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FEMMINISMO DA TASTIERA: LOTTARE CON GLI HASHTAG

Il femminismo non è un hashtag, né uno slogan su una maglietta o un prodotto commerciale a uso e consumo del fatturato di qualche grande marchio. Ma online tutto è possibile, anche ridurre un fenomeno così complesso nel suo contrario. Vendiamo perché.

#WomenAgainstFeminism, “non sono femminista”: questo era lo slogan di un fenomeno social di qualche anno fa che utilizzava la rete proprio per denunciare come lo stesso mondo del web avesse snaturato e semplificato il femminismo riducendolo appunto alla diffusione di hashtag e slogan online depauperati dalla complessità politica, filosofica e psicologica proprie della corrente femminista degli anni ’70.

Quella corrente che, insieme al sessismo e alla discriminazione di genere, denunciava le ineguaglianze e la violenza della società capitalista, una società che il pensiero femminista avrebbe voluto mettere in discussione e che gli slogan “femministi” su qualche t-shirt finiscono invece oggi paradossalmente per sostenere utilizzando motti privi di sostanza solo per far rimbalzare online marchi e personaggi in cerca di notorietà e di profitti.

 

Femminismo online e femminismo “pop”

Qualcuno lo ha definito femminismo della quarta ondata o “femminismo pop”: una versione mainstream del femminismo diffusa online grazie ai social network, ormai ben lontana dal femminismo radicale e politicamente impegnato degli anni ’70.

Il web ha infatti permesso una diffusione del fenomeno prima impensabile, diffusione che però sta alle leggi stesse del web e dei social network dove si passano messaggi semplici, brevi, impressionistici, diretti al cuore più che al cervello del destinatario.

Una massificazione del femminismo che sembra procedere lungo gli stessi binari percorsi dagli altri contenuti di informazione svuotati del loro significato più complesso e ridotti a prodotti da vendere, a strumenti di marketing.

Qualche esempio? Le emoji personalizzate di Kim Kardashian (un pacchetto di stikers a pagamento recitanti slogan del tipo “My body my choice” e simili) o la t-shirt di Dior indossata da Chiara Ferragni (che, piaccia o no, influenza vendite e profitti dei marchi di moda) che recita “We should all be feminist”.

Per non parlare dell’hashtag #periodnails col quale veniva diffusa in un video una curiosa quanto mai improbabile nail art ispirata alla mestruazione, anche questo, ebbene sì, diffuso online col pretesto (perché a questo punto di nient’altro si tratta) della lotta femminista (fra il non provare vergogna per le funzioni del proprio corpo e imporle all’attenzione altrui con evidente violazione dello spazio personale di entrambe le parti c’è una grande differenza, differenza che il “selvaggio web” sembra non contemplare).

 

Leggi anche L'emancipazione femminile e il movimento FEMEN >>

 

Perché non essere femministe… online

Diverse sono le voci che si sono levate contro la mercificazione online degli slogan del femminismo fra cui le sostenitrici della citata campagna #WomenAgainstFeminism (che cercava di combattere il femminismo mainstream proprio sul suo stesso terreno e cioè a colpi di hashtag) e l'attivista americana Jessa Crispin, autrice del libro dal titolo quanto mai eloquente “Perché non sono femminista”.

Due i punti che risulterebbero particolarmente critici di questa versione edulcorata e globalizzata del femminismo online. Il primo: l’essere diventato, come ogni fenomeno che affidandosi al web finisca con lo sganciarsi dalle interazioni vis à vis, sempre più individualista, solipsistico, staccato dalla dimensione collettiva e comunitaria che prima lo accompagnava e lo definiva.

Ci si ritrova a una manifestazione attratti dagli hashtag propugnati sui social, non dalla conoscenza diretta di altre persone con cui si condividono e si costruiscono idee.

Il secondo fattore, legato al precedente, è quello che più sembra snaturare il pensiero femminista riducendolo paradossalmente al suo contrario. È la strumentalizzazione che viene fatta online degli slogan femministi come poli di attrazione mediatica che forniscono appeal alla vendita di marchi e prodotti (si pensi alla maglietta di Dior).

E cos’altro è la società dei consumi se non quella stessa società capitalista patriarcale che il Manifesto Di Rivolta Femminile del 1970 si prefiggeva di sovvertire?

Solo per citare alcuni stralci:

  • Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie, perché attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico), hanno costretto l’umanità a una condizione inautentica, oppressa e consenziente.
  • Dietro ogni ideologia noi intravediamo la gerarchia dei sessi. Non vogliamo d’ora in poi tra noi e il mondo nessuno schermo.
  • Il femminismo è stato il primo momento politico di critica storica alla famiglia e alla società.
  • Unifichiamo le situazioni e gli episodi dell’esperienza storica femminista: in essa la donna si è manifestata interrompendo per la prima volta il monologo della civiltà patriarcale.
  • Noi identifichiamo nel lavoro domestico non retribuito la prestazione che permette al capitalismo, privato e di stato, di sussistere.[…]
  • Detestiamo i meccanismi della competitività e il ricatto che viene esercitato nel mondo dalla egemonia dell’efficienza.
  • Noi vogliamo mettere la nostra capacità lavorativa a disposizione di una società che ne sia immunizzata.
  • La guerra è stata da sempre l’attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile. […]
  • Dare alto valore ai momenti “improduttivi” è un’estensione di vita proposta dalla donna.

 

Online-offline il femminismo non è solo delle donne

Piuttosto che banalizzare, si dovrebbe e si potrebbe semmai utilizzare anche gli strumenti del web per dare rinnovato spessore alla cultura di stampo femminista allargandone la portata eversiva ad entrambi i sessi.

Il Manifesto Di Rivolta Femminile si rivolgeva esplicitamente e ideologicamente solo alle donne escludendo gli uomini come possibili interlocutori e consolidando, nell’antitesi di genere, una delle molteplici contrapposizioni di cui era animata la cultura (a tutto tondo, non certo a colpi di hashtag) degli anni ’70. Fenomeno questo certamente da inscrivere anche nelle contrapposizioni ideologiche che hanno animato le lotte socio-plitiche di quell’epoca.

Uomini e donne sono tuttavia entrambi vittime degli stereotipi, entrambi hanno molto da perdere dalla cultura patriarcale che costringe il maschile e il femminile in modelli riduttivi, limitati e spersonalizzanti: non c’è un solo modo, ma tanti modi per essere uomini e donne.

Un’occasione persa dunque quella alla manifestazione #NonUnaDiMeno del novembre 2017 quando alcune donne hanno vietato a un uomo di sfilare con loro in testa al corteo sostenendo che quella fosse “la giornata delle donne”. Peccato perché questa è la stessa logica che alimenta le contrapposizioni di genere: escludendone uno a favore di un altro e rifiutando possibili vie di confronto, condivisione, alleanza.

È forse molto più eversivo, rispetto alla cultura patriarcale e sessista, un uomo che sfila con le donne a un corteo contro la violenza di genere di un cappello rosa con le orecchie da gatta

 

Leggi anche Il pregiudizio misogeno? Duro a morire >>

 

Foto: Nikolay Antonov / 123rf.com

 

 

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