorietà di questi ultimi.

Che il genere del ricercatore possa influenzare iniquamente la notorietà della sue scoperte è stato documentato anche da studi più recenti in materia. Silvia Knobloch-Westerwick e Carroll J. Glynn della Ohio State University Columbus hanno pubblicato nel 2011 uno studio proprio su questo fenomeno.

L’indagine ha riguardato più di mille articoli pubblicati su Communication Research e il Journal of Communication fra il 1991 e il 2005, in tempi dunque apparentemente ben più “moderni” di quelli in cui lavorò Rosalind Franklin.

Ebbene, pare che l’effetto Matilda ancora oggi si faccia sentire nella ricerca: nelle riviste esaminate, gli articoli di autrici donne risultavano citati un minor numero di volte rispetto a quelli dei loro colleghi uomini.

Gli stereotipi di genere sembrano dunque contare ancora oggi poiché il sesso del ricercatore influirebbe in maniera significativa sulla diffusione dei propri lavori di ricerca.

 

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Stereotipi di genere nella ricerca ed Effetto San Matteo

Siamo abituati a pensare agli scienziati come a persone super partes che dovrebbero avere un metodo rigoroso di ragionamento scevro da pregiudizi e stereotipi di alcun genere.

Il loro lavoro dovrebbe essere valutato solo in base al rigore scientifico con cui è stato condotto e non in base a opinioni personali. A quanto pare non è sempre così: anche la ricerca è fatta di persone e le persone, non importa quale sia il loro grado di istruzione, possono essere indotte a ragionare e valutare in base a stereotipi, pregiudizi, convenienze…

Non sono solo gli stereotipi di genere a giocare un ruolo in queste valutazioni tutt’altro che obiettive. Affine all’effetto Matilda è un altro fenomeno ad esso complementare definito da Robert K. Merton Effetto san Matteo: i ricercatori che raggiungono successi nei primissimi anni delle loro carriere avrebbero maggior notorietà e maggior facilità a pubblicare i loro lavori successivi di quanto, a parità di meriti, non accada ad altri colleghi, ugualmente meritevoli ma magari meno “precoci”.

Anche nella comunità scientifica insomma chi è ricco diventa ancora più ricco in base ad un effetto cumulativo che “premia” chi già ha vita facile non garantendo analoghe possibilità di successo ad altri.

 

Stereotipi di genere nella ricerca e sessismo benevolo

La scienza dunque sarebbe soggetta a pregiudizi e stereotipi di genere come qualunque altra disciplina umana e risentirebbe di retaggi sessisti fin dai tempi di Darwin. Lo afferma anche Angela Saini, giornalista scientifica e autrice del libro Inferior: How Science Got Women Wrong—and the New Research That's Rewriting the Story.

Forse per alcuni potrà sembrare inverosimile che la ricerca attuale, in tempi dove dovremmo aver raggiunto una parità di genere in molti campi del sapere e del lavoro, sia ancora influenzata da retaggi sessisti.

Soprattutto perché questi atteggiamenti, come in molti altri ambiti della società, non sono espliciti come lo potevano essere negli anni ’50 o ’60 quando visse Rosalind Franklin. Si tratta oggi di una forma di sessismo molto più subdola, che si accompagna a comportamenti e dichiarazioni “politicamente corrette” e che non mette in atto un’esplicita ostilità nei confronti del genere femminile.

È quello che è stato definito il sessismo benevolo, una forma di discriminazione di genere nascosta dietro il riconoscimento delle “quote rosa” (se non vivessimo in una società che risente di retaggi maschilisti ne avremmo ancora bisogno?) e atteggiamenti apparentemente moderni e al passo coi tempi…

Sembra infatti che le aree più evolute della neocorteccia siano deputate a inibire credenze e stereotipi sessisti – lo stesso vale per altri atteggiamenti discriminatori come il razzismo – “mascherando” antichi retaggi culturali dietro acquisizioni moderne e all’avanguardia.

Tutti noi, dunque, possiamo essere portatori di pregiudizi molto più di quanto non vorremmo riconoscere, riconoscerlo, invece di negarlo, è il primo passo per un’onestà intellettuale e una libertà di pensiero che dovrebbe riguardare tutti, non solo uomini e donne di scienza.

 

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Foto: Dmitriy Shironosov / 123rf.com

 

 

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