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SERENDIPITÀ E COUNSELING

C'era una volta... nel paese di Serendippo, un grande e potente re, nominato Giaffer, il quale ritrovandosi tre figliuoli maschi, coltissimi perché educati dai più grandi saggi del tempo, ma privi però di un'esperienza altrettanto importante di vita vissuta, decise, per provare, oltre alla loro saggezza, anche le loro attitudini pratiche, di cacciarli dal regno: "Deliberò, per farli compiutamente perfetti, che andassero a vedere del mondo, per imparare da diversi costumi e maniere di molte nazioni con l'esperienza quello che colla lezione de' libri, e disciplina de' precettori s'erano di già fatti padroni". Durante il loro viaggio i tre fanno diverse scoperte, grazie al caso e alla loro sagacia, di cose che non stavano cercando...

La visione casuale di un film mi fece  “scoprire” il termine Serendipity, da quel momento, erano più di  dieci anni fa, la curiosità, un forte desiderio di conoscere il suo significato, mi hanno mosso attraverso un viaggio personale “conoscitivo” e “riflessivo” che si è rivelato via via sempre più positivamente sorprendente. All’epoca non pensavo ancora che sarei diventata  un counselor mentre  la “serendipità” riusciva  già  a descrivere un certo  mio modo di pensare e di affrontare molte esperienze della vita. In quel tempo infatti non solo ero “in viaggio” ma come “I tre principi di Serendippo” della antica novella, non avevo chiare le  mete e tuttavia non perdendo di vista la strada “quella della conoscenza” e valorizzando ogni cosa, ho scoperto ciò che via via sarebbe diventato ad esempio, il mio nuovo inaspettato itinerario professionale. La serendipità infatti già operava, perché ricordo,  come mi meravigliavo, mi lasciavo stupire dalle continue e numerose inaspettate scoperte e mentre mi muovevo mi spostavo verso  nuove direzioni. Era come essere al timone di una barca a vela quando ci si muove in sintonia con il vento per non perdere l’andatura.


Per chi non la conosce, la novella racconta di tre principi che vengono cacciati dal padre, un grande e potente re, il quale ritrovandosi tre figliuoli maschi, coltissimi perché  educati dai più grandi saggi del tempo, ma privi però di un'esperienza altrettanto importante di vita vissuta, aveva deciso, per provare oltre la loro saggezza anche le loro attitudini pratiche, di mandarli via dal regno, perché  andando a vedere il mondo  potessero imparare con l'esperienza quello che già sapevano sul piano della conoscenza. Durante il loro viaggio i tre fanno diverse scoperte, grazie al caso e alla loro sagacia, di cose che non stavano cercando, divenendo i consiglieri di un potente imperatore di un importante regno.
Se oggi cercate che cosa significa “Serendipità”  troverete che si tratta di un neologismo  che vuole comprendere determinate  esperienze, famosa l’affermazione di un ricercatore biomedico americano che la definisce così: «la serendipità è la felicità di cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino.» E’ infatti un elemento consapevole ed importante della ricerca scientifica, quante  scoperte sono avvenute  mentre si stava ricercando altro? Un illustre clinico la ritiene una capacità, quella “di cogliere e interpretare correttamente un fatto rilevante che si presenti in modo inatteso e casuale nel corso di un’indagine scientifica diversamente orientata. E cita l’esempio di Fleming e della penicillina”. Insomma è il fare una scoperta quando le ricerche non sono orientate verso quella scoperta. Wikipedia la descrive come una sensazione di quando si trova qualcosa di imprevisto cercando altro. C’è chi la pensa una  filosofia, “La serendipità indica la casualità felice, il dono di trovare cose "belle e buone" anche senza averle mai cercate e la capacità di trasformare in "belle e buone" le cose che non lo sono. Possedere questo dono non solo aiuta a far andare a posto le cose, ma insegna ad amare e ad accettare la vita”.


Socrate diceva "Una vita senza ricerca non è degna d'essere vissuta". Ma la bellezza sta nel fatto che ciò che si cerca è per lo più ignoto. E quando scopri qualcosa di incredibile che non avevi immaginato né calcolato sul tuo percorso, c'è quella vocina dentro che ti dice, complice, "Hai visto? Non me la sono fatta scappare". E' il sentimento comune di chi vive la propria vita con presenza, che coglie le possibilità infinite e meravigliose che ci sono offerte senza accecarsi su se stesso o su un obiettivo opaco.
Vi ho parlato finora della serendipità perché essa mi ha portato ad essere questo  counselor e a pensare in questo modo la  mia relazione con l’altro,  come ad un viaggio che si fa insieme, in cui ciascuno è principe, ciascuno si muove e cerca, dove le conoscenze non bastano,  in cui pur immaginando delle mete, degli obiettivi, si rimane autenticamente aperti e soprattutto liberi di cogliere il valore di ogni esperienza che non corrisponderà mai alle originarie aspettative, di ogni indizio che  ci porterà alla scoperta della realtà dell’altro e nostra. Questo implica fiducia nella vita, speranza, capacità di abbandono e, al tempo stesso, disponibilità ad effettuare delle scelte e ad assumersi-responsabilità.

Così, come quando si è insieme sullo stesso sentiero, avendo compreso che il principale compito di ogni essere umano è quello di perseguire la propria evoluzione e di sostenere quella degli altri, si può semplificare l’idea di ricerca,  accordando il cuore e la mente ad ogni refolo di conoscenza che il mondo “sconosciuto” dell’altro ci offre, perché solo lì possiamo trovare e scoprire. Quando siamo molto giovani, rispondiamo con freschezza ad ogni nuovo stimolo, perché non abbiamo nulla nella nostra vita con cui paragonarlo. Diventando adulti, spesso smettiamo di rispondere in modo nuovo e creativo alle nuove esperienze e iniziamo a reagire sulla base di abitudini e di condizionamenti. Anziché scoprire il nuovo, lo associamo al vecchio e così reagiamo non all’esperienza presente ma ai nostri ricordi o a esperienze simili passate.

Secondo la prospettiva rogersiana l’empatia o la comprensione empatica consiste nella percezione corretta dello schema interpretativo del cliente. Percepire in modo empatico vuol dire rilevare e comprendere il mondo soggettivo dell’altro. Il counselor deve essere in grado di “sentire” i sentimenti del
cliente, per esempio la confusione, l’insicurezza, la paura o la gioia, “come se fossero suoi, senza però mai confondere con essi i propri sentimenti, le proprie insicurezze, le proprie paure, le proprie gioie. Il counselor capace di empatia muove dall’intenzione autentica di comprendere l’altro nella sua propria lingua, di pensare con le sue parole, di scoprire il suo universo soggettivo per cogliere il significato che la situazione ha per lui. E questo per me avviene, se ci pensiamo in viaggio, come i tre principi di Serendippo, pieni di conoscenze ma vuoti di esperienze, perciò capaci e liberi di cogliere quanto più possibile l’esperienza dell’incontro con l’altro e di lasciarci da essa  sorprendere e guidare.
La novella dei tre principi di Serendippo la racconto spesso ai miei clienti prima di iniziare il nostro viaggio, come la metafora del nostro umano “cammin facendo”.

 

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