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5 CONSIGLI DAL BUDDISMO PER VIVERE MEGLIO

Il Buddismo è una delle religioni più antiche e diffuse al mondo, ma anche una pratica spirituale in cui molti hanno visto interessanti punti di congiunzione con la psicologia occidentale. Ecco 5 consigli – semplici solo in apparenza – che possiamo trarre dal Buddismo per vivere meglio.

 

Erich Fromm fu uno dei primi psicologi a studiare il Buddismo e a individuare punti di affinità con i principi della moderna psicologia occidentale.

Da allora molti sono stati anche i testi divulgativi con i quali si è cercato di avvicinare le menti dell’occidente a una pratica spirituale e religiosa in apparenza così lontana ma che, a ben guardare, può rappresentare un prezioso complemento allo sviluppo psicologico di ognuno.

Uno degli esperimenti più felicemente riusciti di questa “divulgazione” del Buddismo zen è racchiuso in un libro di Tsai Chih Chung - Dice lo Zen - che racconta lo zen attraverso alcune vignette illustrate proponendo al lettore insospettati spunti di riflessione.

Questi 5 consigli per vivere meglio prendono spunto proprio dalle immagini di Tsai Chih Chung.

 

Libera la mente dai pregiudizi

Se la nostra mente è piena di pregiudizi, non possiamo udire la verità” (pg. 28).

Uno studioso si recò a far visita a un monaco zen, questi gli offrì del tè e iniziò a versarlo continuando anche quando la tazza fu ormai colma e la bevanda iniziava a straripare. Alle proteste stupite del suo ospite, il monaco rispose che la sua mente era proprio come quella tazza ormai troppo piena: solo se si fosse liberato dall’ingombro dei suoi pregiudizi, di quello che già credeva di sapere avrebbe potuto apprendere lo zen…

La psicologia osserva lo stesso fenomeno anche se da prospettive diverse. Molto spesso, ad esempio, ci avvaliamo di scorciatoie cognitive, le cosiddette euristiche, per decodificare la realtà e ricondurre elementi nuovi/insoliti al già noto.

Lo facciamo spesso senza rendercene conto ragionando per stereotipi, pregiudizi, frasi fatte o opinioni prese a prestito da altri o lette distrattamente su un post di Facebook

Nell’era digitale della comunicazione social, nell’epoca in cui si torna, in maniera preoccupante, a ragionare spesso per stereotipi – sessuali, di genere, etnici – sarebbe utile “fare spazio” nella propria mente, allenarsi a vedere come “nuovo” anche ciò che è apparentemente scontato, evidente e recuperare empatia e capacità di pensiero critico. Che si apra facebook, twitter o quel che sia: prima, durante e soprattutto dopo: pensare.

 

La vera felicità è dentro di te, non dipende dagli altri

C’è bontà in un fiore che sboccia e bellezza in un fiore che appassisce. Quando riusciamo a vedere bellezza e bontà in tutto ciò ce ci circonda, siamo entrati dalla porta dello zen” (pg. 55).

Il Buddismo insegna, in molti modi, che la via per la realizzazione spirituale non dipende da ciò che accade intorno a noi ma da quello che accade dentro di noi.

Questo vuol dire che anche un evento apparentemente marginale, quello che a prima vista può sembrare un errore, uno scarto o un rovescio della sorte può rappresentare in ogni momento un’occasione: quel che di bello o di brutto vediamo all’esterno altro non è che il riflesso di noi stessi.

Tanto la psicoanalisi, quanto la psicologia cognitiva concordano – da un punto di vista più “laico” – su questo principio: non sono gli eventi in sé stessi, nel loro presunto valore oggettivo ad essere importanti, ma l’interpretazione (emotiva e cognitiva) che noi facciamo di essi. Da questo dipendono ad esempio le differenti capacità di gestire lo stress, il poter sviluppare resilienza per gli eventi avversi, il riuscire, insomma, a trasformare le avversità in opportunità.

