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SÌ, LE DONNE HANNO IL CERVELLO PIÙ "GIOVANILE"

Lo conferma uno studio pubblicato su PNAS: a parità di età anagrafica, il cervello delle donne risulterebbe più giovane di 3-4 anni rispetto a quello maschile. Ci sarebbero dunque delle differenze in base al genere: che peso dare a questo dato?

Ogni 8 marzo si anima il dibattito su come eliminare gli stereotipi di genere, su come arginare la violenza sulle donne, sul fermare i femminicidi. In un clima culturale dove ci si ritrova, purtroppo, a dover ancora una volta lottare per la parità di diritti fra uomini e donne arriva uno studio decisamente curioso: le donne non solo non sarebbero da meno ma, quanto a giovinezza mentale, starebbero addirittura un passo avanti.

Sì perché a quanto pare uno dei fattori che influiscono sulle modalità di invecchiamento cerebrale è proprio legato a genere: nelle donne il cervello manterrebbe una plasticità superiore a quella degli uomini, questo farebbe sì che, a parità di età anagrafica, la signore dimostrerebbero un età cerebrale più giovane di 3-4 anni.

Il cervello femminile, insomma, invecchierebbe meglio, essendo predisposto più facilmente, di quello maschile, a mantenersi più giovane e più a lungo. Notizia buona per la scienza, meno buona per il mainstream dell’opinione pubblica dove di questi tempi notizie come queste sembrano gettare benzina sul fuoco.

Ma davvero bisogna competere o annullare le reciproche differenze per essere “alla pari” fra uomini e donne?

 

Staccare la spina e aprire Facebook…

La notizia è riportata dai principali siti di informazione e naturalmente dello stesso sito PNAS, ma, immancabilmente, è anche rimbalzata suo social network come Facebook, dove, più che attirare l’interesse scientifico, ha dato adito ai commenti più esilaranti.

Le donne avrebbero un cervello più giovane perché lo usano meno, perché “non hanno una moglie”, perché “ci arrivano dopo”. Oppure, altra variante che riconosce loro un certo “vantaggio” evolutivo, nonostante questo continuano a non saper parcheggiare l’automobile… E, ultimo ma non per importanza, stando così le cose, cosa propugnare a fare la parità dei sessi?

Commenti sarcastici, disimpegnati, buttati lì tanto per ridere senza velleità di proporre riflessioni serie o ragionate. Si sa: Facebook in fondo ci piace anche per questo, per sguazzare nel mainstream di bassa lega, per ricondurre le notizie, a prescindere dalla loro serietà, a una satira perenne.

Ci piace insomma staccare la spina, commentare quello che ci capita a tiro senza dover per forza attivare un pensiero. D’accordo, ma in fondo una qualche “serietà” commenti del genere la potrebbero avere comunque.

Non riguardo alle intenzioni/opinioni dei singoli – che come si è detto forniscono un commento disimpegnato che quasi sicuramente sostanzierebbero molto diversamente se interpellati in altro modo – ma riguardo al clima culturale, agli stereotipi sociali e di genere, a quel mainstream a cui quei commenti si agganciano. 

 

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Perché c'è competizione fra uomini e donne?

Questi studi non hanno l’intento di certificare una qualche superiorità/inferiorità delle donne rispetto agli uomini. Lo studio in questione ha lo stesso valore di una ricerca che avesse documentato l’influenza benefica dell’attività fisica sui processi di invecchiamento.

Dubito che coloro che, per diversi motivi, non sono in condizione di andare in palestra o di fare lunghe passeggiate, avrebbero reagito armati di sarcasmo contro gli sportivi del pianeta! Eppure, in questo secondo esempio ipotetico, si certificherebbe pur sempre una differenza, una diversità sancita dalla presenza/assenza di un determinato fattore sui processi di invecchiamento.

Questo genere si studi aprono in realtà spesso dei meccanismi di comprensione maggiori di come si svolgano determinati processi, come l’invecchiamento cerebrale in questo caso, a potenziale vantaggio di tutti naturalmente, uomini o donne che siano.

Ma noi, che non siamo uomini e donne di scienza, leggendo la notizia ci sentiamo più facilmente “punti nel vivo”: guai a dire, anche se a dirlo sono degli scienziati, che ci sarebbe un qualche parametro in base la quale uomini e donne siano realmente diversi! La società sembra infatti avere molte resistenze a riconoscere le differenze e a rispettarle/valorizzarle come tali.

 

La parità di genere può valorizzare le differenze?

Che la parità di genere significhi uguaglianza fra i generi è vero e falso allo stesso tempo. È vero naturalmente sul piano dei diritti civili e politici (per i quali molto si deve ai movimenti femministi): il principio per il quale “la legge è uguale per tutti” in materia sia di diritti che di doveri non può naturalmente essere viziato da discriminazioni, neanche quelle di genere.

Ma, al di là del piano giuridico, imprescindibile naturalmente, siamo sicuri che la miglior parità di genere si identifichi con l’uguaglianza intesa come annullamento delle differenze?  

La questione dell’invecchiamento cerebrale è ovviamente pretestuosa (che poi al netto di tutte le differenze biologiche fra i sessi chissà se davvero potremmo sancire vincitori e vinti), la questione ben più importante è che molto raramente le differenze fra uomini e donne vengono riconosciute, rispettate e… valorizzate!

Basti pensare a come viene considerata la maternità nel mondo del lavoro (un peso, un onere economico, uno svantaggio per le aziende), a quanto spesso si sente parlare di donne in carriera costrette a mimare modelli “maschili” di competizione e ambizione professionale, a quanto tutt’ora la figura del padre fatichi a trovare una soddisfacente identità antropologica in un mondo dove non vige più il modello del padre-padrone.

Tutti questi sono esempi sintomatici di come uomini e donne fatichino, da entrambe le parti, a riconoscere non tanto in cosa sono uguali, ma in cosa possono essere diversi (non per questo inferiori o superiori) e quindi di reciproco vantaggio per entrambi.

Se questo avvenisse forse potremmo permetterci il “lusso” di liquidare con bonaria ironia il fatto che in alcuni libri di scuola elementare l’unica alternativa che ha la mamma per non tramontare sia quella di stirare o cucinare, e il papà per non gracidare debba per forza andare a lavorare

 

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Foto: Chiosea / 123rf.com

 

 

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