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AFFRONTARE UN UOMO MISOGINO

Pregiudizi e stereotipi di genere non risparmiano neanche la moderna società globalizzata che si dichiarerebbe politically correct e a favore della parità dei sessi. Come affrontare dunque la misoginia se attualmente assume forme per lo più “velate” e indirette?

Potrà sembrare paradossale, ma in un certo senso è più facile affrontare la misoginia quando è manifesta, esplicita, quando in qualche modo “fa scandalo” e suscita una serie di cori di protesta.

Lo abbiamo ereditato delle lotte femministe del ’68: tutto si manifestava come opposizioni efferate e nette fra ideologie, classi, fazioni opposte senza compromessi e vie di mezzo.

A queste intransigenze, a questi “bracci di ferro” dobbiamo molti dei modernissimi diritti civili di cui oggi godiamo, specie in materia di parità di genere e diritti delle donne. Ne è seguita una società più “equa”, più attenta alle differenze di genere, più aperta al riconoscere pari diritti ad entrambi i sessi.

La misoginia non è però scomparsa sul piano culturale, ma rimane in forme larvate e indirette, spesso difficili da riconoscere. Affrontarla oggi significa forse rivisitare le veementi rivendicazioni femministe dei tempi della contestazione, per adottare un punto di vista più articolato e complesso.

 

Misoginia, come affrontarla: diffidare delle “scorciatoie”

Molto è stato detto a proposito di un revival femminista di basso consumo: quello in voga, a furor di hashtag e slogan d’effetto, su tutti i social network.

È un femminismo smembrato del pensiero ideologico e filosofico che ne era alla base, si prendono solo alcune frasi “sensazionali”, le si stampano su una maglietta o su un post di Facebook e il gioco è fatto: ecco le proteste femministe edulcorate della loro verve iniziale e rese non solo inoffensive, ma anche strumentalizzate a sostegno della società patriarcale e capitalista che il femminismo intendeva modificare.

Occorre fare attenzione al giorno d’oggi, oggi che tutto sembra più semplice e immediato, oggi che non occorre incontrarsi di persona ma è sufficiente creare un evento Facebook. Oggi che non è indispensabile fondare una radio o un giornale per far arrivare il proprio messaggio a tutti: sono sufficienti i 280 caratteri di Twitter… Oggi che, dopotutto, almeno formalmente, le donne hanno pari diritti e dovrebbero essere tutelate da una società così “politically correcet” da istituire anche le “quote rosa”.

Ecco, sono le contraddizioni del mondo contemporaneo che rendono possibile dire una cosa e sostenere al tempo stesso l’esatto contrario: il femminismo non è un genere di consumo ma rischia di venir diffuso come tale; le condizioni culturali che non garantiscono il riconoscimento della competenza delle donne sul lavoro rendono necessari provvedimenti sminuenti e paradossalmente ancor più discriminatori come le “quote rosa”.

 

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Misoginia, come affrontarla: non basta salvare la forma

Recentemente il rettore della Normale di Pisa ha denunciato la difficoltà (se non l’impossibilità) nel suo ateneo a promuovere docenti donne: non per mancanza di preparazione, merito o competenze delle colleghe, ma per un diffuso e inossidabile pregiudizio di genere.

La storia della scienza è costellata di simili discriminazioni: molte delle scoperte scientifiche fatte dalle donne sono divenute famose solo portando il nome di un Autore di sesso maschile e ancor oggi nella notorietà di un lavoro di ricerca sembra pesare questo tipo di pregiudizio. Eppure le donne lavorano, fanno ricerca, pubblicano, si laureano e possono concorrere con i propri colleghi maschi nelle carriere accademiche.

Tutto, come dire, inoppugnabile sul piano formale e istituzionale. Nessuna “lotta armata” sembra essere giustificata all’orizzonte. La misoginia non è una caratteristica tanto individuale ma soprattutto sociale, culturale e sopravvive ai giorni nostri in quella forma mascherata che stata definita sessismo benevolo.

 

Misoginia, come affrontarla: il sessismo benevolo

Chiara Volpato spiega che il sessismo benevolo è costellato di tutti quei comportamenti compiacenti e paternalistici mediante i quali gli uomini (anche inconsapevolmente) tendono a relegare la donna in spazi “protetti” andando così di fatto a sminuirla nel suo valore o nella sua competenza.