Molto dipende da come lavora quello che Altri hanno definito il narrativo (Stern, 1985): l’innata capacità dell’essere umano di ri-significare gli eventi in una storia dando ad essi coerenza e unità narrativa (esattamente il contrario di quanto avviene per eventi traumatici non elaborati). Molto di quello che ci accade dipende non dagli eventi in sé, ma dalle storie che siamo man mano in grado di costruire su di essi rielaborandoli nella nostra mente e nella nostra identità.

 

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L’unico metro di misura siamo noi stessi

Il nome, la posizione, i successi, la ricchezza spesso nascondono il vero “sé”, in modo che ci sentiamo come viaggiatori che non riescono a trovare la strada di casa” (pg 51).

Un giorno Kitagaki, un grande generale, andò a trovare un monaco zen, suo vecchio amico. Si fece annunciare col suo titolo altisonante: “il grande generale”…. ma il monaco rispose placidamente che non consceva grandi generali… Kitagaki allora capì e si fece annunciare semplicemente col suo nome: il suo amico corse ad accoglierlo lieto.

Lo psicoanalista Donald Winnicott (1965) coniò molto tempo fa un termine, il cosiddetto “falso Sé”, per alludere alla specifica sofferenza identitaria di coloro che, a causa di un ambiente familiare emotivamente carente, avevano sviluppato un adattamento alla realtà puramente apparente, superficiale, al fine di sentirsi accettati e benvoluti dalle persone significative.

Questo adattamento, insieme con i traguardi materiali e immateriali raggiunti nella vita adulta, diviene una maschera che può imprigionare la persona in una dolorosa finzione là dove, per il benessere psicologico, è essenziale che riesca ad emergere il suo sé più autentico. E proprio questo è spesso uno degli obiettivi principali in un lavoro di psicoterapia.

 

A ciascuno la sua strada e il suo tempo

Ognuno ha un modo diverso per arrivare alla stessa destinazione, non esiste un unico sentiero e non tutti sono adatti a percorrere la stessa strada” (pg. 115).

Quando arriva il freddo, i fagiani si rannicchiano sugli alberi, mentre le anatre nuotano sott’acqua… Una metafora esilarante per portare l’attenzione su una verità tanto ovvia quanto spesso dimenticata: ognuno ha il suo percorso di vita, fatto di scelte e tempi differenti che non possono essere standardizzati a priori.

Misurare la propria crescita individuale i base ai “traguardi” raggiunti da altri può essere forviante: ognuno può procedere solo secondo il proprio ritmo. Lo stesso traguardo può rappresentare un evoluzione per alcuni e uno stallo per altri.

 

Coltiva il momento presente

Quanti si svegliano al mattino rimuginando su problemi del mondo precedente?” (pg. 122).

La mente comune, osserva un maestro zen, non riesce a stare nel presente: insegue mille pensieri mentre mangia e cerca di sciogliere mille nodi mentre dorme…

Ed è quello che in effetti accade per quasi tutti noi occidentali presi da mille pensieri e preoccupazioni che possono affollarci la mente dando luogo a volte anche a veri e propri disagi psicologici sostenuti da ruminazioni mentali e disturbi ansiosi che ostacolano, invece che agevolare, la risoluzione dei problemi.

“Il momento migliore per rilassarti è quando non hai tempo di farlo” recita una frase attribuita a Sydney J. Harris. Impariamo allora a far rallentare la mente e a gestire lo stress!

 

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Bibliografia

From E, Suzuki D, De Martino  R. Psicoanalisi e buddhismo zen, Astrolabio, 1968.

Stern D.N (1985), Il mondo interpersonale del bambino, tr. It. Bollati Boringhieri, Torino, 1987

Tsai Chih Chung, Dice lo Zen, Feltrinelli, 1999.

Winnicott DW.,(1965) Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. A. Armando, Roma 1974.

 

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Foto: Damiano Poli / 123rf.com

 

 

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