Non c’è bisogno di andare lontano, lo si può osservare ogni giorno ad esempio entrando in una tabaccheria e sentendo il gestore rivolgersi ad una cliente con frasi come “dimmi cara”. “Cara” per chi?

Questo banale aggettivo utilizzato negli scambi quotidiani è un esempio, nella sua piccolezza, più illuminante e interessante di quanto a prima vista non sembrerebbe.

Riflettiamoci solo un momento: vi è mai capitato di assistere allo scenario contrario? Una donna titolare di un esercizio commerciale che da dietro al bancone accolga un cliente del sesso opposto apostrofandolo come “caro”… Sarebbe bizzarro, no?

Ci ricorderebbe forse quei dialoghi un po’ retrò dei film anni ’50 dove il “caro” detto da una donna a un uomo era espressione del più classico dei cliché della moglie devota che accoglie il marito a casa la sera. Nessuna donna oggi avrebbe in mente di appellare un uomo in questi termini. Si è “cari” a qualcuno nell’ambito di una relazione intima, confidenziale, significativa.

La cliente di un negozio non ha nulla di cui esser “cara” all’esercente che deve servirla, eppure egli può sentirsi legittimato a trattarla con confidenzialità paternalistica solo perché donna.

 

Misoginia, come affrontarla: dalla tabaccheria alla tribuna politica

Che esagerazione si dirà: tacciare di subdolo sessismo un semplice appellativo detto solo per essere cortesi!

Ma è proprio l’apparente banalità e irriflessività di questo scambio – a cui avremo assistito in prima o terza persona decine di volte – a renderlo interessante.

La misoginia oggi non si esprime in un franco odio verso le donne, ma in atteggiamenti culturali come questi di cui né gli uomini né le donne si rendono conto. Lo si fa, lo si dice come fosse normale senza nemmeno prestare attenzione al senso sotteso a scambi abituali di questo tipo.

È un po’ l’omologo di quanto avviene spesso a livello mediatico quando donne famose nel mondo della politica vengono appellate in modo informale e confidenziale disconoscendone il ruolo istituzionale. Un esempio è quello di Angela Merkel destinata fin troppo spesso, almeno in Italia, a sentirsi appellata come “la signora Merkel”.

Se una cosa del genere accadesse con un capo di stato maschio subito ci sembrerebbe improbabile: pensate a come suonerebbe appellare il presidente degli Stati Uniti “il signor Trump”! Assurdo vero? Ebbene, se sentiamo fare la stessa cosa con una donna non ci sembra così strano, non ci stona…

Dalla tabaccheria alle tribune politiche insomma il sessismo benevolo è lì sotto gli occhi di tutti ma nessuno sembra farci caso perché viene scambiato spesso dalle donne come “galanteria” e perché non comporta direttamente una materiale limitazione alla libertà del “gentil sesso” (tanto per citare un’altra espressione che potrebbe far riflettere…). Questo atteggiamento, tuttavia, contribuisce a sostenere – a tutti i livelli della società – quella stessa cultura che, ad esempio, ostacola la carriera accademica o scientifica delle donne.

 

Misoginia, come affrontarla: uomini e donne alleati nella lotta

Non la lotta armata, ma la consapevolezza sembra essere la risorsa che più manca, sia agli uomini che alle donne, per costruire dei rapporti realmente paritari e rispettosi delle reciproche differenze.

Manca agli uomini, poco portati a interrogarsi sui condizionamenti culturali che li portano a esprimersi o a pensare in un certo modo. Manca alle donne, spesso poco attente e poco pronte a rinunciare a certi finti “privilegi/galanterie” per questioni “di principio”.

Eppure da questo esercizio di consapevolezza potrebbero trarre vantaggio entrambi, scoprire che non esiste alcuna contrapposizione fra gli interessi degli uomini e quelli delle donne, che mettere realmente in discussione gli stereotipi sessisti di uomo e donna può essere vantaggioso per la libertà di entrambi.

 

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Foto: Roman Samborskyi / 123rf.com

 

 

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